Una famiglia di profughi siriani si prepara a partire per Madrid dall’aeroporto di Atene, il 26 settembre 2016.
  • 06 Mar 2017 11.46

Il magistrato italiano che difende il diritto d’asilo dei profughi siriani

06 marzo 2017 11:46

Non avrei mai pensato di emozionarmi leggendo un parere legale, ma è successo, e non solo a me, grazie a Paolo Mengozzi, avvocato generale alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Mengozzi è stato chiamato a esprimersi su un caso che coinvolge una famiglia siriana (padre, madre e tre bambini) e il governo belga, caso che potrebbe segnare una svolta – una volta tanto positiva – nel campo delle politiche di asilo europee. Tutto dipenderà dalla Corte, la cui sentenza è attesa per il 7 marzo. Se seguirà il ragionamento dell’avvocato generale, non solo il Belgio ma tutti gli stati europei avranno l’obbligo di offrire ai siriani che ne faranno richiesta una via legale di accesso al territorio dell’Unione.

La storia risale all’ottobre del 2016, quando la famiglia ha presentato presso il consolato belga in Libano una domanda di visto umanitario per poter raggiungere in modo legale e sicuro il Belgio e chiedervi l’asilo, domanda che le autorità belghe hanno prontamente respinto. La famiglia ha fatto ricorso al Conseil du contentieux des étrangers (Cce, commissione belga per il contenzioso in materia di stranieri), che in quello stesso periodo era impelagato in una vicenda simile. Theo Francken, segretario di stato per le politiche di immigrazione e di asilo, aveva infatti appena rifiutato di rilasciare un visto umanitario a un’altra famiglia siriana, nonostante il Cce glielo avesse imposto a tre riprese.

Dall’irritazione alla rabbia
Nei mesi scorsi questo secondo caso ha scatenato un’enorme polemica, anche perché, quando la corte di appello di Bruxelles ha confermato la decisione del Cce, condannando lo stato belga a versare mille euro per ogni giorno di ritardo e per ogni membro della famiglia, Francken non solo non ha rilasciato i visti ma si è rifiutato di pagare. A dicembre il suo partito, l’N-Va (Alleanza neofiamminga), ha alzato i toni lanciando una campagna contro “i giudici attivisti”, accusati di voler “aprire le frontiere” e di vivere “scollegati dalla realtà”.

In questo clima rovente, il Cce ha preferito non gettare anche l’altra famiglia siriana in pasto a Francken e si è rivolto alla Corte di giustizia dell’Unione europea, chiedendo come dovessero essere interpretate le norme europee che regolano il rilascio dei visti umanitari. Data l’importanza del caso, la Corte ha deciso di sottoporlo all’esame di tutti e quindici i suoi giudici e di ricorrere al procedimento pregiudiziale d’urgenza. Il 30 gennaio si è svolta un’udienza pubblica, nel corso della quale lo stato belga, sostenuto dai rappresentanti di altri tredici governi europei e dalla Commissione europea, ha difeso la sua posizione davanti al collegio giudicante e all’avvocato generale Paolo Mengozzi.

“L’avvocato generale”, si legge nel trattato che istituisce la Comunità europea, “ha l’ufficio di presentare pubblicamente, con assoluta imparzialità e in piena indipendenza, conclusioni motivate sugli affari sottoposti alla Corte di giustizia, per assistere quest’ultima nell’adempimento della sua missione”. I suoi pareri non sono vincolanti, ma secondo un recente studio la Corte li segue in quasi il 70 per cento dei casi.

Lo stato belga ha consapevolmente esposto la famiglia al rischio di subire dei trattamenti inumani

Il 7 febbraio Paolo Mengozzi ha presentato le sue conclusioni. Con un’argomentazione stringente e al tempo stesso appassionata, ha dato ragione alla famiglia siriana, respingendo tutte le obiezioni delle autorità belghe. Sì, la Corte di giustizia dell’Unione europea è competente a pronunciarsi sul caso (il governo belga sperava di cavarsela sostenendo il contrario), e no, il codice comunitario dei visti non si limita a dare agli stati membri la possibilità di concedere, in via eccezionale, un visto per motivi umanitari a persone che altrimenti non avrebbero il diritto di accedere al territorio dell’Unione europea.

