Monte Calvario, Biancavilla, settembre 2017.

Una storia siciliana di veleni

Monte Calvario, Biancavilla, settembre 2017.
09 ottobre 2017 10:22

La roccia bruna di monte Calvario incombe sulle case. Forma un bastione che guarda Biancavilla, cittadina sulle pendici sudoccidentali dell’Etna, in provincia di Catania. Fino a qualche tempo fa nessuno sapeva che pericolo si nascondesse nel monte. Era invece risaputo che quella pietra di origine vulcanica era un buon materiale da costruzione, più tenera delle rocce laviche dei dintorni. Così negli anni cinquanta è stata aperta una cava e quella pietra friabile è stata tagliata, macinata, mescolata al cemento e agli intonaci. Si è rivelata unica perché contiene un raro minerale fibroso, simile all’amianto per le modalità di cristallizzazione di tipo asbestiforme. Fino a qualche anno fa non aveva neppure un nome: poi è stato battezzato fluoroedenite.

Per alcuni decenni dunque gli abitanti di questa cittadina hanno respirato qualcosa che somiglia all’amianto. E hanno cominciato ad ammalarsi di mesotelioma alla pleura, un tumore di solito associato all’amianto. Così oggi Biancavilla, 23mila abitanti, è un sito di interesse nazionale per la bonifica, anche se qui a fare danno non è qualche industria come è successo in altre zone d’Italia, ma un fenomeno del tutto naturale. Per ironia della sorte, quel raro minerale fa di Biancavilla anche un geosito di interesse scientifico mondiale.

Oggi la cava di monte Calvario è recintata e chiusa; i cartelli sulla cancellata dicono che la zona è “ad alto rischio”. Tra gli anni sessanta e ottanta del novecento ha lavorato però a pieno ritmo. “Erano anni di boom economico e abusivismo edilizio”, dice il geologo biancavillese Alberto Pistorio. La cittadina è cresciuta in modo disordinato. Interi quartieri, spesso abusivi, sono venuti su alla rinfusa e senza allacci alle fognature, alla rete idrica e tutte le altre opere di urbanizzazioni necessarie. Spuntavano le case ma le strade rimanevano sterrate. “Poi si portava del materiale dalla cava per livellarle”, spiega Pistorio. Ogni auto, moto o furgone che ci passava sopra alzava povere. I camion diretti ai cantieri sollevavano altra polvere, e spesso lasciavano cadere un po’ del materiale della cava. Così, attraverso la polvere, la pietra di monte Calvario si è distribuita per tutta Biancavilla, nelle strade e nelle case. Perfino il campo sportivo è stato pavimentato con il brecciolino proveniente da monte Calvario, e generazioni di ragazzi ci hanno giocato a pallone. Certo, allora nessuno sapeva niente.

Una ricerca complicata
L’allarme è scattato nel 1996, quando Biancavilla è stata segnalata tra i comuni più colpiti in Italia dal mesotelioma della pleura. L’Istituto superiore di sanità (Iss) aveva appena pubblicato un’indagine condotta tra il 1988 e il 1992 sulla mortalità legata a questo tipo di tumore – un’indagine che viene ripetuta ogni cinque anni per monitorare il rischio legato all’amianto.

“Tra i comuni con un numero significativo di casi compariva anche quella cittadina rurale etnea, e la cosa era insolita”, spiega Pietro Comba, direttore del reparto di epidemiologia ambientale e sociale dell’Iss. “È stata l’amministrazione comunale a interpellarci: non si spiegavano come Biancavilla, che vive di agricoltura e non ha fabbriche, si trovasse accanto a comuni industriali noti per l’amianto”, aggiunge.

La prima cosa che hanno fatto è stata riesaminare dati e cartelle cliniche. “Ma non c’erano errori, era proprio mesotelioma”, continua l’epidemiologo. Anzi, nel frattempo i casi erano aumentati. Tra le vittime inoltre risultava un’alta proporzione di donne e di giovani, e anche questo era insolito.

