L’8 settembre il primo ministro francese François Bayrou è stato sfiduciato dall’assemblea nazionale. Il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che nominerà un nuovo premier “nei prossimi giorni”, ignorando gli inviti a sciogliere l’assemblea o a dimettersi.

Mezz’ora dopo la votazione, l’Eliseo ha fatto sapere che la mattina del 9 settembre Macron riceverà Bayrou per “accettare le dimissioni del governo”.

Bayrou resterà però in carica per gli affari correnti in attesa della nomina di un successore, che sarà il quinto primo ministro dalla rielezione di Macron nel 2022, un evento senza precedenti nella quinta repubblica, nota per la sua stabilità politica, ma entrata in una crisi senza precedenti dopo lo scioglimento dell’assemblea nazionale nel giugno 2024.

L’assemblea nazionale ha respinto la fiducia a Bayrou con 364 voti a 194. Hanno votato contro il governo tutti i partiti d’opposizione, dal Rassemblement national (Rn, estrema destra) a La France insoumise (Lfi, sinistra radicale).

I deputati della formazione Les republicains (Lr, centrodestra), che fa parte della maggioranza, si sono spaccati: 27 hanno votato a favore del governo, 13 contro e nove si sono astenuti.

Prima della votazione Bayrou aveva ribadito la necessità urgente di risanare il bilancio dello stato, sostenendo che la crisi del debito mette a rischio “il futuro stesso della Francia”.

Bayrou è diventato il primo capo di governo della quinta repubblica a cadere in seguito a un voto di fiducia che non era obbligato a richiedere, meno di un anno dopo la caduta del governo guidato da Michel Barnier.

“Un momento di rifondazione”

In serata Jen-Luc Mélenchon, leader di Lfi, ha affermato sull’emittente France 2 che il paese “ha bisogno di un momento di rifondazione, che solo le elezioni presidenziali possono garantire”, una chiara richiesta di dimissioni di Macron.

“Difficilmente un nuovo governo, considerando l’attuale situazione politica, riuscirà ad approvare la legge di bilancio”, ha dichiarato invece Marine Le Pen, storica leader dell’estrema destra, aggiungendo che “per Macron lo scioglimento dell’assemblea nazionale non dev’essere un’opzione, ma un obbligo”.

Intanto, il 10 settembre in Francia è prevista una grande mobilitazione antigovernativa sotto lo slogan “Blocchiamo tutto”, mentre il 18 ne è prevista un’altra indetta dalla Confédération générale du travail (Cgt), il principale sindacato francese.

Il 12 settembre, inoltre, l’agenzia Fitch potrebbe abbassare il rating del debito francese.