Il 25 marzo due alti funzionari pachistani hanno confermato all’Afp che un piano statunitense in quindici punti per mettere fine alla guerra è stato trasmesso all’Iran, con la mediazione del Pakistan.
Il Pakistan è stato scelto come mediatore per i suoi legami di lunga data sia con l’Iran sia con gli Stati Uniti, e per i suoi contatti nella regione.
Poco dopo la tv di stato iraniana, citando un funzionario non identificato, ha affermato che l’Iran ha respinto il piano statunitense per le richieste considerate “eccessive”.
In mattinata l’ambasciatore iraniano a Islamabad aveva smentito qualsiasi discussione con Washington. “Contrariamente a quanto affermato da Trump, finora non c’è stato alcun negoziato, né diretto né indiretto, tra i nostri due paesi”, aveva dichiarato Reza Amiri Moghadam.
“È del tutto naturale che paesi amici possano essere impegnati in consultazioni con le parti”, aveva però aggiunto.
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Il 25 marzo la stampa iraniana ha denunciato le “bugie” del presidente statunitense Donald Trump, con il quotidiano conservatore Javan che l’ha raffigurato in prima pagina con il naso di Pinocchio.
Il giorno prima Trump aveva assicurato che erano in corso discussioni con l’Iran per mettere fine alla guerra, con la partecipazione del suo inviato Steve Witkoff, del suo genero Jared Kushner, del vicepresidente JD Vance e del segretario di stato Marco Rubio.
Trump non aveva però precisato chi fossero gli interlocutori di parte iraniana, e poco dopo Teheran aveva smentito qualunque negoziato con Washington.
Secondo i mezzi d’informazione statunitensi e israeliani, Washington avrebbe proposto all’Iran un piano di pace in quindici punti.
Secondo tre fonti anonime citate dall’emittente israeliana Channel 12, gli Stati Uniti avrebbero proposto un cessate il fuoco di un mese affinché Teheran possa esaminare il piano.
Cinque dei quindici punti riguarderebbero il programma nucleare iraniano, e altri la fine del sostegno dell’Iran ai suoi alleati in Medio Oriente, tra cui Hezbollah in Libano. Sarebbe anche prevista la riapertura dello stretto di Hormuz.
In cambio l’Iran otterrebbe la revoca delle sanzioni internazionali e un sostegno per il suo programma nucleare civile. Si tratterebbe quindi di un’inversione di rotta rispetto a precedenti dichiarazioni di Trump che, all’inizio di marzo, esigeva la “resa incondizionata” di Teheran.
Intanto, il 25 marzo l’Iran ha affermato che “le navi non ostili possono attraversare in sicurezza lo stretto di Hormuz”, secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo).
Quasi il 20 per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto del mondo transita attraverso lo stretto, il cui blocco ha fatto impennare i prezzi del petrolio e causato difficoltà economiche globali.
Lo stesso giorno Teheran ha annunciato di aver lanciato dei missili contro la portaerei statunitense Uss Abraham Lincoln, che si trova attualmente nel golfo Persico, costringendola “a cambiare posizione”.
I Guardiani della rivoluzione, l’esercito ideologico dell’Iran, hanno riferito di aver lanciato attacchi contro il nord e il centro d’Israele, compresa la regione di Tel Aviv.
L’Iran, inoltre, ha preso di mira basi militari statunitensi in Kuwait, Giordania e Bahrein. In Kuwait un attacco con i droni ha incendiato un serbatoio di carburante all’aeroporto internazionale, secondo l’autorità locale per l’aviazione civile.
Israele ha invece condotto nuovi bombardamenti su Teheran e proseguito la sua offensiva, anche di terra, in Libano. Almeno nove persone sono state uccise durante la notte nei riad israeliani sul sud del Libano.
L’esercito israeliano ha inoltre ordinato agli abitanti di sette quartieri della periferia sud della capitale libanese Beirut, considerata una roccaforte di Hezbollah, di andarsene in previsione di nuovi attacchi.
Dall’inizio di marzo l’offensiva israeliana in Libano ha causato più di mille morti e più di un milione di sfollati.