Agenti in tenuta antisommossa bloccano l’accesso all’area dello sgombero in rue de Stalingrad, Parigi, il 4 novembre 2016. (Monica Cillerai)

L’odissea dei migranti dopo lo sgombero di Calais

Agenti in tenuta antisommossa bloccano l’accesso all’area dello sgombero in rue de Stalingrad, Parigi, il 4 novembre 2016. (Monica Cillerai)
08 novembre 2016 13:46

“Mi hanno mandato via da Calais. Ora mi portano via anche da Parigi. Dove finirò non lo so ancora”. Faysal Gharzai urla nel telefono la sua rabbia, sormontato dai rumori del traffico parigino. Trent’anni, afgano di Herat, è tra i quasi quattromila migranti che fino all’inizio di novembre hanno dormito sotto una tenda tra place de Stalingrad, avenue de Flandre e Jaurés, nel decimo arrondissement, l’area della Gare du Nord di Parigi.

Tenta di raccontare quello che è accaduto alle 5.30 del 4 novembre, quando gli agenti della Compagnie républicaine de sécurité (Crs) hanno circondato la zona, procedendo al trentesimo sgombero nel giro di due anni. “Sono arrivate decine di pullman”, dice Faysal, “alcuni operatori ci hanno legato un braccialetto giallo al polso, invitandoci a salire sui mezzi”.

Quasi seicento agenti sono stati dislocati nell’area. Sono state chiuse per un’intera giornata le strade e le linee della metropolitana dell’intero arrondissement. Un’operazione in grande stile. “Presidieremo la zona anche nei prossimi giorni”, ha annunciato la sindaca di Parigi, Anne Hildalgo, “per impedire la formazione di nuovi accampamenti”. “Agli sgomberi siamo abituati”, osserva Jeanne, una delle attiviste No Border accorse sul posto, “ce ne sono stati decine negli ultimi mesi. Questa volta però è diverso. Hanno portato via 3.852 persone. Uomini, donne e minorenni. Ora vorremmo capire dove saranno ricollocati questi migranti”.

Transito, smistamento e inadeguatezza
Circa ottanta strutture sono state identificate a Parigi, in tutta l’Île-de-France e la Val-d’Oise, per accogliere provvisoriamente le persone sfrattate da Stalingrad. “Si tratta per lo più di palestre o scuole”, spiega Marie Bassi, giovane ricercatrice sull’immigrazione alla Nuova Sorbona e volontaria del Bureau d’accueil et d’accompagnement des migrants (Baam). Prima dello sgombero, svolgeva lezioni di francese all’aperto, a cui partecipavano centinaia di rifugiati sudanesi, eritrei, afgani.

“Stiamo cercando di capire dove sono stati mandati”, dice. “A quanto pare, saranno trasferiti nei Cao, i centri d’accoglienza francesi. Ma prima dovranno restare in queste strutture ‘di smistamento’ per un massimo di 15 giorni. Si tratta di luoghi inadatti, in alcuni casi abbandonati da mesi e fatiscenti”. “Ci hanno messo in un piccolo edificio”, rivela Faysal, che nel frattempo ha raggiunto la sua destinazione, una scuola di Issy-les-Moulineaux, nella banlieue sudoccidentale della capitale. “Dicono che dobbiamo aspettare qui. Poi ci porteranno in un’altra struttura. Ci hanno dato dei panini e un po’ d’acqua. Siamo almeno un centinaio”.

Nei giorni scorsi le autorità hanno ricevuto molte critiche per le destinazioni poco idonee, sollevate in particolare dalle associazioni che cercano di dare supporto legale ai migranti, come il Baam. Ma a ribellarsi sono anche i sindaci delle municipalità coinvolte nell’operazione. È il caso di Maurepas, un piccolo comune situato negli Yvelines, vicino Versailles. Qui una cordata di primi cittadini ha duramente contestato l’arrivo dei richiedenti asilo. “Tutto questo è sbagliato”, si difende il prefetto dell’Île-de-France, Jean-François Carenco, “in realtà si tratta di luoghi di transito, che ci consentono di dare ai migranti una risposta adeguata, indirizzandoli in strutture idonee nel giro di pochi giorni. Inoltre, la distanza dal centro li dissuade dal tornare ad accamparsi per strada”.

Una casa di riposo in periferia
Sarcelles, tecnicamente, è un comune di 60mila abitanti nella Val-d’Oise. Ma è una delle banlieue settentrionali di Parigi e in pratica si trova nell’area metropolitana. Qui un gruppo di 850 migranti, per lo più eritrei e sudanesi, è stato sistemato in una vecchia casa di riposo per anziani. “Ci hanno preso all’alba e portato via con un pullman”, racconta Najem Galag, 25 anni che viene da Cassala, in Sudan.