Così, nel 1997, l’Iss ha creato un gruppo di lavoro con la regione siciliana, il comune di Biancavilla e l’azienda sanitaria provinciale di Catania (Asp): la prima cosa da capire era quale fosse la fonte di contaminazione. Qualcuno parlava dei cassonetti dell’acqua fabbricati in eternit, altri avanzavano altre ipotesi. “Finché un funzionario del comune con competenze in geologia ha suggerito di esaminare le polveri della cava di monte Calvario”, ricorda Comba. Alla fine è là che i ricercatori hanno trovato quello che all’inizio sembrava amianto.

La notizia che quella cava era un attentato alla salute pubblica ha travolto Biancavilla. Era il maggio 1998. L’Istituto superiore di sanità aveva scritto all’amministrazione comunale e alla regione Sicilia, raccomandando misure urgenti per fermare le polveri che stavano avvelenando le persone: chiudere la cava, asfaltare le strade, rimuovere i detriti accumulati vicino alle costruzioni non ancora finite.

Un campione di fluoroedenite estratto dalla cava di monte Calvario, settembre 2017.

Molti non ci volevano credere, ricorda Carmelo Petralia, chimico e tecnico dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa), anche lui di Biancavilla: “Ti chiedevano, com’è che siamo sempre stati qui, i nostri avi erano qui, e d’improvviso ci dicono che fa male?”. Il sindaco di allora, Pietro Manna, aveva preso la questione molto sul serio (del resto era stato lui a chiamare in causa l’Iss) e per prima cosa aveva ordinato la chiusura della cava.

“È stato molto attaccato per questo”, ricorda Vittorio Fiorenza, direttore del giornale online Biancavilla Oggi. L’attività era in concessione a una famiglia di Biancavilla e il proprietario, Antonino Lacava, accusava il sindaco di allarmismo, diceva che la storia del rischio sanitario era un’invenzione per danneggiarlo. Non era l’unico scettico. “Molti consideravano tutta questa storia un pretesto, una manovra politica”, spiega Fiorenza. I dati però erano inconfutabili e così l’area della cava fu espropriata per motivi di salute pubblica. Sono comparsi allora i cartelli con il triangolo giallo e la scritta “Rischio di amianto”. Il nome fluoroedenite è arrivato nel 2001.

Corsa ai ripari
Gli interventi d’emergenza sono cominciati nel 1999 e sono continuati negli anni successivi. La priorità era evitare che le persone respirassero le microscopiche fibre del minerale, che vanno a depositarsi sulle pareti dei polmoni proprio come quelle dell’amianto. “Dunque, bisognava innanzitutto fermare la diffusione delle polveri”, spiega Placido Mancari, ingegnere a capo dell’ufficio tecnico del comune di Biancavilla, ricordando le riunioni con l’Iss, l’Arpa, l’Ispra, l’azienda sanitaria catanese, gli istituti di previdenza del lavoro.

A partire dal 2001 la cava è stata recintata, mentre la strada d’accesso e i piazzali sono stati asfaltati. Il fronte della cava è stato prima ingabbiato in una rete d’acciaio, più o meno come si fa con i costoni che rischiano di franare, poi è stato spruzzato con il cemento: la tecnica si chiama spritz beton ed è costata quattro milioni di euro. Tanti soldi per un comune piccolo, ma dopo che nel 2002 Biancavilla è stata inclusa tra i siti di interesse nazionale per la bonifica, sono arrivati i soldi dello stato.

Quartiere di Badalato, Biancavilla, settembre 2017.

“L’altra fonte di polveri erano le strade sterrate nelle nuove zone di sviluppo urbano”, continua Mancari. Nell’arco di un paio d’anni sono state tutte asfaltate, e insieme all’asfalto sono arrivate le fognature e la rete idrica. Le facciate di alcuni edifici pubblici sono state rifatte per coprire gli intonaci che cominciavano a sgretolarsi: le scuole, il palazzo comunale, il muro di cinta del cimitero municipale. Il campo sportivo ora ha un fondo d’erba sintetica, così i ragazzi non giocano più nella polvere.

Oggi il monitoraggio a Biancavilla registra in media meno di una fibra per litro d’aria. L’Organizzazione mondiale della sanità considera un rischio inaccettabile l’esposizione a più di una fibra per litro nell’arco della vita. Nel monitoraggio fatto nel 2000, prima degli interventi per fermare le polveri, nell’aria di Biancavilla c’erano in media 1,76 fibre per litro, con punte di 8 in alcune zone. La “messa in sicurezza” ha diminuito il rischio, ma il pericolo non è scomparso: è in agguato ogni volta che si scava una buca, si abbatte una parete, si ristruttura un edificio privato.

