02 febbraio 2021 09:49

I dirigenti di Google e Facebook hanno dichiarato a una commissione del senato australiano che sono pronti a prendere misure drastiche se sarà approvata la legge che obbligherebbe i giganti di internet a pagare le testate giornalistiche per poter far circolare sulle loro piattaforme i link ai contenuti da loro prodotti.

Google non avrebbe “altra scelta” che vietare agli utenti australiani l’accesso al suo motore di ricerca, ha detto alla commissione Melanie Silva, direttrice responsabile dell’azienda in Australia. I rappresentanti di Facebook, dal canto loro, hanno detto che se la legge fosse approvata nella sua forma attuale rimuoveranno i link agli articoli dei siti d’informazione dal newsfeed degli utenti australiani. Di fronte a queste mosse il governo australiano sembra non voler arretrare di un centimetro. Sia il primo ministro Scott Morrison sia il ministro del tesoro Josh Frydenberg hanno dichiarato che non risponderanno alle minacce.

Cosa succede, quindi? Google e Facebook sono davvero pronte a negare agli utenti australiani l’accesso ai loro servizi, pur di non versare un po’ di denaro agli editori?L’informazione vale qualcosa per Facebook e Google? Facebook sostiene che i contenuti giornalistici hanno scarso valore per i suoi affari. L’azienda non guadagna denaro direttamente dalle notizie, e sostiene che il newsfeed di un utente australiano medio è composto per meno del 5 per cento da link che portano a siti d’informazione australiani.

Questa posizione sembra però contraddetta da altri elementi. Nel 2020 il Rapporto sull’informazione digitale dell’Università di Canberra ha rilevato che circa il 52 per cento degli australiani s’informa tramite i social network, e che questo numero è in crescita. In maniera analoga Google sostiene di guadagnare poco dalle notizie, ma allo stesso tempo investe pesantemente in prodotti d’informazione come News Showcase. E quindi, se è vero che i link alle notizie non generano direttamente denaro per Facebook e Google, entrambe le aziende considerano la presenza dell’informazione un importante aspetto della fidelizzazione degli utenti ai loro prodotti.

La legge che sta per essere introdotta in Australia è troppo sistematica perché le due aziende siano disposte ad accettarla

Entrambe le aziende sono pronte a versare un po’ di soldi agli editori, ma vogliono fare accordi alle loro condizioni. Google e Facebook, però, sono due delle aziende più grandi e redditizie della storia. Entrambe hanno un potere di contrattazione molto più ampio di qualsiasi editore. La legge al vaglio del parlamento di Canberra ha come scopo quello di compensare questo squilibrio.

Inoltre Google e Facebook non sembrano voler accettare il valore intrinseco dell’informazione, e in particolare del giornalismo di pubblica utilità. Né riconoscono di aver avuto un qualche ruolo nel declino dei giornali negli ultimi due decenni, e puntano invece il dito contro le trasformazioni della tecnologia pubblicitaria. La legge che sta per essere introdotta in Australia è troppo sistematica perché le due aziende siano disposte ad accettarla. Preferirebbero scegliere via via accordi che hanno un “reale valore commerciale”, invece di essere vincolati a una serie di regole arbitrali che valgono per tutti.

Google e Facebook dominano, rispettivamente, le ricerche sul web e i social network in un modo che ricorda i grandi monopoli di una volta degli Stati Uniti: le ferrovie nel diciannovesimo secolo, poi il petrolio e quindi le telecomunicazioni nel ventesimo. Tutti settori diventati forme essenziali dell’infrastruttura capitalistica per lo sviluppo economico e sociale. E ci sono voluti dei provvedimenti legislativi perché quei monopoli fossero scorporati nell’interesse dei cittadini.

Non sorprende che queste gigantesche piattaforme mediatiche di adtech (tecnologia pubblicitaria) non vogliano seguire le regole. Devono però riconoscere che l’enorme potere e la ricchezza di cui dispongono implicano una responsabilità morale per la società. Perché si assumano questa responsabilità sarà necessario l’intervento del governo.

Anche i pionieri di internet Vint Cerf (oggi vicepresidente e chief internet evangelist di Google) e Tim Berners-Lee (“inventore del World wide web”) hanno riferito alla commissione del senato australiano per difendere le due aziende, sostenendo che la legge smantellerà l’internet “libera e aperta”. Ma internet oggi non è né libera né aperta: per la maggioranza degli utenti “internet” coincide con enormi piattaforme private come Google e Facebook. E queste aziende non vogliono che i senatori australiani interferiscano con il loro modello d’affari. Il senatore indipendente Rex Patrick ha colpito nel segno, chiedendosi come mai Google non ammette che la questione fondamentale riguarda gli introiti, e che non è un dettaglio tecnico o una questione di principio.

Google ha già fatto alcuni esperimenti, rimuovendo i link ai siti d’informazione australiani dal suo motore di ricerca

Google e Facebook sono pronte a seguire le procedure della commissione del senato finché potranno modificare la legge. Non vogliono essere accusate di scarsa cooperazione. La minaccia di andarsene dall’Australia (o, come ha detto Simon Milner di Facebook, la “spiegazione” del perché sarebbero costretti a farlo) è per loro la peggiore delle ipotesi. Se facessero una cosa del genere, è probabile che rischierebbero di perdere un significativo numero di utenti, o che questi siano molto meno attivi, il che diminuirebbe i loro introiti pubblicitari.

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Google ha già fatto alcuni esperimenti su piccola scala, rimuovendo i link ai siti d’informazione australiani dal suo motore di ricerca. Potrebbe essere una dimostrazione che la minaccia di andarsene dall’Australia è seria, o almeno che intende seriamente adottare una strategia di muro contro muro.

Le persone sanno che l’informazione è importante, che determina la loro interazione con il mondo, che fornisce un senso e che contribuisce a orientare le loro vite. A chi darebbero quindi la colpa gli australiani se Google e Facebook dessero davvero seguito alle loro minacce? Al governo o agli amichevoli giganti della tecnologia che vedono ogni giorno? Non è facile prevederlo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

L’originale di questo articolo è stato pubblicato su The Conversation.

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