Una scena di Quo vado?
  • 11 Gen 2016 14.02

L’Italia malinconica e meschina di Checco Zalone

Goffredo Fofi
11 gennaio 2016 14:02

Le feste sono finite, con la loro scarsa euforia da anni bigi. Si diceva una volta: “Per i santi Innocentini, finite le feste, finiti i quattrini”. E finita è anche la povera corsa delle famigliole al cinema, che ha premiato stavolta una puccia pugliese invece del solito panettone berlusconiano.

È un segno buono, perché Quo vado? di Gennaro Nunziante, costruito su misura per Checco Zalone al secolo Luca Medici, è un film significativo, che si riallaccia idealmente – anche se in tempi e con energie diverse – alla grande stagione della commedia all’italiana. Lo pseudonimo che Luca Medici ha scelto per il suo personaggio sta, mi dicono gli amici baresi, per “che cozzalone!”, che grossa cozza, insomma che tamarro. L’autoironia è sempre lodevole, anche perché è molto rara in un paese dove tutti sono sempre pronti a ridere degli altri e mai di se stessi.

Il film l’hanno visto milioni di persone, e non è dunque interessante raccontarlo, mentre può esserlo constatare che: l’attore è bravo ma monocorde, non una maschera ma volto – tendente al malinconico – di una persona comune, di uno di noi, né particolarmente sveglio né particolarmente sciocco, e comune anche nel modo di affrontare la vita quotidiana e i suoi dilemmi, da vile e furbetto e non da coraggioso, insomma “uno uguale a noi” come ha ben capito il pubblico; la regia è incerta e generica; infine, e soprattutto, oltre all’interprete Zalone il punto di forza del film è la sua sceneggiatura, sono le osservazioni e le idee che Gennaro Nunziante, sceneggiatore e regista, vi ha seminato, idee abbastanza chiare e giudizi abbastanza precisi sugli uomini comuni della nostra comune Italia.

Mammismo e ossessione del posto fisso sono i temi centrali del film di Gennaro Nunziante e Checco Zalone

Molti anni fa, in Puglia, poteva capitare di vedere, nel momento trionfale delle tv locali, una trasmissione comica a puntate di cui l’autore, l’ho scoperto di recente, era Gennaro Nunziante: molto trash, molto comica, molto irridente verso la comunità barese e per estensione pugliese. Senza l’esasperazione barocca e infine funerea dei contemporanei palermitani Ciprì e Maresco e senza la loro prepotenza autoriale (che distanza, da Palermo a Bari! È sempre Italia e sempre Mediterraneo, ma è un’altra Italia e un altro Mediterraneo, un’altra storia e cultura perfino oggi).

La connotazione regionale o locale è sempre stata molto importante nel cinema italiano e in particolare in quello comico e di commedia, e abbandonato il dialetto e il trash, la Puglia resta nel film uno sfondo importante, anche se da Bari si va direttamente fino al polo Nord e all’Africa equatoriale, e questo giustifica i “ritardi” del protagonista in fatto di mammismo e di ossessione del posto fisso, che sono poi i temi centrali del film: un maschio costretto oggi a liberarsi della mamma o a limitarne l’influenza per poter stare nella postmodernità e a liberarsi ugualmente dell’ossessione del posto fisso. Un maschio precario affettivamente quanto economicamente.

Il posto fisso preferibilmente statale – perché, si diceva una volta, “lo stato non fallisce mai” – è infatti l’altro puntello della fragile identità del protagonista. Il film (Nunziante) ci dice dunque di due ritardi culturali, ed è esplicitamente “fuori tempo”: a non essere ancora morta, sussurra la canzoncina finale, è la prima repubblica, quella dei miti della crescita economica, con i quali un’antropologia invero primaria, familista e tutt’al più corporativa, poteva scendere tranquillamente a patti. I ventenni di oggi, pugliesi e di ogni altra regione, non hanno modo di potersi riconoscere nel secondo puntello, il posto fisso, e certamente anche la mamma ha meno peso nel loro affacciarsi al disastro che è il mondo. Forse neanche i trentenni. Ma certamente i quarantenni sono per gran parte ancora zaloniani.

Commedia all’italiana, dunque, nella scia di Age e Scarpelli, e con una maggiore adesione e simpatia per il personaggio, che non è aggressivo e a volte un po’ viscido come il Sordi degli anni cinquanta, ma più bonaccione e passivo (e certamente è meno maschilista nel confronto con personaggi femminili autonomi e decisi). Quo vado? non ha la vitalità comica di quei film, perché, credo, la funzione “educativa” e civile di cui gli Age e gli Scalpelli e i loro registi e attori erano portatori – il compito che si davano di svegliare, da minoranza più cosciente, una stragrande maggioranza – oggi nessuno vuole più assumersela, e quelli che dicono di farlo fanno finta (i denunciatori di professione, esempi perfetti di ipocrisia giornalistica e intellettuale).

È un personaggio malinconico, il nostro Checco, perché malinconica e spuntata, e pur sempre passiva e dunque meschina, è la sua condizione di incertezza, la dubbiosità del suo futuro. Malinconica, spuntata, passiva, meschina è a ben vedere l’Italia.

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