Verso la cava
Nella bella cattedrale di Santa Maria dell’elemosina, nel centro storico di Biancavilla, un dipinto celebra l’arrivo dei fuggiaschi greco-albanesi che fondarono la cittadina nel quindicesimo secolo – anche nello stemma comunale c’è un’allusione a Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe nazionale albanese. Monte Calvario è a meno di due chilometri dalla cattedrale. Da viale Cristoforo Colombo, che segna il limite tra la zona abitata e la collina, quel fronte di roccia ricoperto di cemento sembra quasi di toccarlo. Un albergo ha costruito il suo giardino a ridosso della parete – il proprietario però garantisce di averlo coperto con un generoso strato di terra fatta arrivare da fuori Biancavilla.

Il cancello d’ingresso della cava è poco oltre: è sbarrato con il solito triangolo giallo e s’intravede solo la strada d’accesso, ora asfaltata, su cui affacciano i balconi delle ultime case della cittadina. La cava occupava un vallone, anche se dopo tanto scavare è quasi irriconoscibile. Da un lato c’era la zona dell’estrazione vera e propria; dall’altro lo stabilimento che frantumava materiale estratto. Proseguiamo: passiamo il secondo cancello – l’ingresso della ditta di frantumazione – poi svoltiamo in una via che sale verso un gruppo di villette, siamo nel quartiere di Badalato. Dai villini si vede bene la vecchia zona di frantumazione, è lontana non più di centocinquanta metri. Quella che era una depressione nel terreno ora è una collina ben squadrata e piatta, una discarica controllata di inerti.

Ci sono finiti i detriti rimossi dalle vie di Biancavilla e quelli di varie opere pubbliche fatte da allora: la ristrutturazione di una scuola, gli scavi fatti per la galleria della ferrovia Circumetnea e quelli per portare la fibra ottica. “Ogni intervento a Biancavilla ormai richiede misure di sicurezza speciali”, fa notare Alberto Pistorio, che ci accompagna in questa ricognizione. Significa che bisogna incapsulare il materiale, bagnare il terreno, usare tute antipolvere. Tra i villini di Badalato e l’ex cava diventata discarica c’è un terreno incolto, sterpi seccati dall’estate e terra battuta. Due bambini alzano polvere girando con le biciclette vicino al recinto e ai cartelli che avvisano del rischio di amianto. Oltre, la vista si perde tra i fichi d’India, il verde dei pini e il nero delle rocce vulcaniche, lo spettacolo unico delle pendici dell’Etna.

Un nuovo minerale
Per i geologi, monte Calvario è un sito straordinario: non capita ovunque di individuare un nuovo minerale. Alberto Pistorio mostra alcuni campioni provenienti dall’area della cava, pietre grigio chiaro con piccoli cristalli giallini. Interpellati dall’Iss, i ricercatori del dipartimento di scienze della terra dell’università La Sapienza di Roma avevano concluso che si trattava di un minerale a sé, un “anfibolo fibroso” che contiene grandi quantità di fluoro e di sodio.

Il nome fluoroedenite è stato coniato dal professor Antonio Gianfagna nel 2001, ed è stato accettato negli elenchi dei nuovi minerali registrati dall’Associazione internazionale di mineralogia: da allora il cristallo giallino ha un’esistenza riconosciuta. Un composto simile è stato trovato sulle pendici del vulcano Kimpo, in Giappone, e nel monte Somma di Ercolano.

Anche il suo impatto ambientale è ormai riconosciuto: dopo la lunga analisi del caso di Biancavilla e delle ricerche dell’Istituto superiore di sanità, nel 2014 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Airc) ha definito la fluoroedenite un agente cancerogeno: classe 1, cioè sicuramente cancerogeno. Nel 2015 l’Iss ha raccolto gli studi su Biancavilla, e lo scorso giugno l’Airc li ha ripresi in una monografia sulla fluoroedenite, le sue proprietà e le sue conseguenze sulle persone.

Un giardino privato confinante con la parete di monte Calvario messa in sicurezza con la tecnica dello spritz beton, settembre 2017.

