“Gaza è nostra”, era scritto sui cartelli esibiti da folle di persone che domenica hanno camminato verso il confine con il territorio devastato da due anni e mezzo di guerra. Avevano risposto alla chiamata per partecipare alla cosiddetta Thousands’ march (marcia delle migliaia), anche se alla fine erano qualche centinaio. Tra loro c’erano molti coloni provenienti dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, tra cui intere famiglie trasportate con gli autobus, e attivisti dei partiti di estrema destra che fanno parte della coalizione di governo, compresi il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e quello delle finanze Bezalel Smotrich.

La marcia è stata organizzata da Nachala, un movimento ultranazionalista israeliano che vuole il ritorno delle colonie a Gaza ed è guidato da Daniella Weiss, nota figura di spicco dei coloni e della destra radicale. Lo slogan era “Tornare a casa dopo 21 anni”, in riferimento al ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza avvenuto nel 2005 con lo smantellamento di 21 insediamenti e il trasferimento di migliaia di coloni.

Per molti di loro quell’evento è rimasto una ferita aperta e il ritorno nel territorio è diventato un sogno e un obiettivo politico. Dopo il 7 ottobre 2023 la possibilità di riportare le colonie a Gaza è sembrata sempre più a portata di mano. Agli occhi dei coloni la devastazione dei bombardamenti israeliani apriva la strada a “un periodo di miracoli”, nelle parole di Orit Strook, ministra delle missioni nazionali, e offriva l’occasione di correggere “un’ingiustizia storica”.

Lo slancio del movimento dei coloni è cresciuto di pari passo con la distruzione della Striscia. Dalla conferenza organizzata nel gennaio 2024 per promuovere il ritorno delle colonie ebraiche all’istituzione dell’agenzia governativa per supervisionare la “migrazione volontaria” dei palestinesi all’inizio del 2025, fino all’allestimento di eventi, incontri e cerimonie in una strategia di lungo periodo che, come nota la giornalista Nagham Zbeedat su Haaretz, “ridefinisce l’immaginario politico nazionale, superando i limiti del passato e normalizzando idee un tempo considerate estreme”. Non si tratta solo di nostalgia o ideologia, ma di un progetto politico che ha aspettato decenni perché si presentassero le condizioni favorevoli alla sua affermazione.

E il momento per agire è ora, hanno confermato gli organizzatori della marcia, chiarendo che il loro obiettivo è “il ripristino degli insediamenti ebraici a Gaza prima delle elezioni”. Il voto previsto per il 27 ottobre potrebbe infatti portare al governo una coalizione meno favorevole al movimento dei coloni; inoltre puntare sul ritorno degli insediamenti a Gaza in campagna elettorale può perfino essere vantaggioso in una società israeliana segnata da divisioni ed estremismi.

Da un sondaggio del 2025 commissionato dall’università della Pennsylvania, negli Stati Uniti, è emerso che l’82 per cento degli israeliani ebrei è favorevole all’espulsione dei palestinesi da Gaza. “È una corsa contro il tempo: impadronirsi del territorio, affamare Gaza e negarle ogni possibilità di sopravvivenza, per poi espellere la popolazione e costruire insediamenti”, ha denunciato ad Al Jazeera Issam Younis, difensore dei diritti umani e direttore di Al Mezan center for human rights.

Anche le dichiarazioni dei politici sono sempre più esplicite e minacciose. Smotrich, che è anche responsabile dell’amministrazione degli insediamenti, si è più volte espresso a favore della completa occupazione di Gaza. Durante la marcia di domenica ha avvertito: “Dobbiamo mobilitarci ora” per non correre il rischio che se “la sinistra” andrà al potere “tutto questo possa essere annullato, e noi torneremo ancora una volta a marciare qui per impedire le evacuazioni e la distruzione”. A fine giugno Smotrich aveva inoltre annunciato che i piani per ricostruire tre insediamenti nella Striscia di Gaza erano pronti e si attendeva il via libera di Netanyahu per avviare i lavori.

La settimana scorsa anche il ministro della difesa Israel Katz ha confermato a Channel 14 la sua intenzione di costruire nel nord della Striscia tre avamposti di tipo Nahal, che tradizionalmente combinano l’agricoltura con la presenza militare, per consolidare il controllo del territorio. Dror Etkes, fondatore dell’ong Kerem Navot, che monitora l’appropriazione israeliana della terra in Cisgiordania, ha confermato al Guardian: “La presenza militare è solo la prima fase, che ha l’obiettivo di preparare il futuro insediamento”. Gli avamposti di tipo Nahal furono istituiti nelle zone di confine intorno alla Striscia di Gaza negli anni cinquanta e dal 1967 lo stesso sistema è stato usato per stabilire decine di colonie in Cisgiordania.

Nuova linfa per il progetto dei coloni viene anche dal fatto che la ricostruzione della Striscia di Gaza, prevista dal piano del presidente statunitense Donald Trump, è praticamente ferma. Un articolo del Guardian ha rivelato il fallimento del progetto presentato a gennaio con grande fanfara, slide e rendering da Jared Kushner, genero di Trump, che prevedeva una Striscia di Gaza governata da un’entità palestinese unificata e caratterizzata da un paesaggio onirico e futuristico fatto di scintillanti complessi residenziali e grattacieli adibiti a uffici, con parchi industriali ben curati e quartieri residenziali, e perfino un aeroporto.

Dopo cinque mesi di stallo, durante un incontro a Cipro a cui hanno partecipato alcuni esponenti del cosiddetto consiglio di pace di Trump tra fine giugno e inizio luglio, è stato presentato un piano molto meno ambizioso, che riguarda la costruzione di un campo temporaneo di alloggi prefabbricati per ospitare migliaia di sfollati palestinesi vicino a quella che un tempo era la città di Rafah, nel sud del territorio. Le immagini satellitari dimostrano però che i lavori non sono ancora cominciati. La sicurezza del campo dovrebbe essere garantita dalla forza di stabilizzazione internazionale, prevista dal piano di Trump, e da una forza di polizia palestinese appositamente addestrata. Per ora, però, non c’è traccia di nessuna delle due.

Non è chiaro neanche come sarà finanziato questo piano ridimensionato. Finora non si sono visti i 17 miliardi di dollari promessi dal piano di Trump, mentre gli 883 milioni di dollari raccolti dal gruppo di donatori per la Palestina dell’Unione europea sono destinati al ripristino delle infrastrutture di base per l’approvvigionamento idrico, ai servizi igienico-sanitari e alla gestione dei rifiuti nella Striscia di Gaza, e non hanno a che fare con i progetti del consiglio di pace.

Ma, come conferma al Guardian una fonte diplomatica di Gerusalemme, il consiglio di pace non può ammettere di aver fallito, altrimenti lascerebbe campo libero alle fazioni più estreme all’interno del governo e della società israeliana: “L’obiettivo è semplicemente continuare a fare qualcosa, tenere la palla in gioco, perché se ci si ferma ci sono altri con un programma ancora più estremo che non vedono l’ora di intervenire e prendere il controllo, e parlano di trasferimento di popolazione su larga scala e colonizzazione”. Sono i partecipanti alla marcia di domenica, che da decenni aspettano il loro momento.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

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