Negli ultimi mesi a New York sono arrivati centomila migranti. Parliamo di una città popolata da immigrati, accogliente verso gli immigrati e costruita dagli immigrati. Le persone nate all’estero rappresentano un terzo degli abitanti e gestiscono più della metà delle attività commerciali. Ma ora New York non riesce a trovare una sistemazione per i nuovi arrivati, che si ritrovano a vendere caramelle nella metropolitana, a dormire per le strade di midtown, a Manhattan, e a fare la fila per entrare nei centri per senzatetto. Le famiglie di migranti non hanno accesso alle scuole pubbliche, all’assistenza legale e ai servizi sanitari, e sono esposte al rischio di sfruttamento e violenza. È una crisi umanitaria in piena regola.

Le autorità municipali non sembrano avere soluzioni, come ha ammesso il sindaco Eric Adams: “Abbiamo raggiunto la capienza massima”, ha detto a luglio durante una conferenza stampa. “In città non c’è più posto”.

La risposta delle autorità è stata criticata sia da destra sia da sinistra. I repubblicani accusano il sindaco di aver sprecato risorse che avrebbe dovuto dedicare ai newyorchesi, mentre secondo i democratici Adams ha lasciato esplodere una catastrofe umanitaria per poi scaricare la colpa sul governo statale e su quello federale. Ma in un certo senso Adams ha ragione. A New York non c’è più posto. Non c’è per chi vuole costruire una famiglia, per chi vuole aprire un’attività, per gli artisti, per i pensionati. New York è piena da anni. La città ha un disperato e immediato bisogno di creare spazio, per i migranti come per tutti quelli che già ci vivono.

Dall’inizio della primavera sono arrivate decine di migliaia di persone, molte delle quali avevano bisogno di un alloggio provvisorio (che le autorità sono obbligate a fornire in base alla costituzione dello stato). Hanno riempito i centri di accoglienza, e quando lì non c’era più posto, sono state portate in alberghi, uffici e perfino in un magazzino aeroportuale e in una serie di parcheggi. Ma nemmeno questo è bastato. Molte continuano a dormire per strada, mentre altre si affollano in alloggi precari.

Secondo le associazioni che forniscono assistenza legale, molti migranti sarebbero potuti uscire dai centri d’accoglienza più rapidamente se le autorità comunali avessero gestito meglio gli aspetti burocratici. “Queste persone hanno necessità specifiche ma non ricevono le informazioni adeguate”, spiega Joshua Goldfein, della Legal aid society. Alcune hanno bisogno di una patente, altre di un permesso di lavoro o ancora di un biglietto per raggiungere un’altra città. Anche il governo statale e quello federale avrebbero potuto fare di più, ma il problema riguarda New York, e la crisi in corso è frutto di una più antica, quella della mancanza di alloggi.

Liberare risorse

Per accorgersi della gravità della situazione basta considerare il numero di case disponibili in affitto, che negli ultimi anni è sceso fino al 2 per cento. Lo stesso discorso vale per le dimensioni e i prezzi degli appartamenti in vendita o in affitto: a Manhattan l’affitto medio è di quattromila dollari al mese, mentre una casa in vendita a Brooklyn vale in media un milione. A tutto questo si aggiungono altri problemi: le difficoltà della classe media, la crisi demografica e l’aumento delle disuguaglianze. L’offerta di alloggi non ha tenuto il passo della domanda, penalizzando tutti tranne i più ricchi.

Da sapere
Flussi in aumento
Migranti identificati dopo essere entrati negli Stati Uniti dal Messico, migliaia (Fonte: Pew research center)

Le forze che alimentano la crisi dei migranti sono le stesse che spingono le famiglie verso i sobborghi e costringono i newyorkesi a lasciare appartamenti che ormai non sono più alla loro portata. I migranti non possono permettersi un alloggio per lo stesso motivo per cui il comune non riesce a ottenere i fondi per costruire nuove strutture: New York è piena.

Ma davvero non c’è spazio? E tutti quegli uffici rimasti vuoti? Il comune non potrebbe usarli per dare un posto a chi ne ha bisogno? In teoria sì, ma per trasformare i grattacieli di uffici in alloggi residenziali servono soldi e tempo.

Il sindaco ha dichiarato che la gestione del flusso di migranti potrebbe costare fino a dodici miliardi di dollari. Nel 2023 l’amministrazione comunale spenderà di più per questa crisi che per i parchi, il controllo degli incendi e la raccolta dei rifiuti messi insieme.

L’impennata dei prezzi delle case fa in modo che ogni problema diventi un problema di alloggio. Una persona senza dimora dipendente da sostanze ha bisogno prima di tutto di un posto dove stare. Un migrante che cerca assistenza legale ha bisogno prima di tutto di un tetto sopra la testa. L’aumento dei prezzi delle case, naturalmente, spinge milioni di persone vulnerabili sulla strada.

Secondo Gregg Colburn, professore del Washington’s college of built environments, “sul sistema di gestione dei senzatetto sono scaricati tutti i fallimenti causati da altri problemi”.

Ma è vero anche il contrario. Una riduzione dei prezzi delle case renderebbe più facile risolvere altri problemi. Gli alloggi a costi accessibili riducono il numero di senzatetto e permettono alle istituzioni che forniscono assistenza di fare di più con meno risorse. In questo modo gli avvocati possono occuparsi delle pratiche legate all’immigrazione, gli esperti di abusi di sostanze sono liberi di concentrarsi sulle dipendenze e gli psicologi possono affrontare i problemi legati alla salute mentale dei migranti. Per l’amministrazione comunale non sarà facile aiutarli, almeno fino a quando la disponibilità degli alloggi non aumenterà e i prezzi non scenderanno, o fino a quando il governo statale e quello federale non forniranno un aiuto più concreto. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1527 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati