Alexander Van der Bellen e Norbert Hofer prima di un dibattito televisivo, Vienna, il 27 novembre 2016.
  • 02 Dic 2016 13.33

L’Austria al voto tiene l’Europa con il fiato sospeso

Gerhard Mumelter
02 dicembre 2016 13:33

Con quasi un anno di durata, è la più lunga campagna elettorale che l’Austria ricordi. Il duello tra il candidato dei Verdi, Alexander Van der Bellen, e il suo avversario di destra, Norbert Hofer, che si contendono la presidenza della repubblica federale, si è trasformato in una corsa a ostacoli. Ha già causato un terremoto politico, costringendo alle dimissioni il cancelliere Werner Faymann e destabilizzando socialdemocratici e popolari, al governo dal dopoguerra. Ora rischia di allungare la sua ombra sull’Unione europea.

La maratona è cominciata in primavera, quando i due politici sono risultati i vincitori del primo turno delle presidenziali, passando così al ballottaggio per la successione a Heinz Fischer, il capo dello stato uscente. Dopo settimane di comizi e accesi dibattiti in tv, il 1 giugno Van der Bellen era stato proclamato presidente della repubblica con uno scarto di soli trentamila voti. Poi il primo colpo di scena: il Partito della libertà (Fpö) di Hofer aveva impugnato il risultato per presunte irregolarità durante gli scrutini. Il 1 luglio, a sorpresa, la corte costituzionale di Vienna aveva annullato le elezioni, ordinando la loro ripetizione per una serie di irregolarità formali negli scrutini, escludendo però ogni ipotesi di brogli. Il nuovo ballottaggio era stato fissato per il 2 ottobre.

Le cause del rinvio
Ma pochi giorni prima di quella data, il governo è stato costretto a un nuovo rinvio, causato da un imprevisto problema tecnico: la qualità della colla sulle buste usate per il voto per corrispondenza era così scadente che rischiavano di aprirsi dopo poche ore, creando nuove opportunità di contestare il voto. Per risolvere il problema il parlamento ha varato una legge d’emergenza che ha permesso di rinviare le elezioni per motivi tecnici. L’imbarazzo era tangibile, l’Austria rischiava una figuraccia da repubblica delle banane. Dopo veloci consultazioni si è deciso di spostare il ballottaggio al 4 dicembre, lo stesso giorno del referendum nella vicina Italia. La campagna elettorale, già ferma nei mesi estivi, si è nuovamente bloccata per alcune settimane, per poi ripartire a ritmo notevolmente rallentato. Ma tra i due avversari è ancora un testa a testa e sicuramente anche stavolta sarà decisivo il voto per corrispondenza, molto diffuso tra gli elettori dei Verdi.

Nel frattempo il ministero dell’interno ha distribuito agli uffici elettorali un opuscolo con norme rigidissime per gli scrutini. Per assurdo, sono proprio queste regole ad aumentare i rischi di un possibile nuovo annullamento. Una delle norme prevede il divieto assoluto di pubblicare risultati parziali prima della chiusura definitiva dei seggi. Ma nei land austriaci le elezioni non finiscono alla stessa ora. Nella regione occidentale del Vorarlberg i seggi chiudono alle 13, a Vienna e in altre regioni alle 17. Se nel pomeriggio una radio o un sito dovesse pubblicare qualche risultato parziale dei seggi già scrutinati, si rischierebbe un nuovo, clamoroso motivo di annullamento.

La domenica delle elezioni non si saprà chi ha vinto. I voti per corrispondenza potranno essere scrutinati solo dalle nove di lunedì mattina. Le buste non potranno essere aperte prima. Inoltre nessun estraneo potrà entrare nei seggi, neanche i fotografi che accompagnano il cancelliere o i presidenti dei land per le foto di rito. Neanche un barista per portare il caffè agli scrutatori. Nel caso di un alto numero di voti contestati, l’annuncio dei risultati potrebbe slittare a martedì.

