Per Donald Trump e Nicolás Maduro, presidenti di Stati Uniti e Venezuela, il momento della verità si avvicina rapidamente. A questo punto tutto sembra pronto per uno scontro che ha come obiettivo evidente un cambio di regime a Caracas.
L’ultimo episodio è stato il sequestro di una petroliera venezuelana al largo delle coste del paese da parte della marina statunitense. L’11 dicembre Trump ha comunicato che l’equipaggio dell’imbarcazione sarebbe stato interrogato. Quanto al carico di petrolio, il presidente americano ha risposto: “Beh, penso che lo terremo”. Caracas ha accusato Washington di aver commesso un atto di pirateria.
Nello stesso momento María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana fuggita dal paese in condizioni rocambolesche con il sostegno dell’amministrazione statunitense, è andata a Oslo. Troppo tardi per ricevere il premio Nobel per la pace (consegnato alla figlia) ma in tempo per manifestare il proprio sostegno alla strategia della pressione adottata da Trump contro il regime di Maduro.
Machado non ha detto chiaramente di auspicare un intervento militare americano, ma si presenta inequivocabilmente come alternativa a Maduro, pronta ad assumere il controllo del paese nel caso in cui le pressioni statunitensi riuscissero a rovesciare il regime.
Gli Stati Uniti non hanno mobilitato le forze militari militare necessarie per un’invasione di terra simile a quella che ha provocato la caduta di Saddam Hussein in Iraq, nel 2003. Oggi l’esercito statunitense ha inviato nel mare dei Caraibi e nel Pacifico soprattutto forze marittime e aeronavali, con la possibilità d’imporre un blocco e colpire obiettivi strategici nel paese. Per il momento le azioni militari si svolgono fuori dai confini, contro le imbarcazioni accusate di trasportare droga (il bilancio si avvicina ai cento morti) e ora contro la petroliera, minacciando in questo modo le esportazioni del Venezuela.
Questo approccio risponde alla dottrina militare di Trump, che non vuole scatenare una guerra interminabile, ma non esita a ricorrere alla forza. La strategia preoccupa perfino alcuni dei sostenitori del presidente, convinti che non avrebbe innescato nuove guerre. Tra i repubblicani si percepiscono venti contrari, anche se sono i democratici i più espliciti nel criticare Trump, accusandolo di condurre il paese “verso la guerra come un sonnambulo”.
A prescindere dal regime di Maduro, le azioni statunitensi contro il Venezuela non hanno alcun fondamento legale. Ma Trump si fa beffe del diritto internazionale, che secondo lui non può in alcun modo limitare la libertà d’azione della potenza statunitense.
A proposito della “Strategia di difesa nazionale” pubblicata la settimana scorsa, si è parlato molto del passaggio sull’Europa. L’America Latina, intanto, ha scoperto il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, ovvero l’aggiornamento della politica enunciata più di due secoli fa dal presidente James Monroe per affermare la leadership degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale.
Nel 2025 questo significa il diritto di combattere in tutta l’America (nord e sud) contro il traffico di droga, l’immigrazione illegale ma anche le ingerenze esterne, soprattutto cinesi, per esempio nel canale di Panama. “Rinvigorita dal mio corollario, la dottrina Monroe è viva e vegeta. La leadership americana è tornata, più forte che mai”, proclama Trump. Il Venezuela costituisce il primo banco di prova della politica imperiale del presidente.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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