Un gruppo di anarchici sul tetto dell’asilo occupato a Torino, il 7 febbraio 2019. (Nicolò Campo, Lapresse)

Torino, gli anarchici e la speculazione edilizia

Un gruppo di anarchici sul tetto dell’asilo occupato a Torino, il 7 febbraio 2019. (Nicolò Campo, Lapresse)
26 aprile 2019 10:16

Per settimane Torino è stata raccontata come una città sotto assedio. A partire dallo scorso febbraio, i mezzi di informazione e le istituzioni hanno parlato spesso di militarizzazione, guerriglie, scontri e rivolte.

Tutto è cominciato il 7 febbraio scorso, in piena notte. Su richiesta della procura del capoluogo piemontese, trecento agenti della polizia hanno raggiunto Aurora – quartiere a poco più di un chilometro dal centro – e hanno sgomberato l’asilo occupato di via Alessandria 12, dal 1995 sede del movimento anarchico cittadino.

La sindaca del Movimento 5 stelle Chiara Appendino ha commentato così l’operazione: “Le forze dell’ordine stanno portando a termine un’operazione di pubblica sicurezza nei locali dell’asilo occupato di via Alessandria. Intervento più volte richiesto e lungamente atteso da città e residenti di Aurora, un quartiere che chiede semplicemente un po’ di normalità”.

Nel quartiere, però, gli anarchici non erano degli estranei. Anche se è vero che negli ultimi tempi molti residenti lamentavano una loro chiusura, per anni si sono battuti contro gli sfratti delle famiglie più povere. Un altro bersaglio delle loro lotte sono stati i centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr, ex Cie), dove sono rinchiusi i migranti trovati senza documenti di soggiorno validi. Contro il Cpr di corso Brunelleschi hanno organizzato cortei e manifestazioni.

Non è un caso che Matteo Salvini abbia twittato: “Centro sociale finalmente sgomberato e teppisti in galera”. Si riferiva al fatto che gli agenti avevano arrestato sei persone per associazione sovversiva, ma l’accusa è poi caduta al tribunale del riesame.

Il 9 febbraio e il 30 marzo gli anarchici hanno risposto con due manifestazioni “contro gli sgomberi e la repressione”. Durante il primo corteo ci sono stati scontri con la polizia, mentre il 30 marzo la protesta si è chiusa senza incidenti. Il prefetto Claudio Palomba ha parlato di “clima di tensione”, mentre secondo l’ex questore Francesco Messina – che ha lasciato l’incarico subito dopo la seconda manifestazione – ci sono stati “passi pericolosi per la democrazia” e “azioni di guerra”. La sindaca Appendino, già sotto scorta, il 1 aprile ha ricevuto un pacco esplosivo firmato “Scuola Diaz”, ovvero l’istituto di Genova dove durante il G8 del 2001 la polizia intervenne in maniera violentissima contro i manifestanti.

Ad Aurora è in corso un progetto di riqualificazione che coinvolge tanti interessi

Gli agenti hanno sorvegliato giorno e notte il quartiere Aurora, controllando i documenti a chiunque passasse da via Alessandria. Cacciati da qui, il 26 marzo gli anarchici hanno occupato un altro edificio, l’ex scuola elementare Salvo d’Acquisto, in via Tollegno 83, più verso la periferia nord, in Barriera di Milano. Sul loro sito hanno scritto: “Noi siamo convinti che la soluzione ai problemi non possa arrivare dall’alto, dalle istituzioni, ma che possa arrivare solo dalla forza che riusciamo a darci attraverso l’auto organizzazione e il confronto: pensiamo che questa occupazione possa essere un buon punto di partenza per conoscerci, per condividere i problemi del quartiere e organizzarsi per risolverli”.

Secondo loro, il comune “sta svendendo Aurora ai migliori offerenti”. “Il sindaco ci caccia dal centro”, hanno gridato nei cortei, “in gioco non c’è solo un edificio vuoto in periferia, ci stanno costruendo intorno una gabbia”. Uno degli striscioni recitava: “Fanno la guerra ai poveri e la chiamano riqualificazione”.

È questo il nodo della questione. Ad Aurora è in corso un progetto di riqualificazione che coinvolge tanti interessi e che spinge la città verso un futuro che potrebbe avere più di un aspetto critico. Per capire come, bisogna andarci.

Nel quartiere
Nel quartiere un tempo vivevano gli operai venuti dall’Italia del sud e via Alessandria era chiamata “via dei mercatari”, perché ci abitavano quelli che facevano il mercato a Porta Palazzo. Con il passare degli anni, e il cambiare delle migrazioni, alle famiglie di immigrati siciliani, calabresi e campani si sono aggiunte quelle provenienti dal Marocco, dalla Tunisia e dal resto dell’Africa.

Camminando lungo via Alessandria si passa davanti a un ristorante cinese, a una sartoria, a due parrucchieri, a un bar e tabacchi, a un negozio di casalinghi, a un carrozziere e, all’angolo con corso Brescia, a un’enoteca.

Lo scorso agosto i residenti hanno inviato una lettera alla sindaca Appendino per denunciare di essere stati abbandonati. “Il problema vero di questa zona non era l’asilo”, dice il presidente della circoscrizione Luca Deri, “ma lo spaccio di droga”. “Questa è una piazza di spaccio”, si legge nella lettera dei residenti. “Significa una rete ben organizzata di sentinelle, spacciatori e supervisori che creano un clima intimidatorio”.

