Nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles, l’11 febbraio 2015.

In Belgio chi s’innamora di un migrante affronta molti ostacoli

Nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles, l’11 febbraio 2015.
14 febbraio 2017 14:24

“Che numero di scarpe porta la sua partner?”.

“Avete una lavastoviglie? Di che marca è?”.

“Ieri sera avete fatto l’amore? In che posizione?”.

Secondo lo stato belga, solo le coppie che si amano davvero rispondono senza esitazione a queste domande. Chi non lo fa suscita sospetti. Chi rifiuta di svelare dettagli della propria vita sessuale, anche. Queste sono alcune delle domande che la polizia può rivolgere alle coppie di cui deve verificare l’autenticità, coppie che desiderano sposarsi o unirsi civilmente e che condividono una stessa colpa: uno dei due partner è sans-papiers.

In Belgio come in altri paesi, lo stato non può vietare a due persone di sposarsi o di unirsi civilmente. Si tratta di un diritto fondamentale, che come tale “deve essere garantito a tutti in posizione di eguaglianza, come aspetto essenziale della dignità umana, senza irragionevoli discriminazioni”: così, per esempio, si esprimeva la corte costituzionale italiana in una sentenza del 2011, annullando una modifica introdotta nel codice civile dal pacchetto sicurezza del 2009 per impedire i matrimoni tra cittadini italiani e persone in soggiorno detto irregolare.

Prima tappa: il comune
Una volta consacrata l’unione, il partner senza documenti può regolarizzare la sua posizione attraverso il ricongiungimento familiare. È il motivo per cui molti stati non vedono di buon occhio queste unioni, come se fossero una falla in un sistema che condanna le persone sans-papiers a rimanere tali a vita. Ci sono due modi per chiudere la falla: inasprire le condizioni per ottenere il ricongiungimento familiare, cosa che il Belgio sta facendo da anni. E, a monte, cercare di impedire queste unioni dimostrando che il loro scopo è unicamente la regolarizzazione di una delle due persone. In Belgio, la lotta contro queste presunte unioni di comodo ha raggiunto una violenza e un’arbitrarietà che mettono a dura prova moltissime coppie.

“In municipio ho risposto per quattro interminabili ore alle domande di una persona pronta a giudicarmi ma non ad ascoltarmi. Quattro ore di ironia, di tensione, di pressioni psicologiche e di commenti sulla nostra vita, sulle nostre scelte, sulle nostre relazioni familiari. Mi sono sentita umiliata, per un unico motivo: sto con un ragazzo nero senza documenti”.

Questo è un passaggio di una lettera che Sandra* ha letto davanti al giudice chiamato a pronunciarsi sull’autenticità della sua storia d’amore. Entrando la prima volta in municipio per presentare la richiesta di cohabitation légale (unione civile) con il suo ragazzo Thomas*, Sandra non immaginava l’incubo nel quale si stavano infilando. Dal 1999 gli ufficiali di stato civile possono ritardare o rifiutare la celebrazione di un matrimonio o di una cohabitation légale in caso di sospetta unione di comodo, ma negli ultimi tempi, soprattutto in alcuni comuni e in alcune circoscrizioni di Bruxelles, la segnalazione alla procura parte quasi automaticamente se uno dei due partner è sprovvisto di un titolo di soggiorno.

In Belgio il caso più comune, secondo le autorità, è quello della donna che si fa abbindolare da un giovane e aitante straniero, senza documenti

Sandra era sospettata di essere vittima di un tentativo di mariage gris, di un tentativo di raggiro: lei era convinta di vivere da anni una storia d’amore con Thomas, ma in realtà lui la stava sfruttando per ottenere i documenti. È quello che le è stato ripetuto, esplicitamente, con cattiveria, durante quelle quattro ore di interrogatorio. Lei bianca, con i documenti e un lavoro. Lui nero, senza documenti né lavoro. È quanto è bastato all’impiegata del comune per raggiungere la sua conclusione.

In Italia si parla spesso di matrimonio di comodo in riferimento agli anziani che sposano le loro badanti, accusate però di ambire al patrimonio più che ai documenti. In Belgio invece il caso più comune, secondo le autorità, è quello della donna che si fa abbindolare da un giovane e aitante straniero, in soggiorno irregolare. È successo a Marie Bangoura, sedotta, sposata e abbandonata da un giovane senegalese. “Se non avessi avuto il carattere che ho, mi sarei uccisa”, ha dichiarato ai giornalisti con melodrammatica modestia.

