Intendiamoci, quest’ultimo Ozon (Giovane e bella) rispetto ad altri suoi lungometraggi, non l’ho trovato così male: ritengo si senta di meno il film costruito a formula e che la protagonista, la bellissima Marine Vacth, abbia in effetti qualcosa d’impenetrabile.
Ma La gabbia dorata è un’altra cosa a mio giudizio: opera del regista spagnolo migrante in Messico (e poi stazionario in quel paese da quasi vent’anni) Diego Quemada-Diez è una storia, anzi una mini-epopea appassionante di quattro ragazzi (poi tre) migranti sui tetti dei treni merci dal Guatemala – passando attraverso il Messico – verso gli Usa impenetrabili. Un vero miracolo che non vi farà percepire lo scorrere del tempo: crediamo (e speriamo) che non guarderete l’orologio. Anche se questo non per forza è negativo: ci sono bellissimi film che hanno bisogno di sedimentarsi. E La gabbia dorata in chi scrive si è sedimentato in maniera via via sempre più forte. Mi auguro lo stesso per voi.
Il film, premiato a Cannes, dove è stato presentato nella prestigiosa selezione ufficiale di Un certain regard, e poi al Giffoni film Festival, senza dimenticare l’altrettanto prestigioso premio Pontecorvo, in quell’occasione ha avuto sulla stampa estera un florilegio di recensioni molto positive come potrete leggere [qui][1]* *, a cui aggiungo la recensione di Pete Bradshaw del britannico [Guardian][2]* * (un grazie a Lee Marshall che me l’ha segnalata).
Forse avrete visto il trailer sul web o nelle sale: consigliato da Internazionale e presentato al festival di Ferrara insieme al regista (e a Gianluca Farinelli della Cineteca di Bologna), una persona, sia detto per inciso, che è una sorpresa quanto il film (non solo per come si è rapportato con i quattro ragazzi del film). In un grande mercato del cinema d’autore come la Francia il film esce invece il 4 dicembre.
Nel basso della home del nostro sito, nella sezione dei video, in esclusiva per Internazionale potete vedere un clip tratto dal film, crediamo bellissimo.
Qualche parola sui contenuti di La gabbia dorata. Immaginatevi un film d’autore diretto e semplice, dove invece c’è un grande e raffinato lavoro visivo. Un film scritto dalla regia e dal montaggio e poco di sceneggiatura (in quanto tale non originalissima), come già in molti abbiamo rilevato. Spesso il cinema più originale è così.
Trai suoi molti exploit c’è anche quello che si tratta di un vero miracolo di equilibrismo. Per fare degli esempi: un poco più di cura estetica della fotografia e staremmo nella cartolina (estetizzante e fredda), mentre invece siamo sempre “dentro” l’immagine paesaggistica; una maggior estensione del pathos e si scadrebbe nella melassa ruffiana mentre invece il montaggio (tra le altre cose) ce ne preserva; un poco più di dilatazione del tempo narrativo nei momenti di stasi e si perde il ritmo; un poco più di ritmo e si perderebbe in senso della contemplazione, dell’interiorità, e si scivolerebbe nel film d’autore ad “effetto”. E così via.
Una tenuta che non sempre riesce a registi più celebri, cineasti come Diego Inarritu e Fernando Mereilles con cui Quemada-Diez ha peraltro lavorato, talvolta troppo esibizionisti nel virtuosismo, troppo predicatori, fautori di un simbolismo a “grands sabots”, come dicono i francesi, cioè un simbolismo spiattellato in fronte al fruitore dell’opera senza vera finezza: credo invece che l’arte debba spingere chi la fruisce, tra le altre cose, a investigare. Soprattutto quando non si tratta di cinema di genere come in questo caso.
I leit motiv del cinema di genere statunitense, del resto, sono qui rovesciati dal nord (del mondo) al sud (del mondo): andatevi a leggere la pagina linkata più sopra con le recensioni estere. E quando vedrete il film fate caso con quali travestimenti e davanti a quali “scenografie” i ragazzi si fotografano. Io qui ne aggiungo un altro, non so se cosciente o meno da parte del regista, che possiamo dire di prolungamento fino a giungere all’altra parte del continente americano (e quindi, simbolicamente, all’altra parte del mondo ricco). Di prolungamento, perché film dagli intenti progressisti anche se “yankee”.
Si tratta di La parete di fango di Stanley Kramer.
Due evasi, uno bianco (Tony Curtis) e uno nero (Sidney Poitiers) sono obbligati a sopportarsi l’un l’altro, divenendo poi amici, compagni. Un percorso di conoscenza dell’altro. Come in La gabbia dorata. Solo che quest’ultimo film è ben superiore al pur grazioso film di Kramer (del 1958, quindi alcuni anni prima di Indovina chi viene a cena? che vede di nuovo in scena Poitiers ma con a fianco questa volta Spencer Tracy).
Per chiudere, il film, ci porta, come detto in maniera estremamente piacevole e coinvolgente, ad aderire ai “corpi” dei ragazzi migranti, nel senso che la fisicità del film, corpi, violenza, bellezza dei paesaggi, è il veicolo per arrivare all’interiorità.
La settimana iniziale, è quella dove piccoli grandi film come questo si giocano tutto (e il conseguente vostro passaparola che ne può scaturire), comprese le piccole e innovative società di distribuzione, come la Parthénos distributore di La gabbia dorata, che in questo periodo stanno cercando di smuovere le paludose acque italiane del cinema d’autore: come la Teodora film, con lo straordinario Lo sconosciuto del lago, fino alla uscita di* La gabbia dorata* per me il miglior film attualmente nelle sale insieme a La vita di Adèle (curiosamente due film a tematica gay) e ora* Un castello in Italia*, le Officine Ubu con l’exploit dell’enorme successo di Sacro Gra e presto il capolavoro Il tocco del peccato – A touch of sin del maestro cinese Jia Zhang-ke, premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, e poi ancora la Tucker, Movie Inspired, eccetera.
Insomma qualcosa finalmente si muove per far arrivare e dare visibilità a quel cinema d’autore che altrove arriva, e credo che bisogna allora salutare e aiutare questo nuovo e felice movimento dell’imprenditoria delle idee. Allora tutti al cinema a vedere La gabbia dorata!
Qui**, se lo volete, potete invece leggere la mia recensione del film al momento della sua presentazione a Cannes (e a Cannes a Roma e Milano).
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