Fino a pochi giorni fa dormiva in una tenda montata sull’asfalto di avenue de Flandre. “Ora abbiamo dei letti a castello”, continua, “ma il cibo è scarso. Ci danno un sacchetto con dentro degli snack, una fetta di pane, del latte in polvere, del cacao. Dicono che resteremo qui per qualche giorno. Poi ci trasferiranno nei Cao, i centri d’accoglienza”.

Il video di Filippo Ortona


A gestire la struttura ci sono alcuni operatori dell’organizzazione Emmaus, il gruppo che, assieme a France terre d’asile, sta coordinando la fase di accoglienza dei migranti mandati via da Stalingrad. Insieme a loro lavorano i militari della Sécurité civile, la protezione civile dell’esercito. “Abbiamo avuto solo 24 ore di tempo per preparare gli 850 posti letto e organizzare il trasferimento a Sarcelles”, ammette Thierry Mosimann, il prefetto delegato alle pari opportunità per la Val-d’Oise. A capo del centro di Sarcelles è stato messo lui, un viceprefetto della popolosa provincia che accorpa gran parte delle periferie settentrionali parigine.

“Dopo lo sgombero di Calais”, spiega, “erano rimasti alcuni posti liberi nei Cao. Si è deciso di occuparli, sgomberando anche gli accampamenti di Parigi”. Ma prima di condurre gli ospiti nei centri d’accoglienza, la tappa intermedia è costituita proprio dai cosiddetti centri di smistamento. Come quello di Sarcelles. Un edificio che già la scorsa estate aveva ospitato circa 300 migranti, poi trasferiti altrove. La struttura era stata chiusa. Salvo poi riaprire, per l’emergenza Stalingrad.

Un passo avanti, due indietro
Sul futuro dei rifugiati, accolti a Sarcelles come altrove, regna ancora l’incertezza. Di una cosa, però, il prefetto Mosimann è sicuro: “La direttiva della nostra prefettura è quella di applicare il regolamento di Dublino. Non è il caso dei migranti di Sarcelles, sui quali non abbiamo competenza amministrativa. Ma se qualcuno di loro sarà inviato in un Cao della regione, applicheremo la norma”. Coloro che hanno le impronte digitali registrate per la prima volta in Italia, insomma, rischierebbero di essere rispediti al di là delle Alpi, in base alla normativa europea. Una casella indietro, nel gioco dell’oca del viaggio, la cui destinazione è quasi per tutti il Regno Unito.

E dire che il ministro con delega all’immigrazione, Bernard Cazeneuve, aveva aperto le porte a una sorta di “moratoria Dublino” per incentivare i trasferimenti spontanei degli esuli delle “giungle” di Calais e di Parigi. Una promessa che, a quanto pare, non viene recepita da tutti i prefetti allo stesso modo. “Io ho lasciato le impronte in Italia”, rivela Najem, “ma non posso tornare indietro. In Italia si vive bene, ma non c’è lavoro. E poi ho mia cognata e i miei nipoti a Londra. Devo raggiungerli. Credo che me ne andrò da qui. Meglio dormire per strada che essere riportati indietro”.

Le autorità temono proprio che i migranti possano tornare ad accamparsi. Alle porte c’è l’inverno e in Francia, per via del Plan grand froid, durante i mesi più freddi difficilmente si possono sgomberare i locali occupati. Nella capitale, vanno ancora a rilento i lavori per la messa a punto dei due centri di transito voluti da Hidalgo. Uno sorgerà a a Ivry-sur-Seine, una banlieue della zona sud, nella valle della Marna. Ospiterà 350 donne e bambini e dovrebbe aprire i battenti entro fine anno. L’altro, invece, avrebbe dovuto essere già attivo dalla metà di ottobre a Porte de La Chapelle, in un vecchio deposito ferroviario della Sncf. All’inizio potrà ospitare 400 persone e, una volta a regime, fino a 600, per un massimo di dieci giorni. Ma il taglio del nastro è ancora lontano.

E comunque qualche centinaio di ragazzi avrebbe già fatto perdere le proprie tracce, appena prima dell’arrivo di pullman e mezzi blindati della Crs, in place de Stalingrad. Tra di loro c’è anche Nesru, arrivato da pochi giorni dall’Etiopia. “Sudan, Libia, Sicilia, Ventimiglia e Parigi”, elenca, sintetizzando il tragitto migrante di un intero popolo. Quello degli oromo, cui appartiene. Ad Adama studiava per diventare un infermiere. “Sono dovuto scappare”, dice mostrando i due pugni incrociati, simbolo della resistenza oromo, “il regime uccide chiunque sia dissidente”. Prima dello sgombero ha deciso di andarsene da solo. “Ho qualche soldo”, dice, “mi farò ospitare da amici, finché potrò. Poi tenterò di attraversare la Manica”.

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