Foto di alcune delle vittime del genocidio conservate nel museo della memoria a Kigali. Il museo è stato aperto nel 2004 in occasione del decimo anniversario dall’inizio del genocidio.

Sul genocidio del Ruanda ci sono ancora molte domande aperte

Foto di alcune delle vittime del genocidio conservate nel museo della memoria a Kigali. Il museo è stato aperto nel 2004 in occasione del decimo anniversario dall’inizio del genocidio.
03 aprile 2017 13:58

A distanza di 23 anni, la conoscenza del genocidio compiuto dagli estremisti hutu contro i tutsi – di cui sono state vittime anche numerosi tra i cosiddetti hutu moderati – non è ancora diventata patrimonio comune. Il trascorrere del tempo, in teoria, potrebbe avere una funzione positiva: l’enormità del massacro, la sua dinamica complicata, la storia precedente e le cronache successive, richiedono studi e analisi approfondite. Ma la sensazione è che il passare degli anni giochi contro la costruzione di una memoria collettiva di quel genocidio. La stessa giornata istituita dalle Nazioni Unite per ricordarne l’inizio, il 7 aprile, sembra appassionare sempre meno.

Inizialmente, mezzi d’informazione e leader mondiali raccontarono quel genocidio come lo scoppio di una violenza improvvisa e imprevedibile. Poi, nel novembre del 1995, il quotidiano belga De Morgen pubblicò estratti di un fax che Romeo Dallaire, capo dei caschi blu a Kigali, aveva mandato ai suoi capi all’Onu, la notte dell’11 gennaio 1994.

Da quel documento risultava chiaro che si stava preparando un massacro. Ma Dallaire, che si apprestava a requisire un deposito di armi, ricevette l’ordine di non fare nulla. Fu la prima di una lunga serie di decisioni vergognose. Dopo l’omicidio del presidente ruandese – l’hutu Juvénal Habyarimana, ucciso il 6 aprile 1994 – e le violenze che ne seguirono, Dallaire chiese rinforzi, ma il Consiglio di sicurezza rispose riducendo il contingente a sua disposizione da 2.500 a 270 caschi blu.

Lezioni che non vogliamo imparare
Nel 2004 ho intervistato Dallaire che mi ha parlato della crisi del Darfur, della guerra in Afghanistan, della lotta al terrorismo internazionale dopo gli attacchi dell’11 settembre. Era convinto che dal Ruanda arrivassero lezioni che, se applicate, avrebbero potuto prevenire anche le crisi peggiori. Per esempio, che finché non si controllerà il commercio delle armi, il mondo non sarà sicuro.

Credere che il genocidio in Ruanda sia stato eseguito a colpi di machete è in qualche modo rassicurante: hanno preso gli attrezzi dai loro capanni e si sono massacrati, cosa c’entriamo noi? Ma le cose non sono andate così. Nei tre anni precedenti il 1994, sotto gli occhi della Banca mondiale, il Ruanda – che è poco più grande della Sicilia – era stato, in termini assoluti, il terzo importatore d’armi di tutta l’Africa. Pure i machete erano arrivati dalla Cina in gran quantità, per essere distribuiti agli assassini. Altra lezione: finché non si affronterà davvero il problema della povertà e della fame nel mondo, si lascerà sempre spazio ai fomentatori d’odio.

Certo, sono ovvietà, di cui però i paesi più potenti del mondo, Italia inclusa, non tengono conto, continuando a vendere armi senza curarsi dell’uso che ne sarà fatto e destinando quote assolutamente insufficienti all’aiuto pubblico allo sviluppo.

Tra le lezioni meno ovvie c’è forse questa: in Ruanda l’Onu ha fallito, ma ha anche mostrato le sue potenzialità. Per la prima volta nella storia, un’organizzazione internazionale avrebbe potuto evitare un evento terribile come un genocidio. Era già sul campo, con un piano d’azione da implementare e che sarebbe stato efficace, se fossero arrivati i rinforzi. Ma i dirigenti dell’Onu e i responsabili dei paesi più potenti del mondo decisero di non mandarli, i rinforzi, nonostante ne servissero relativamente pochi (si parla di quattro-cinquemila soldati).