Tra quando uno respira le sue invisibili fibre, e quando si manifesta il mesotelioma, possono passare trent’anni – anche in questo somiglia all’amianto. Si sviluppa senza sintomi, ma quando si manifesta, spesso è troppo tardi.

“Nessuno ci credeva, non ci credevamo”, dice la signora Giusi Tomasello nel salotto di casa sua. “Pensavo: se fai lavori pericolosi viene la malattia, ma non immaginavo che il pericolo fossero le strade”. Ricorda che molti biancavillesi negli anni sessanta erano emigrati in Germania, e con i risparmi si costruivano una bella casa in paese. “Non conoscevamo la malattia”, ripete. Per la sua famiglia la scoperta è stata tremenda. La sera di Natale del 2010, suo figlio Dino aveva la tosse: pensavano a una bronchite, ma dopo qualche giorno i medici hanno sospettato che ci fosse dell’altro. Lastre, esami, una biopsia: dopo un mese a Dino è stato diagnosticato il mesotelioma, sei mesi dopo è morto. Aveva appena compiuto 33 anni, lasciava una moglie e tre figli. Era il primo di quattro fratelli e non aveva mai lavorato nella cava; da piccolo però seguiva il papà che costruiva case, e lui stesso poi ha lavorato come idraulico.

Chi sono le vittime della fluoroedenite? Biancavilla conta 58 morti per mesotelioma pleurico dal 1988, mentre sul periodo precedente non ci sono dati. Da allora, si sono verificati circa tre casi ogni anno: una cifra cinque volte più alta rispetto alla media regionale. Tra le vittime ci sono tante donne quanti uomini, una situazione insolita, come si diceva: in generale il mesotelioma colpisce tre volte più gli uomini delle donne, perché sono più esposti all’amianto per motivi professionali.

Ci dicono di non fare allarmismo. Ma non ci avevano detto che quella polvere può uccidere

Le morti, del resto, non sembrano direttamente legate alla cava. Solo una persona lavorava a monte Calvario. La prima vittima riconosciuta è stata un insegnante, e tra le altre ci sono un calzolaio e molte casalinghe. Ci sono poi persone molto giovani, tra cui una ragazza di 27 anni: anche questo è insolito, devono essere stati esposti alla polvere di fluoroedenite fin da bambini.

Carmelo Petralia dell’Arpa ipotizza che una delle fonti di rischio, a Biancavilla, siano stati i lavori realizzati alla metà degli anni ottanta per la metanizzazione. È solo un’ipotesi. “È indimostrabile, dato che allora mancavano i monitoraggi perché non si conosceva la sorgente del male, né tantomeno la fluoroedenite”, dice Petralia, “e però per un paio d’anni il paese è stato messo a soqquadro, non c’era una sola strada senza scavi. Nelle case la polvere si infiltrava ovunque. Si può ipotizzare che il picco di decessi di questi anni, in particolare femminili, sia da ricondurre a quei lavori di grande impatto sul tessuto urbanistico di Biancavilla”.

In ogni caso, osserva Pietro Comba dell’Iss, non esiste uno studio specifico sull’esposizione dei lavoratori della cava: “È stato richiesto, ma non è stato possibile farlo perché mancano i dati di molte persone che ci hanno lavorato”.

Denunce e scetticismo
La signora Tomasello è sconfortata: “Ci dicono di non fare allarmismo. Ma non ci avevano detto che quella polvere può uccidere”. Il dolore di perdere un figlio così giovane è indicibile, ma lei è tra le rare persone che hanno deciso di parlare pubblicamente. Dice che troppi, a Biancavilla, sottovalutano il problema.

Il geologo Alberto Pistorio racconta di quando sono state demolite due case abusive, qualche tempo fa: “La folla era intorno a guardare mentre i muri venivano sbriciolati, facendo una gran polvere. Nessuna precauzione, nessuno ci faceva caso”.

Il problema riguarda più che mai la generazione dei figli, insiste Carmelo Petralia. “Sappiamo che ogni scavo, ogni parete abbattuta, ogni ristrutturazione di casa è un pericolo potenziale. Ecco perché bisogna fare comunicazione, specie con le nuove generazioni: in passato non si sapeva nulla, oggi invece sappiamo cos’è la fluoroedenite e cosa provoca. Eppure, tanti sono ancora scettici”. C’è chi continua a non credere che ci sia un problema, chi reagisce con fatalismo: “Gli operai edili, che poi sono i più a rischio, ti dicono che bisogna pur lavorare. O magari che di qualcosa bisogna morire. Solo le famiglie colpite sanno cosa vuol dire”.

