Tra via Italo Svevo e via Alfredo Panzini al Pilastro, un viale alberato di palazzoni gialli e rossi costruiti negli anni sessanta nella periferia nordest di Bologna, il traffico ha ricominciato a scorrere normalmente, ma la ferita aperta dalla morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta davanti ad alcuni garage intorno all’ora di pranzo di domenica 19 luglio continua a fare male.
Gli abitanti del quartiere arrivano a qualsiasi ora, come in pellegrinaggio, per vedere il punto in cui è stato girato il video che ha mostrato due agenti che fermavano l’uomo spingendolo a terra, sotto lo sguardo di quattro operatori sanitari. Le immagini hanno sconvolto il quartiere e hanno fatto il giro del mondo, scatenando le reazioni anche del governo marocchino. Gli abitanti portano fiori, sotto a uno striscione bianco che è stato appeso su un parapetto in cui c’è scritto: “Verità e giustizia per Fakir”.
Fakir non abitava al Pilastro, ma ci andava spesso a trovare i familiari. La notte prima della sua morte aveva dormito nel quartiere, diventato il simbolo della presenza delle comunità immigrate a Bologna. Costruito per ospitare i migranti interni italiani, arrivati in città dalle campagne e dal sud dell’Italia negli anni sessanta, il Pilastro è diventato anche il luogo in cui si sono insediate le famiglie di stranieri, arrivate a Bologna a partire dagli anni novanta.
Durante la campagna elettorale per le regionali del 2020 il leader della Lega Matteo Salvini era andato a citofonare a una delle case popolari del quartiere, in cerca di spacciatori. Nel tempo il Pilastro ha sperimentato il rischio e le conseguenze della stigmatizzazione e della propaganda.
Forse anche per questo i fratelli di Fakir si sono chiusi nel silenzio e non vogliono incontrare i giornalisti, ma gli amici e i conoscenti dell’uomo continuano a parlare di una persona pacifica, che ha sempre lavorato come facchino, autista e carpentiere, e che da poco si era messo in proprio con una piccola azienda di carpenteria. Un uomo mite e allegro, che stava vivendo un periodo di difficoltà dopo un lutto.
“Era educato e tranquillo”, racconta Karim Bekkal, un amico, che è anche un sindacalista del Si Cobas. “Da quando gli era morta la madre, un anno fa, aveva attacchi di panico continui e sempre più gravi. Aveva paura, si sentiva in pericolo”, continua Bekkal, che incontrava spesso Abderrahim dal barbiere o al bar. “Negli ultimi mesi questi problemi stavano aumentando”.
“Protesteremo finché non sarà fatta giustizia, abbiamo visto tutti quel video”, spiega Bekkal. Il 20 luglio i facchini e i lavoratori della logistica dei sindacati di base hanno bloccato l’interporto di Bologna e hanno dichiarato una mobilitazione nazionale. “Sarebbe potuto succedere a chiunque di noi, quel video ha mostrato a tutti una realtà che spesso rimane nascosta”, conclude Bekkal.
Stranieri per sempre
La storia di Abderrahim Fakir è l’emblema dei gorghi amministrativi ed esistenziali prodotti da leggi sull’immigrazione sempre più restrittive e discriminatorie: cresciuto in Italia fin da quando aveva sette anni, Fakir era considerato ancora uno straniero e temeva di essere rimpatriato.
L’uomo era arrivato a Bologna da bambino, aveva frequentato le scuole cittadine, aveva sempre lavorato, pagato le tasse, provato ad avviare una piccola azienda, ma nonostante tutto continuava a sentirsi esposto al rischio di perdere il diritto di rimanere nel luogo in cui aveva costruito la sua vita.
“L’ho conosciuto circa sei mesi fa”, racconta l’avvocata bolognese Barbara Spinelli, che lo stava seguendo per la pratica del riconoscimento della protezione speciale, ex protezione umanitaria che è prevista per persone che hanno raggiunto un alto grado di radicamento nel paese. “Si è rivolto a me perché aveva una procedura pendente per il riconoscimento della protezione umanitaria e voleva accelerarla per il rilascio della protezione speciale. Aveva maturato nuovi requisiti”.