I candidati alla ricerca di sostegno internazionale
Per non irritare ulteriormente gli elettori, stanchi della gara interminabile, a novembre la campagna elettorale ha ripreso con toni sommessi. La tv austriaca Orf parla di un “duello con i bastoncini di ovatta”, nel quale i due rivali ripetono per l’ennesima volta i loro punti di vista sulle questioni più importanti. Per questo i confronti televisivi sono risultati abbastanza noiosi.

Van der Bellen è alla ricerca di sostegno internazionale. A una recente serata in suo onore hanno partecipato anche Romano Prodi e l’ex presidente polacco Aleksander Kwaśniewski . Inoltre il candidato dei Verdi gode dell’appoggio incondizionato dell’associazione degli industriali e di molti artisti, attori e intellettuali. Hofer, invece, cerca solidarietà all’est. Ha incontrato il presidente ungherese Viktor Orbán, quello ceco Miloš Zeman e quello serbo Tomislav Nikolić, proponendogli un’alleanza di ex paesi della monarchia austroungarica per “contrastare il dominio di Bruxelles, Parigi e Berlino”.

L’economista Van der Bellen, nato nel 1944 a Vienna da madre estone e padre russo, è cresciuto nella valle tirolese del Kaunertal, confinante con la val Venosta. Pur non amando i bagni di folla, ora porta la tradizionale giacca di loden e partecipa alle feste popolari parlando del valore della heimat. Il suo avversario Hofer, originario della Stiria, a 45 anni sogna di diventare il primo e più giovane presidente della destra populista nell’Europa occidentale.

Van der Bellen può contare sul voto degli abitanti delle grandi città e dei laureati, il suo rivale raccoglie consensi in campagna e fra gli operai

I due antagonisti rappresentano un paese profondamente diviso: mentre Van der Bellen può contare sul voto degli abitanti delle grandi città e dei laureati, il suo rivale raccoglie consensi in campagna e fra gli operai. Hofer ama mischiarsi con la folla, ha fatto entrare le telecamere a casa sua e nella stanza di sua figlia tredicenne. Accantonato un po’ il problema dei migranti, negli ultimi tempi il dibattito politico si è concentrato di più sul ruolo dell’Unione europea, criticata aspramente da Hofer.

Unico highlight dell’eterna campagna elettorale è stato l’appello di una sopravvissuta di Auschwitz, pubblicato sul sito di Van der Bellen, che in pochi giorni ha ricevuto tre milioni di clic. Con parole semplici e commoventi Gertrude, 89 anni, mette in guardia da razzismo e populismo. Il 1 dicembre, nell’ultimo confronto televisivo, Hofer ha tentato di tutto per screditare l’avversario, accusandolo di essere stato comunista, massone e addirittura una spia dell’est. Van der Bellen ha respinto le accuse come “bugie spudorate”. Dopo questo duello al calor bianco, la parola spetta agli elettori. Molto importante sarà il voto degli indecisi, che secondo i sondaggi sono il 10 per cento, in gran parte elettori dei popolari.

Un ruolo inusuale per Van der Bellen
L’ex leader dei Verdi e professore universitario in queste elezioni ha un ruolo inusuale. Abituato per anni a stare all’opposizione, ora si ritrova come candidato dell’establishment, dell’élite, degli industriali e dell’intellighenzia. Per una vita ha lottato per il cambiamento, ora s’impegna per lo status quo, per l’Unione europea, per il mantenimento delle regole di Schengen, per l’accoglienza e l’integrazione.

Mentre molti socialdemocratici sostengono Van der Bellen, i popolari, fatta eccezione per alcuni esponenti più noti e alcuni ex ministri, mantengono una posizione neutra. Il loro capogruppo, Reinhold Lopatka, ha espresso la sua preferenza per Hofer, ma questo ha scatenato aspre polemiche nel partito cattolico. Per opportunismo politico nessuno dei due grandi partiti ha il coraggio di sostenere ufficialmente Van der Bellen. Il motivo è chiaro: alle prossime elezioni legislative nessuna formazione potrà strappare la vittoria al partito di Hofer, che nei sondaggi è nettamente in testa con il 34 per cento. Per governare avrà bisogno di un partner. E, tra i due partiti tradizionali, la Fpö sceglierà quello che non ha messo i bastoni tra le ruote al suo candidato. Cioè quello più opportunista.

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