Giusi Tomasello nel salotto di casa sua a Biancavilla, settembre 2017.

“La scarsa sensibilità dei cittadini è uno dei problemi”, dice il dottor Rino Di Stefano, direttore del dipartimento per la prevenzioni della Asp di Catania, che incontriamo a Biancavilla. “Io stesso all’inizio ero scettico”, ammette, “poi ho visto i numeri, il mesotelioma c’era e in proporzioni impressionanti”. Da allora il dottor Di Stefano è tra coloro che si battono per sensibilizzare le istituzioni regionali, “e anche i biancavillesi”.

Servono anche tutele per le famiglie colpite. Vincenzo Cantarella, consigliere comunale di Biancavilla, lavora con l’Osservatorio nazionale sull’amianto perché anche alle vittime della fluoroedenite di Biancavilla siano riconosciuti dei risarcimenti. Oggi le principali fonti di rischio per la popolazione sono state “messe in sicurezza”, fa notare Di Stefano, e su questo tutti concordano. Ma è solo il primo passo.

“Per parlare di bonifica bisognerebbe ampliare la mappatura delle sorgenti di fibra ancora libere”, osserva Pietro Comba. La fluoroedenite è nella pietra di monte Calvario, ma non è escluso che sia anche nei terreni che lo circondano. “Manca ancora una mappatura della zona”, osserva Pistorio.

Un parco
Al posto della cava di monte Calvario sorgerà un parco pubblico, dice Giuseppe Glorioso, il sindaco di Biancavilla, che incontriamo una mattina di settembre nel palazzo comunale. Nel 2015 il ministero dell’ambiente ha approvato il progetto di bonifica per la cittadina etnea, con un finanziamento di 12 milioni di euro che rientrano nel “piano amianto”. Secondo il progetto, la vecchia cava sarà ricoperta di terreno e trasformata in un parco pubblico. Le pareti rocciose, quelle ora ricoperte di cemento, saranno rivestite con una copertura vegetale. Il progetto è in fase di approvazione, spiega il sindaco, ma riguarda l’area recintata e non le zone circostanti, come quel terreno dove giocano i bambini di Badalato.

La regione ha approvato nel 2015 un “piano straordinario”. Include misure di educazione sanitaria e ambientale per informare le persone e insistere sulle precauzioni necessarie. Sarà allestito un ambulatorio pneumologico all’ospedale di Biancavilla per monitorare le persone esposte a fluoroedenite e assistere quelle con patologie respiratorie. Mentre l’Asp, l’università di Catania e l’Istituto superiore di sanità hanno avviato una ricerca per capire se e quali malattie polmonari siano collegate alla fluoroedenite, oltre al mesotelioma.

Il sindaco Glorioso diceva che “quando uno di qui fa una radiografia, si riconosce subito che è di Biancavilla”. Sembra una battuta ma è così: l’Asp catanese ha trovato un’alta percentuale di biancavillesi che mostrano placche pleuriche, anche senza sintomi di sorta. Le placche (o ispessimenti) della pleura, pur benigne, sono marcatori di esposizione alla fluoroedenite. E possono però evolvere causando fibrosi polmonare, una malattia respiratoria invalidante. Caterina Ledda, ricercatrice del dipartimento di medicina del lavoro all’università di Catania, spiega che sono in corso studi su lesioni e patologie non maligne legate alla fluoroedenite per “trovare un biomarcatore grazie al quale si arrivi a una diagnosi precoce del mesotelioma”.

Intanto, bisogna tenere alta l’attenzione, dice Carmelo Petralia. “Una volta non si sapeva neppure cosa fosse, ma ora sappiamo cos’è e cosa provoca. Dobbiamo dare un senso alle morti che ci sono state ed evitarne altre. Spiegare, educare, diffondere le precauzioni necessarie. Aumentare la sorveglianza sulle persone che vivono a Biancavilla. Nessun allarmismo, ma bisogna dare la giusta comunicazione ai cittadini. Lo dobbiamo almeno alle prossime generazioni”.

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