Marie Bangoura non si è uccisa, ma non si è nemmeno detta che a tutti capita di essere ingenui e sfortunati in amore. Marie Bangoura ha deciso di vendicarsi, ha fondato una onlus chiamata Cœurs piégés (cuori in trappola) e ha lanciato una campagna a favore dell’inasprimento dei controlli e delle sanzioni contro i mariage gris. Pur di potersi considerare una vittima, ha riconosciuto allo stato il diritto di dichiararla sentimentalmente incapace di intendere e di volere. E ora centinaia di coppie in Belgio vivono un inferno.

Seconda tappa: il commissariato
Oltre al comune, anche la polizia è chiamata a indagare sugli innamorati sospetti. Stanno davvero insieme? E se il loro fosse un tentativo di mariage blanc, un’unione contratta solamente per consentire a uno dei due di ottenere i documenti? Magari dietro pagamento di una somma al finto partner, come raccontano i fratelli Dardenne nel film Il silenzio di Lorna.

“Eravamo a tavola con la mia madrina, una signora di una certa età, e suo marito. Era la prima volta che venivano a trovarci dall’Italia”, racconta Francesca, che vive a Bruxelles e dal 2009 sta con Mahamadou. “A un certo punto qualcuno bussa alla porta. Sono tre tizi in borghese. ‘Polizia’ .‘Potremmo vedere un tesserino?’, chiediamo. Per tutta risposta ci mostrano le pistole. La mia più grande preoccupazione era non far spaventare la mia madrina. I tre sono saliti a perquisire la nostra camera da letto e il nostro bagno. ‘Chi dorme sul lato sinistro del letto? E su quello destro? Perché ci sono tre spazzolini in bagno?’”. Per settimane, tutte le mattine, un tizio si è appostato davanti a casa loro. Doveva accertarsi che Mahamadou abitasse davvero lì.

La loro vita privata non ha più nulla di privato. È diventata un affare di stato

Anche Francesca e Mahamadou avevano presentato una richiesta di cohabitation légale. Come tutte le coppie, oltre all’interrogatorio in municipio hanno dovuto subirne uno in commissariato. I due partner sono sempre interrogati separatamente, quindi le risposte sono messe a confronto. Le coppie riferiscono di domande stupide, assurde, indiscrete. “Ieri sera avete fatto l’amore? In che posizione?”.

A questa domanda Amal ha rifiutato di rispondere. Madre separata di tre figli, nel 2012 ha conosciuto Youssef, che viveva in Belgio dal 2003 e che, pur lavorando, non era mai riuscito a regolarizzarsi. Nell’estate del 2014 Youssef è andato a vivere a casa di Amal. I due hanno celebrato un matrimonio religioso e hanno presentato in municipio la domanda di matrimonio civile. È scattata l’inchiesta. Tra gli elementi segnalati dal comune alla procura c’era la differenza di età: Amal ha sette anni più di Youssef. Non poteva essere vero amore.

Terza tappa: il tribunale, forse il Cie
In questo clima di persecuzione, la domanda di matrimonio o di cohabitation légale è generalmente respinta, con motivazioni stringate e superficiali. La coppia a quel punto fa ricorso e, se non l’ha già fatto, comincia a raccogliere prove che dimostrino l’autenticità del rapporto: fotografie, email, sms, biglietti di viaggi, testimonianze di amici. La loro vita privata non ha più nulla di privato. È diventata un affare di stato, e sarà lo stato a stabilire se la loro è davvero un storia d’amore e se hanno il diritto di portarla avanti.

Ma non è detto che arrivino insieme all’udienza in tribunale. Dal momento in cui la coppia si presenta in municipio, il partner senza documenti si espone. Può darsi che la sua situazione fosse già nota alle autorità, ma ora è finita sotto i riflettori. La persona in soggiorno irregolare può essere arrestata, espulsa, anche se c’è una procedura in corso, anche se sta aspettando la decisione del tribunale.