Le responsabilità cancellate
Se centinaia di migliaia di ruandesi sono stati lasciati morire la responsabilità è soprattutto di Boutros Boutros Ghali, Kofi Annan, Bill Clinton, Madeleine Albright, David Hannay. Quest’ultimo era l’ambasciatore britannico che convinse il Consiglio di sicurezza a non usare la parola “genocidio” per descrivere i fatti nel paese africano, scongiurando così l’intervento a difesa dei civili che sarebbe stato obbligatorio, ai sensi del diritto internazionale.

Eppure, nonostante il ruolo negativo che hanno avuto in una delle peggiori catastrofi della storia dell’umanità, tutte queste persone, a parte Boutros Ghali, hanno fatto carriera. Annan è diventato segretario generale dell’Onu; Hannay è stato consulente delle stesse Nazioni Unite fino al 2004; Madeleine Albright, da ambasciatrice al palazzo di vetro è stata promossa segretaria di stato.

Nel 2003, quando ormai la mole di documenti che testimoniano la premeditazione e l’evitabilità del massacro era enorme, Albright ribadì che non si era potuto fare nulla, che tutto era stato improvviso e inaspettato. Ma chi si è spinto più in là di tutti, nel costruire una propria verità di comodo sul genocidio del 1994, è la classe politica francese.

Cattiva memoria
Parigi ha le responsabilità più grandi, tra le potenze occidentali. È stata sempre a fianco del regime di Habyarimana e successivamente del governo in mano agli estremisti genocidi, senza alcune incertezza. Ha fornito armi, ha addestrato milizie, ha protetto la fuga dei peggiori criminali. E ha poi fomentato un velocissimo revisionismo. Nel novembre del 1994, rispondendo a un giornalista che lo intervistava sul genocidio il presidente francese François Mitterrand chiese: “Di quale genocidio parla? Di quello degli hutu contro i tutsi o di quello dei tutsi contro gli hutu?”.

Certo, sono tante le denunce di Amnesty international e Human rights watch nei confronti delle forze controllate da Paul Kagame, allora leader dei ribelli e oggi presidente del Ruanda. Ma equipararle al genocidio del 1994 è indecente.

I ruandesi in Italia
In Italia vivono alcune migliaia di ruandesi. La loro è un’immigrazione particolare, mi spiega Gemma Ukunda, che lavora all’ambasciata del Mali, facendo presente, peraltro, che non risulta nemmeno un ruandese nelle carceri italiane. Molti sono studenti, altri sono religiosi e altri ancora sono in Italia dall’epoca del genocidio, com’è il caso di Gemma, che nel 1994 era a Roma, con i suoi due bambini piccoli.

Ukunda mi dice che il nostro paese ricorda quel genocidio come una triste vicenda africana, uno scontro tribale, che ormai fa parte della storia. Aggiunge però che non se la sente di dare agli italiani un’eccessiva responsabilità: in Italia non ci sono rappresentanze istituzionali ruandesi, a parte alcuni consoli onorari. E anche se ogni anno, ai primi di aprile ci sono iniziative in ricordo di quel genocidio, senza il sostegno continuativo che potrebbe dare un’ambasciata, sostiene Ukunda, è difficile far conoscere in Italia la storia passata e la realtà odierna del Ruanda.

La lezione più importante
Nondimeno, credo che dovremmo riflettere di più sul ruolo dell’Italia in quei terribili giorni. Subito dopo l’uccisione del presidente Habyarimana, l’Italia fu tra i pochi paesi a inviare in Ruanda alcune centinaia di soldati, tra i migliori disponibili: dovevano portare via gli italiani. In questi anni, non ci siamo mai chiesti perché i nostri militari non abbiano affiancato i caschi blu nell’aiutarli a difendere tutti i civili e non solo quelli di pelle bianca.

Lo decise la classe politica, certamente, e la classe politica dovrebbe riflettere su questo. Ma più in generale, c’è un’ultima lezione che ancora non abbiamo imparato, in Italia e nel resto del mondo industrializzato. È la lezione scritta nel primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, ed è molto semplice: “Tutti gli esseri umani nascono uguali in dignità e diritti”.

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