La Francia è in guerra! Sì, ma contro chi o cosa? Il gruppo Stato islamico (Is) non manda cittadini siriani in Francia per compiere attentati e convincere il governo di Parigi a interrompere i bombardamenti. No, l’Is attinge a un grande bacino di giovani francesi radicalizzati, che a prescindere dalla situazione in Medio Oriente sono già in cerca di una causa, di un’etichetta, di una grande narrazione su cui apporre la firma sanguinaria della loro rivolta personale. Per questo l’eventuale distruzione dell’Is non basterà a fermare la rivolta.

La collaborazione tra questi giovani e l’Is è semplicemente una questione di opportunità. Gli stessi giovani si erano legati ad Al Qaeda e prima ancora al Gia algerino, o avevano seguito un nomadismo jihadista individuale tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia. Domani combatteranno per un’altra bandiera, a meno che la morte in battaglia, la vecchiaia o la disillusione non svuotino i loro ranghi, un po’ come è accaduto all’estrema sinistra degli anni settanta.

Il dato fondamentale è che non esiste una terza, quarta o ennesima generazione di jihadisti. Dal 1996 siamo alle prese con la stabile radicalizzazione di due categorie di giovani: i francesi di seconda generazione e i convertiti. Il problema fondamentale per la Francia non è il califfato siriano, che presto o tardi evaporerà come un miraggio, ma la rivolta dei giovani. Per questo dobbiamo capire se questi ragazzi sono l’avanguardia di una guerra imminente o solo le scorie di un borborigmo della storia.

Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale

Oggi due letture dominano la scena, indirizzando i dibattiti televisivi e le pagine dei giornali: la spiegazione culturalista e quella terzomondista. La prima insiste sulla ricorrente guerra di civiltà: la rivolta dei ragazzi musulmani dimostra che l’islam non può integrarsi, almeno fino a quando una riforma teologica non cancellerà dal Corano l’invito al jihad.

La seconda insiste sulla sofferenza postcoloniale, sull’identificazione dei giovani con la causa palestinese, sul loro rifiuto degli interventi occidentali in Medio Oriente e sulla loro esclusione da una società francese razzista e islamofoba, e da lì il solito ritornello: finché non risolveremo il conflitto israelo-palestiense la rivolta andrà avanti. Ma entrambe le spiegazioni presentano lo stesso problema. Se le cause della radicalizzazione sono strutturali, allora perché il fenomeno colpisce solo una parte minima e molto circoscritta dei musulmani francesi?

Quasi tutti i jihadisti francesi appartengono a due categorie: i francesi di seconda generazione nati in Francia o arrivati quando erano bambini e i convertiti, che già nel 1990 costituivano il 25 per cento degli estremisti e che continuano ad aumentare. Questo significa che tra gli estremisti non esiste una prima generazione, ma soprattutto non esiste una terza generazione. Gli immigrati marocchini degli anni settanta sono già diventati nonni, ma non troviamo i loro nipoti tra i terroristi.

Perché i convertiti, che non sono mai stati vittime del razzismo, vogliono improvvisamente vendicare l’umiliazione subita dai musulmani? Teniamo presente che molti convertiti vengono dalle campagne francesi e hanno pochi motivi per identificarsi con una comunità musulmana che per loro ha un’esistenza quasi esclusivamente virtuale. In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.

Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale. Entrambe le categorie hanno rotto i ponti con i loro genitori e con tutto ciò che rappresentano in termini di cultura e religione. I francesi di seconda generazione non aderiscono all’islam dei loro genitori. Sono occidentalizzati e parlano francese perfettamente. Hanno condiviso la cultura giovanile della loro generazione, hanno bevuto alcol, fumato hashish, rimorchiato ragazze. Molti di loro sono stati almeno una volta in prigione, e poi un bel mattino si sono (ri)convertiti scegliendo l’islam salafita, ovvero un islam che rifiuta il concetto di cultura, un islam della regola che gli permette di ricostruirsi da sé. Non vogliono la cultura dei genitori e nemmeno una cultura “occidentale”, che ormai è il simbolo del loro odio verso se stessi.

La chiave della rivolta è la mancata trasmissione di una religione culturalmente integrata. Questo problema non riguarda né i francesi di prima generazione, portatori della cultura islamica del paese d’origine ma incapaci di trasmetterla ai figli, né quelli di terza generazione, che parlano francese con i genitori e grazie a loro hanno una grande familiarità con le modalità di espressione dell’islam nella società francese. Se all’interno dei movimenti radicali troviamo meno turchi e più magrebini è perché per i primi la transizione è stata assicurata dallo stato turco, che ha garantito la trasmissione culturale inviando istitutori e imam.

La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo

I giovani convertiti, per definizione, aderiscono alla religione “pura”. Il compromesso culturale non gli interessa (a differenza delle vecchie generazioni che si convertivano al sufismo) e si uniscono alla seconda generazione nell’adesione a un “islam di rottura”, una rottura generazionale, culturale e politica. Non serve a niente offrirgli un islam moderato, perché è precisamente il radicalismo ad attirarli. Il salafismo non è solo una predicazione finanziata dall’Arabia Saudita, ma il prodotto più adatto a questi ragazzi alla deriva.

Improvvisamente – ed è questa la grande differenza con il caso dei giovani palestinesi che partecipano alle diverse forme di intifada – i genitori musulmani degli estremisti francesi non capiscono più la rivolta dei loro figli. Come i genitori dei convertiti, anche loro cercano sempre più spesso di frenare la radicalizzazione dei figli: chiamano la polizia, vanno in Turchia a recuperarli, temono che i fratelli maggiori possano trascinare i più piccoli. In questo senso, lungi dall’essere il simbolo di una radicalizzazione della popolazione musulmana, i jihadisti creano e alimentano una frattura generazionale, spaccando in due le famiglie.

I jihadisti finiscono così emarginati anche dalle comunità musulmane. È significativo che gli attentatori non abbiamo quasi mai un passato religioso. Gli articoli di giornale che raccontano la loro storia sono tutti incredibilmente simili. I conoscenti dei terroristi si dicono sempre stupiti: “Non capiamo, era una persona gentile (o un piccolo delinquente), non era un musulmano praticante, beveva, fumava spinelli e frequentava le ragazze. Poi è cambiato, si è lasciato crescere la barba e ha cominciato a parlare di religione”.

È inutile parlare della taqiyya (dissimulazione) perché una volta “rinati” questi ragazzi non si nascondono e manifestano le loro nuove convinzioni anche su Facebook. Esibiscono la loro nuova personalità onnipotente, la loro voglia di rivincita, l’esaltazione che deriva dalla volontà di uccidere e la fascinazione per la propria morte. La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo. In loro il nichilismo e l’orgoglio sono profondamente interconnessi.

Questo individualismo forsennato si ritrova nel loro isolamento rispetto alle comunità musulmane. Pochi frequentano una moschea e i loro imam sono spesso autoproclamati. La loro radicalizzazione si sviluppa attorno a immagini di eroi, alla violenza e alla morte, non alla sharia o all’utopia. In Siria vanno solo per combattere, nessuno di loro si integra o si interessa alla società civile. Sono più nichilisti che utopisti.

Alcuni sono passati dal Tabligh (società di predicazione musulmana fondamentalista), ma nessuno ha mai frequentato i Fratelli musulmani o militato in un movimento politico filopalestinese. Nessuno si è impegnato nella sua comunità consegnando i pasti alla fine del Ramadan o pregando nelle moschee e nelle strade. Nessuno ha condotto studi religiosi approfonditi. Nessuno si interessa di teologia, nemmeno alla natura del jihad o dello Stato islamico.

I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale

Tutti si radicalizzano insieme a un piccolo gruppo di “compagni” che hanno incontrato in un luogo particolare (quartiere, prigione, società sportiva), con cui ricreano una famiglia e ritrovano un senso di fratellanza. E qui emerge uno schema molto importante che ancora nessuno ha studiato: questa fratellanza è spesso biologica. Tra gli attentatori troviamo regolarmente coppie di fratelli: i fratelli Kouachi e Abdeslam, Abdelhamid Abaaoud che rapisce suo fratello minore, i fratelli Clain che si convertono insieme, i fratelli Tsarnaev che organizzano l’attentato di Boston dell’aprile 2013.

Come se radicalizzare i fratelli (e le sorelle) fosse un modo per sottolineare la dimensione generazionale e la rottura con i genitori. La cellula si sforza di creare legami affettivi tra i suoi componenti, che spesso sposano la sorella di un compagno d’armi. Le cellule jihadiste non somigliano a quelle dei movimenti radicali d’ispirazione marxista o nazionalista (Fln algerino, Ira o Eta): essendo fondate su legami personali, sono più impermeabili all’infiltrazione.

I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale che coinvolge una categoria precisa di giovani. Ma perché scelgono l’islam? Per i ragazzi della seconda generazione il motivo è evidente: rielaborano un’identità che ai loro occhi è stata compromessa dai genitori e si convincono di essere “più musulmani dei musulmani”, in particolare dei padri. Le energie che dedicano ai vani tentativi di riconvertire i genitori sono eloquenti e al tempo stesso mostrano fino che punto si trovano ormai su un altro pianeta. Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è apparso la prima volta su Le Monde. Clicca qui per vedere l’originale. È stato pubblicato il 27 novembre 2015 a pagina 47 di Internazionale, con il titolo “L’islam è un pretesto”. Compra questo numero| Abbonati

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