Non si tratta di una “semplice facoltà”, osserva Mengozzi, ma, in alcuni casi, di un obbligo, perché quando attuano il diritto dell’Unione europea (per esempio, applicando il codice dei visti), gli stati membri sono tenuti a rispettare anche la carta dei diritti fondamentali. E la carta dei diritti fondamentali non solo vieta agli stati membri di infliggere trattamenti inumani o degradanti, ma impone loro di “prendere delle misure ragionevoli”, scrive Mengozzi, per impedire che delle persone subiscano simili trattamenti.

“In altre parole”, spiega l’avvocato generale, “per rimanere nei limiti del proprio margine di discrezionalità, lo stato membro sollecitato deve giungere alla conclusione che”, negando un visto a chi ne ha fatto richiesta, “non viola i diritti enunciati nella carta”. Fin dall’inizio delle sue conclusioni Mengozzi lascia trapelare l’irritazione del giurista che vede i diritti fondamentali calpestati dai governi europei come fossero diritti minori e quindi facoltativi (mentre sono “concreti ed effettivi”, sottolinea, non “teorici o illusori”). E quando passa a esaminare il caso specifico e le scuse addotte dal governo belga per respingere la richiesta della famiglia siriana, la sua irritazione trabocca mutandosi in rabbia.

“In effetti, per essere perfettamente chiaro, di quali alternative disponevano” padre, madre e tre bambini? “Restare in Siria? Inconcepibile. Affidarsi a dei trafficanti senza scrupoli rischiando la vita per tentare di approdare in Italia o di raggiungere la Grecia? Intollerabile. Rassegnarsi a diventare dei rifugiati illegali in Libano, senza nessuna prospettiva di ottenere una protezione internazionale, correndo perfino il rischio di essere respinti verso la Siria? Inammissibile”.

Lo stato belga non poteva non saperlo, osserva Mengozzi, ed è quindi consapevolmente che ha esposto la famiglia al rischio di subire dei trattamenti inumani, “privandola di una via legale per esercitare il suo diritto di sollecitare una protezione internazionale” in Europa.

Un contrasto concreto ai trafficanti
Mengozzi coglie l’occasione per sottolineare che, offrendo una via legale di accesso “in determinate circostanze”, si contrastano “le reti criminali di traffico e di tratta dei migranti”, prima di concludere, rivolgendosi alla Corte: “Indignarsi è lodevole e salutare. Nella presente causa, la Corte ha tuttavia l’occasione di spingersi oltre, come la invito a fare, consacrando la via legale di accesso alla protezione internazionale che risulta dall’articolo 25” del codice dei visti. “Non mi si fraintenda: non è perché lo detta l’emozione, ma perché lo comanda il diritto dell’Unione”. Se avessi Mengozzi qui davanti a me, lo abbraccerei. E non è un caso che questo appello a rispettare i valori e il diritto su cui si fonda l’Unione arrivi da una persona nata nel 1938, una persona che, a differenza di Francken e di tanti altri attuali leader europei, ha conosciuto l’Europa in guerra, l’Europa delle stragi di civili e dei profughi.

La Corte potrebbe scegliere una posizione di compromesso e sarebbe una sconfitta per quel che rimane del diritto d’asilo in Europa

Il 7 marzo la Corte si pronuncerà. Sposerà la posizione del suo avvocato generale, richiamando all’ordine gli stati membri, che hanno sempre considerato i visti umanitari un privilegio da concedere a pochi e in modo arbitrario? O se ne discosterà, avallando la spietatezza e la malafede dei governi europei e indebolendo ancor di più uno dei pochi strumenti al servizio della protezione internazionale?

Uno strumento peraltro minacciato dalla riforma del codice comunitario dei visti, avviata nel 2014 dalla Commissione e attualmente bloccata proprio dallo scontro interistituzionale sulla questione dei visti umanitari: il parlamento esige che ne sia semplificata la procedura di rilascio, Commissione e Consiglio vorrebbero vederli sparire dal testo legislativo.

Tra la posizione di Mengozzi e quella dello stato belga, la Corte potrebbe sceglierne una terza, di compromesso. Sarebbe comunque una sconfitta per quel che rimane del diritto di asilo in Europa. Il diritto, come la musica, vive di interpretazioni, ma alcuni interpreti sono più influenti di altri. Pronunciandosi su questo caso, la Corte non darà solo la sua lettura di alcuni articoli del codice dei visti. Con la sua sentenza, premierà o sanzionerà il comportamento dei governi europei e chiarirà se i diritti fondamentali devono essere considerati “concreti ed effettivi”, come scrive Mengozzi, o solo un’illusione.

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