Fakir non era riuscito né a ottenere la cittadinanza né a rinnovare il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, perciò era stato costretto a richiedere l’asilo. “Quello che voglio chiarire è che Fakir ha sempre avuto un permesso di soggiorno valido per stare in Italia”, spiega l’avvocata. Ma il suo caso mostra quanto sia difficile sopravvivere da stranieri con una normativa che cambia continuamente. “Com’è possibile che una persona che vive in Italia da quando era bambino non abbia la cittadinanza? Questo è quello che ci dovremmo chiedere. La risposta è che i permessi di soggiorno si possono perdere anche per il venire meno di requisiti apparentemente banali come le condizioni di reddito o la residenza”.
Nel percorso di Fakir pesavano anche alcune condanne risalenti a molti anni prima. Ma Spinelli tiene a precisare: “Ha avuto due procedimenti per stupefacenti, tra il 2003 e il 2005, e uno per evasione dai domiciliari. Le sentenze sono diventate irrevocabili nel 2012 e lui non ha mai più commesso reati. La pena l’ha scontata tra il 2019 e il 2020. Tutto quello che si legge in giro sui giornali in questi giorni è falso”.
Quelle vecchie condanne hanno continuato a produrre effetti sul suo permesso di soggiorno, fino a spingerlo a intraprendere il percorso della protezione internazionale. Non perché cercasse lo status di rifugiato, chiarisce l’avvocata, ma perché puntava alla protezione speciale, riconosciuta anche a chi ha costruito in Italia il proprio radicamento personale e lavorativo.
“Avevamo deciso di rinunciare alle forme di protezione superiori proprio per accelerare il procedimento”. Nel frattempo Fakir aveva continuato a lavorare. “Io ho il quadro della sua posizione all’Inps”, racconta Spinelli. “Ha lavorato regolarmente, con contratti di lavoro”.
Nel dicembre 2025, con i risparmi messi da parte, Fakir aveva rilevato una piccola azienda che si occupava di carpenteria metallica, saldature e lavorazioni industriali. Aveva assunto alcuni dipendenti e cercato di costruire un’attività autonoma. Le cose, però, non erano andate come sperava. Alcuni clienti avevano smesso di pagare le commesse e lui era stato costretto a licenziare parte del personale.
Le difficoltà economiche si erano sommate a un’incertezza ben più profonda: quella sulla possibilità di restare nel paese in cui aveva trascorso quasi tutta la vita.
Una paura profonda
Negli ultimi mesi, racconta Spinelli, quella preoccupazione era diventata paura. “La retorica che ha accompagnato l’approvazione del Patto europeo sull’immigrazione ha spaventato molti miei assistiti. Lui era particolarmente preoccupato. Mi diceva che sentiva parlare continuamente di espulsioni e rimpatri, e temeva che potesse succedere anche a lui”, racconta. La svolta arriva quando riceve una convocazione dell’ufficio immigrazione della questura per chiarimenti sulla sua posizione amministrativa.
“Mi ha chiamato in uno stato di forte agitazione: ‘Avvocata, mi accompagni. Non vado da solo, ho paura. Non voglio che mi succeda qualcosa’”. Spinelli prova a rassicurarlo. Invia un’email certificata alla questura, ricordando che il tribunale aveva autorizzato Fakir a lavorare e che il suo permesso di soggiorno come richiedente asilo era ancora valido. “Ho detto che se ci fossero stati ulteriori chiarimenti da fornire potevano rivolgersi direttamente a me. Non abbiamo mai ricevuto risposta”. Nell’ultimo incontro tra i due, il clima sembrava essersi disteso. Dal punto di vista giuridico, la situazione stava prendendo una direzione favorevole.