Durante il corteo contro lo sgombero dell’asilo occupato a Torino, il 30 marzo 2019. (Marco Alpozzi, Lapresse)

Le cronache e gli arresti dei mesi scorsi sono le spie di questo disagio, ma non esauriscono il racconto della realtà. Per coglierne la complessità, bisogna spostarsi in via Bologna 32, dove il 12 aprile scorso è stata inaugurata la Nuvola, ovvero il nuovo centro direzionale della Lavazza. Disegnata dall’architetto Cino Zucchi, fa parte di un progetto più ampio, che si estende su 30mila metri quadrati e su cui sono stati investiti 120 milioni di euro. Oltre al quartier generale ne fanno parte un museo dedicato alla storia della Lavazza e il ristorante Condividere, ideato da Ferran Adrià, uno dei cuochi più conosciuti al mondo. Dice l’azienda che l’obiettivo è “dare un nuovo volto riqualificato e smart a quest’area”.

Obiettivo condiviso dalla sindaca Appendino ma anche dai cinquestelle al governo. Sabato 13 aprile il vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio ha promesso che l’ex asilo occupato dagli anarchici diventerà una delle tre sedi delle “case delle tecnologie emergenti”, un progetto che vorrebbe trasformare Torino in “un incubatore per startup e aziende innovative dell’automotive e dell’aerospace”.

Al netto della retorica, quel che è certo è che Aurora sta cambiando. Da un lato c’è il quartiere che fa i conti con alti tassi di disoccupazione, sfratti – su 689 case a Torino sottoposte a sfratto e ad aste giudiziarie, 208 si trovano in questa zona, si legge su immobiliare.it –, e criminalità. Dall’altro c’è un luogo che presto sarà attraversato dalla nuova linea 2 della metropolitana, e che è vicino sia al nuovo campus universitario Luigi Einaudi (inaugurato nel 2012) sia all’istituto d’arte applicata e design, dunque in una posizione strategica per il mercato degli affitti agli studenti.

Gentrificazione e riqualificazione
Giovanni Semi, docente di sociologia all’università di Torino, e autore di Gentrification. Tutte le città come Disneyland?, è scettico sul futuro del quartiere. Negli anni ha studiato cos’è successo in situazioni simili – zone più o meno periferiche trasformate in luoghi “glamour” con interventi di speculazione immobiliare – e mette in guardia:

La riqualificazione consiste nel recupero spesso pretestuoso di aree popolari e nella conseguente espulsione degli abitanti originari a favore dei più ricchi.

Secondo lo studioso “è esattamente ciò che sta succedendo ad Aurora, dove è in corso una riconquista classista della città”.

Le istituzioni parlano di lotta al degrado per giustificare gli sfratti e gli sgomberi, ma per Semi “la vera questione irrisolta dei residenti di Aurora è il reddito, la mancanza di lavoro. L’insicurezza è più percepita che reale, e nasce dalla diminuzione del loro potere di acquisto. Tutto il resto è un pretesto”.

Secondo il professore il rischio è che la speculazione edilizia faccia salire gli affitti e i prezzi delle case e che “le persone che vivono ad Aurora siano costrette ad andarsene sempre più a nord, sempre più in periferia, come hanno già fatto gli anarchici, ma anche i più poveri”.

Gli abitanti
Gli abitanti di via Alessandria sanno di essere al centro dell’attenzione. “La Nuvola di Lavazza ha attirato lo sguardo di tanti sul quartiere”, dice Dario Di Gennaro, 63 anni, nato e cresciuto in questa strada, dove ha frequentato anche l’asilo occupato dagli anarchici. “Da due mesi la sera le strade sono illuminate, prima eravamo al buio”, dice. Per lui gli anarchici non erano un problema: “Non pagavano le bollette e imbrattavano i muri, ma non si può parlare di persone violente, né di guerriglia”.

Studenti al corteo degli anarchici contro lo sgombero dell’asilo occupato a Torino, il 9 febbraio 2019. (Stefano Guidi, Agf)

Lillian Obanor, che sette anni fa ha aperto una sartoria al numero 8, racconta: “Li si vedeva poco, più che altro sembravano indifferenti alla vita di quartiere”. Il martedì sera si ritrovavano per le cene sociali, a volte capitava che andassero avanti fino a tardi, “ma più di questo mi ha preoccupato tutta quella polizia dopo il loro sgombero”, continua Obanor.

Kavinda Navaratne ha appena comprato un appartamento al numero 11, pagando più di centomila euro per 75 metri quadrati. “Mi stupisce che i tentativi di riqualificazione avvengano in maniera chirurgica solo in alcune zone della città. In questo momento l’unica cosa che interessa alle istituzioni è che ad Aurora non ci siano disordini, per questo si caccia chi può intralciarne i piani”, dice.

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Via Alessandria e tutto il quartiere sono tappezzati di annunci immobiliari, gli investitori sanno che è il luogo dove ora vale la pena fare affari. Secondo i dati del Politecnico, nel 2012 nella microzona Palermo, di cui fa parte anche Aurora, una casa ristrutturata costava 2.048 euro al metro quadrato, oggi 2.518.

Un’impresa edile sta ristrutturando una palazzina in corso Brescia 42. Gli appartamenti saranno pronti tra 15 mesi e saranno venduti dai 2.600 ai tremila euro al metro quadrato. Nell’annuncio, oltre a segnalare la vicinanza con la Nuvola, si legge che il quartiere “è la zona con maggiore potenziale” in città.

“La giunta comunale, aggrappandosi alla Lavazza, vuole dimostrare di essere in grado di portare a termine questo progetto di una nuova Aurora”, spiega Semi. “Ma la riqualificazione non fa scomparire né la povertà né la tossicodipendenza, un altro dei problemi del quartiere, semplicemente le sposta altrove, senza risolvere niente”.

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