La polizia agisce in modo autonomo, e lo fa tirando fuori l’artiglieria pesante. Il 2 giugno 2015 ci sono state due retate, una nella zona ovest di Bruxelles, l’altra a Lovanio. Gli agenti si sono presentati all’alba, tirando giù dal letto le coppie, in certi casi anche i bambini, terrorizzati. Approfittando della sorpresa e dello spavento hanno portato via gli uomini, tutti con una procedura in corso, e li hanno portati nel centro di identificazione ed espulsione 127bis, vicino all’aeroporto di Bruxelles. Tra loro c’era Youssef. È stato liberato il 23 luglio, quando il tribunale ha stabilito che il comune non aveva motivo di opporsi al suo matrimonio con Amal.

Come possiamo ammettere che la procura sia distolta dal suo ruolo originario – perseguire i reati – per indagare sulla sincerità di un amore?

Anche da Thomas e Sandra si sono presentati presto, per essere sicuri di sorprenderli a letto. “Erano in cinque, se lo sono portato via come se fosse un criminale”, racconta Sandra. Per ore non ha più avuto notizie del suo ragazzo, il cellulare era staccato. In commissariato hanno rifiutato di dirle dove si trovava: “Lei non è la moglie, non ha il diritto di sapere nulla”, le hanno detto.

Finalmente Thomas l’ha chiamata. Dopo averlo trattenuto, interrogato e perquisito, l’hanno lasciato andare. “Controllo di routine”, hanno spiegato, consegnandogli un ordine di lasciare il territorio. Succedeva la settimana scorsa. Tra pochi giorni il tribunale dovrebbe pronunciarsi sul ricorso contro il rifiuto della cohabitation légale.

A volte la polizia entra in casa delle persone senza il loro consenso e senza mandato, dichiarando il falso nel verbale per occultare la violazione di domicilio (per esempio sostiene che la persona è stata fermata nell’androne del palazzo, oppure che ha aperto la porta di casa). E a volte la detenzione si conclude con un’espulsione. La coppia, stremata, preferisce lasciare il Belgio e trasferirsi, stabilmente o temporaneamente, nel paese di origine del partner senza documenti.

Forti come Richard e Mildred Loving
Non tutte le coppie sopravvivono a un’esperienza così dura. C’è chi si lascia, ma c’è anche chi ha deciso di unire le forze, creando un gruppo chiamato Amoureux, vos papiers! (un’allusione al brano di Léo Ferré Poètes, vos papiers!). L’iniziativa è nata dall’incontro tra alcuni attivisti e un gruppo di donne che andavano a trovare al 127bis i loro compagni, arrestati nelle retate di giugno del 2015. Da allora il gruppo cresce, lentamente. Ogni primo sabato del mese organizza un incontro aperto a tutte le coppie e alle persone che hanno domande o dubbi sull’argomento, o magari solo voglia di sfogarsi e di sentirsi capite da chi vive lo stesso incubo.

Oggi, in occasione di San Valentino, Amoureux, vos papiers! organizzerà un’azione di sensibilizzazione nel centro di Bruxelles, e a giugno parteciperà all’edizione europea del Loving day, una giornata nata negli Stati Uniti per celebrare le coppie miste. Il nome rende omaggio a Richard e Mildred Loving, una coppia che negli anni sessanta vinse un’importante battaglia legale contro la stato della Virginia, dove i matrimoni interrazziali erano illegali. Il 12 giugno 1967 la corte suprema diede ragione a Richard e Mildred e la sentenza Loving contro la Virginia portò all’abolizione di tutte le leggi che ancora vietavano i matrimoni interrazziali in sedici stati americani (la vicenda è raccontata in un film del 2016 diretto da Jeff Nichols, Loving, che in Italia uscirà il 16 marzo).

In Europa il Loving day è coordinato dall’European network for binational-bicultural couples & families, una rete di associazioni di cui fanno parte anche l’Associazione italiana famiglie e coppie miste e il movimento francese Amoureux au ban public, con cui collaborano gli Amoureux belgi.

“Al di là del dramma umano”, si chiede l’avvocata belga Selma Benkhelifa, “come possiamo ammettere che la procura sia distolta dal suo ruolo originario – perseguire i reati – per indagare sulla sincerità di un amore? Quella stessa procura di cui ci viene spesso detto che è sotto organico e non può occuparsi degli evasori fiscali e di altri criminali dai colletti bianchi, che sfuggono sempre alla giustizia. C’è da augurarsi che la smetta di perdere il suo tempo a dare la caccia ai finti amori e che affronti piuttosto i problemi reali della nostra società”.

* I nomi sono di fantasia

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Francesco Boille