La Tunisia mobilita l’Europa come mai prima d’ora. Non perché il paese nordafricano sia un modello politico – la sua regressione autoritaria sotto il presidente Kais Saied dovrebbe scoraggiare eventuali alleati – ma perché la sua stabilità desta la massima preoccupazione.

La visita a Tunisi, l’11 giugno 2023, della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accompagnata dalla presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni, al suo secondo viaggio nel paese in cinque giorni, e dal primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte, dimostra l’estrema importanza che la questione tunisina ha assunto all’interno dell’Unione europea.

“È indispensabile evitare il collasso economico e sociale della Tunisia”, aveva dichiarato alla fine di marzo Josep Borrell, l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione. Il 9 giugno l’agenzia di rating statunitense Fitch ha abbassato la valutazione della Tunisia da Ccc+ a Ccc- (alto rischio di default), rafforzando i timori sulla sua salute finanziaria e, potenzialmente, sui suoi equilibri sociali.

L’allarmismo di Borrell non era piaciuto alle autorità tunisine e Von der Leyen si è guardata bene dall’esprimersi in questi termini. La presidente della Commissione ha sottolineato di voler “investire nella stabilità e nella prosperità” della Tunisia nel corso di una “conferenza stampa” senza giornalisti, una prassi ormai consolidata nel paese di Saied, alla quale gli europei si sono adeguati senza battere ciglio.

Von der Leyen ha inoltre annunciato un “partenariato globale” tra la Tunisia e l’Unione europea su economia, energia, migrazione e formazione. “Abbiamo un’importante finestra di opportunità da qui alla fine del mese, quando si svolgerà il Consiglio europeo”, ha aggiunto Giorgia Meloni, che si è rallegrata del ruolo svolto dal suo governo nel portare l’attenzione di Bruxelles sulla Tunisia.

Il motivetto di Meloni

Sotto la pressione dell’Italia, molto preoccupata per l’aumento del numero di migranti che sbarcano in territorio italiano dalla Tunisia (26.555 nei primi cinque mesi dell’anno, cioè sette volte di più rispetto al 2022), l’Unione rivolge a Tunisi tutte le sue attenzioni. L’obiettivo è dare a Saied la fiducia necessaria per spingerlo ad accettare un prestito di 1,9 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale (Fmi), nonostante negli ultimi mesi il presidente tunisino abbia ripetutamente rifiutato di accettarne le condizioni – da lui definite “diktat stranieri” – in particolare quelle che impongono la cancellazione dei sussidi su alcuni beni di prima necessità.

In questo contesto Giorgia Meloni ha suonato “un motivetto”, come ha detto un diplomatico europeo, invitando i donatori a mostrare flessibilità e comprensione nei confronti della Tunisia. Se il piano dovesse essere approvato da Tunisi, l’Unione s’impegna a sbloccare circa novecento milioni di euro di sostegno finanziario.

“Nel frattempo proponiamo di fornire 150 milioni di euro per il bilancio”, ha precisato Von der Leyen. In realtà non c’è nulla di nuovo: la somma sarebbe infatti prelevata dal bilancio della politica di vicinato dell’Unione. A tutto questo si aggiungono le proposte per modernizzare l’accordo commerciale che lega la Tunisia ai 27 paesi dell’Ue, e il finanziamento e lo sviluppo di iniziative relative all’energia e alle nuove tecnologie. “Sono tutti progetti già in corso”, osserva un funzionario europeo.

L’accordo

Al centro delle preoccupazioni di Bruxelles c’è sempre la questione migratoria. La Commissione ha annunciato lo stanziamento di 105 milioni di euro per contrastare i trafficanti di esseri umani, e mettere i tunisini in condizione d’investire nel controllo delle frontiere marittime, in particolare nelle dotazioni della guardia costiera, nel salvataggio in mare, ma anche nel rimpatrio dei cittadini tunisini che si trovano in Europa senza documenti in regola o degli africani subsahariani che vivono in Tunisia verso il loro paese d’origine.