“Lo avevo tranquillizzato. Gli avevo spiegato che c’erano elementi positivi e che stavamo lavorando per arrivare a un buon risultato”. Ma il peso che si portava addosso andava oltre il procedimento amministrativo. C’erano i debiti, e il lutto per la morte della madre. “È sempre un evento doloroso”, osserva Spinelli. “Nel suo caso aveva avuto certamente un effetto molto profondo”.
La comunità marocchina di Bologna
Nelle ore successive alla morte di Fakir, messaggi di dolore e spaesamento sono rimbalzati sulle chat e sui social network della comunità marocchina di Bologna, arrivando fino in Marocco, dove vive la moglie e una parte della famiglia dell’uomo, e dove sarebbe dovuto tornare per le vacanze nelle prossime settimane.
“Era davvero un pezzo di pane”, racconta Younes El Bouzari dell’associazione Sopra i ponti, che rappresenta la comunità a Bologna. “Lo si dice spesso quando muore qualcuno, ma nel suo caso era vero. Era una persona che metteva tutti a proprio agio, sempre sorridente, disponibile. Durante le cene e la fine del digiuno del Ramadan era quello che riusciva a creare l’atmosfera giusta, a far stare bene gli altri”.
Il ricordo che emerge dai racconti di chi l’ha conosciuto è quello di un uomo inserito nella vita della comunità, tanto a Bologna quanto nel paese d’origine. In Marocco organizzava giornate al mare con i ragazzi, portava regali, aiutava chi aveva bisogno. A Bologna era una presenza familiare: al bar, dal barbiere, per le strade del quartiere del Pilastro. Per questo la sua morte è stata vissuta come una ferita.
“Il video mostrava con evidenza che aveva bisogno di aiuto. Di qualcuno capace di ascoltarlo e di gestire una situazione di grave sofferenza psicofisica. Un medico, uno psicologo, personale formato. Non un intervento basato sulla forza”, sottolinea Younes El Bouzari. È una convinzione che attraversa gran parte della comunità e che ha alimentato le manifestazioni dei giorni scorsi. La prossima è prevista per domenica 26 luglio al Pilastro, a una settimana dalla sua morte.
La partecipazione, spiegano dall’associazione marocchina Sopra i ponti, attiva a Bologna da più di trent’anni, è stata notevole. “La nostra comunità, in generale, non ha una forte tradizione di partecipazione politica. Arriviamo da un paese in cui la politica è percepita come distante e segnata dalla corruzione, e questa sfiducia spesso ce la portiamo dietro anche qui”. Eppure, dopo la morte di Fakir, centinaia di persone sono rimaste fino a tarda sera al Pilastro, hanno partecipato alle iniziative in piazza Maggiore e alle assemblee pubbliche. “Vedere donne, uomini e bambini in prima fila è stato il segno di quanto questa vicenda abbia colpito tutti”, racconta El Bouzari, che vive in Italia dal 2010.
La storia di Fakir ha riportato al centro anche altre due questioni: quella della precarietà di chi vive in Italia da molti anni e quella della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine, che possono avere comportamenti discriminatori verso chi è straniero, come denunciano diversi rapporti internazionali.
“In Italia il permesso di soggiorno è strettamente legato al lavoro”, spiega Younes El Bouzari. “Può bastare perdere un impiego durante una crisi economica per entrare in un circolo vizioso da cui è difficilissimo uscire”. Se per un cittadino italiano la perdita del lavoro è soprattutto un problema economico, per uno straniero può trasformarsi anche nella perdita del diritto a rimanere nel paese. “Una volta che il permesso scade o non è rinnovato, ritornare in una posizione regolare diventa sempre più complicato, soprattutto con le norme introdotte negli ultimi anni”.
C’è poi il tema della profilazione razziale. “Non so quante volte una persona italiana sia fermata per strada senza motivo”, dice El Bouzari. “A una persona di origine straniera succede due o tre volte al mese. Ci fermano semplicemente per il nostro aspetto fisico”.
Puoi essere fermato “in qualsiasi momento per come appari, non per quello che hai fatto”, sottolinea El Bouzari. È anche da questa esperienza quotidiana che nasce il sentimento con cui la comunità marocchina ha vissuto la morte di Fakir: il dolore per la perdita di una persona molto amata s’intreccia con la percezione che quella vicenda racconti qualcosa di più profondo sulle condizioni di vita di molti cittadini di origine straniera in Italia.
Il rischio dell’archiviazione
“Dopo tanti anni sembra che l’Italia non voglia proprio imparare dal passato”, dice sconfortato Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, di Federico Aldovrandi e oggi di quella di Fakir. “Si risparmia sugli organici, sull’addestramento delle forze dell’ordine, sulla formazione, sulle dotazioni. E poi ci si ritrova davanti a tragedie che potevano essere evitate”, sottolinea l’avvocato, che da qualche giorno ha preso in mano il caso.
Al centro delle sue contestazioni c’è la tecnica d’immobilizzazione usata dagli agenti durante l’intervento: una manovra di contenimento che, secondo il legale, “è vietata, se non in casi estremi, e che non doveva essere applicata in quella situazione”. Per Anselmo una persona nel mezzo di una crisi psichiatrica non può essere gestita con un comportamento che aumenta il rischio per la sua salute: “Non doveva intervenire una pattuglia”.
L’avvocato sottolinea come la vicenda debba essere letta anche alla luce delle informazioni emerse sullo stato di salute di Fakir: “Qualunque cosa sia successa prima di quel video non legittima quella manovra adottata dagli agenti. È durata troppo tempo. In quei lunghissimi minuti qualcuno si sarebbe dovuto porre il problema di quelle urla soffocate, di quelle richieste disperate di aiuto”.
Anselmo contesta anche l’uso dello spray al peperoncino durante l’intervento: “Non so esattamente quale prodotto sia stato usato. Ma se c’è una persona agitata spruzzarle qualcosa sul viso e sulla gola non mi risulta, dal punto di vista medico, che contribuisca a calmarla”.
Il legale richiama poi un precedente che considera fondamentale come quello di Riccardo Magherini, morto in circostanze simili a Firenze nel marzo 2014. “Stesse condizioni, stesse circostanze. L’Italia è stata condannata dalla corte europea anche per il modo in cui sono state condotte le indagini. Una condanna esemplare, confermata recentemente”.
Secondo Anselmo, già allora era emerso il pericolo di alcune tecniche: “Durante quel processo vennero a testimoniare esperti che mostrarono come quelle manovre fossero pericolose e dovessero essere usate solo come estrema ratio. Lo schiacciamento a terra deve terminare il prima possibile, perché altrimenti può diventare letale”.
L’avvocato sostiene che la questione non riguarda solo le responsabilità individuali degli agenti coinvolti, che al momento non risultano indagati, ma la formazione e i protocolli in uso dalle forze dell’ordine italiane. Inoltre dice che è molto grave che si usi lo scudo penale, previsto dall’ultimo decreto sicurezza. In questo caso potrebbe portare alla rapida archiviazione del caso. La nuova disciplina infatti prevede registri specifici, ma soprattutto che le indagini si chiudano entro 120 giorni, troppo pochi in casi come questi, secondo Anselmo.
“Non possiamo pensare di risolvere tutto impedendo a chi indaga di fare giustizia con uno scudo penale”, sottolinea. Anche sul tema delle bodycam, telecamere di sorveglianza indossate dagli agenti, Anselmo invita alla cautela: “C’è molta confusione. Si è detto che è tutto registrato, ma le bodycam, se sono sotto il controllo delle forze di polizia, possono essere accese e spente alla bisogna, e quindi mostrano solo delle scene parziali e non l’intera sequenza”. Non sono quindi garanzia di controllo, trasparenza e indipendenza.
L’avvocato annuncia infine che valuterà anche una possibile questione di costituzionalità sullo strumento dello scudo penale usato per gli agenti, che per il momento non sono stati iscritti nel registro degli indagati: “Se ci saranno precise condizioni processuali, solleveremo un caso di costituzionalità sull’uso dello scudo penale”.
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