“Attualmente c’è una forte pressione interna alla Commissione sul tema della migrazione, con due questioni in gioco”, afferma un funzionario europeo. “Al Consiglio europeo del 29 e 30 giugno dovremo assolutamente presentare dei risultati sul tema”.

Il leader tunisino ha scelto con cura le parole da rivolgere ai partner europei

Che si tratti del patto “asilo e migrazione”, di cui due importanti testi sono stati adottati l’8 giugno dai ministri dell’interno dei ventisette stati membri, o delle misure stabilite per controllare meglio il flusso di migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale – da gennaio ad aprile 42.165 persone sono state individuate dall’agenzia Frontex su questa rotta, con un aumento del 292 per cento rispetto all’anno precedente – la Commissione vuole dimostrare che i suoi progetti stanno andando avanti.

Dopo l’adozione dei due regolamenti da parte del Consiglio, che l’Italia aveva a lungo bloccato, Von der Leyen ha annunciato una visita a sorpresa in Tunisia. “È un accordo: l’Italia sostiene il patto, la Commissione sostiene la visione dell’Italia sulla Tunisia”, spiega un diplomatico a Bruxelles. A suo avviso, “la linea di Meloni sulla Tunisia ha prevalso: bisogna finanziare il paese per evitarne il collasso e un’ondata migratoria”.

Di fronte a questo profluvio di denaro, e anche se spesso le somme in gioco erano già state promesse, c’è ancora molto scetticismo.

“È totalmente irrazionale”, afferma una fonte a Bruxelles. “Si segue questa politica per motivi elettorali e populisti. E questo nonostante il fatto che il problema sia ancora gestibile”. In sostanza, si rammarica questa fonte, “l’Europa sta passando da una cooperazione basata su valori come i diritti umani, la democrazia o il sostegno alle ong, a una cooperazione basata sulla semplice difesa dei nostri interessi. In Tunisia serve per controllare meglio le migrazioni. In altri paesi a garantire l’accesso all’energia o a materie prime strategiche”.

Come un poliziotto

Resta da vedere se Tunisi sarà in grado di soddisfare le aspettative europee. La concessione fatta dalla Commissione all’Italia, condizione dell’accordo dell’8 giugno sui migranti, riguarda la possibilità di rimpatriare le persone la cui domanda d’asilo è stata respinta in un “paese terzo sicuro”, la cui definizione è a discrezione di ogni singolo stato. Nel 2011 la Tunisia e l’Italia hanno firmato un accordo bilaterale che prevedeva il rimpatrio dei migranti tunisini nel loro paese. È probabile che il nuovo patto europeo richieda a Tunisi di accogliere i migranti che hanno semplicemente attraversato il paese, come gli ivoriani e i guineani, i principali gruppi nazionali sbarcati di recente a Lampedusa.

Il presidente Saied accetterà queste condizioni? “Ci rifiutiamo di permettere che il nostro paese si riduca al ruolo di mero poliziotto, che protegge scrupolosamente le frontiere di altri paesi”, ha dichiarato il 10 giugno a Sfax, la seconda città tunisina e principale snodo delle partenze verso l’Europa.

Durante una visita a sorpresa in quella città, il leader tunisino ha scelto con cura le parole da rivolgere ai partner europei. Ha incontrato un gruppo di africani subsahariani all’angolo di un mercato ed è stato visto con il bambino di una coppia di migranti. A un passante che gli chiedeva di liberare la Tunisia dagli stranieri, ha risposto: “No, sono nostri fratelli, ma il loro soggiorno dev’essere legale”.

Un discorso molto diverso da quello pronunciato il 21 febbraio scorso in cui si è scagliato contro le “orde di migranti illegali”, scatenando un’ondata di violenza, espulsioni e arresti contro gli africani subsahariani. Molti di loro sono fuggiti dalle ostilità. Imbarcandosi in direzione dell’Italia. ◆ adg

Gli autori di questo articolo sono Frédéric Bobin, Philippe Jacqué e Nissim Gasteli.

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Questo articolo è uscito sul numero 1516 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati