Il mare di Ross, in Antartide, 2012.
  • 18 Ott 2016 09.55

Servono aree marine protette per salvare i pesci e l’ecosistema

Gwynne Dyer
18 ottobre 2016 09:55

Viva la sostenibilità! La pesca commerciale del merluzzo dell’Antartico è permessa nel mare di Ross solo a patto che per i prossimi 35 anni la biomassa dello stock riproduttivo (il peso totale di tutti i pesci adulti e fertili) rimanga almeno alla metà dei suoi livelli precedenti. E in nessun momento, in quei 35 anni, le biomasse riproduttive potranno scendere del 20 per cento al di sotto dei livelli presfruttamento.

Sembra una cosa piuttosto prudente e ragionevole. Quale migliore garanzia si potrebbe chiedere per la futura salute delle riserve di merluzzo? Be’, potrebbe essere utile sapere dove i merluzzi depongono effettivamente le uova (ma non si può, questo è certo. E sicuramente non nel mare di Ross). E anche sapere dove e quanto spesso si recano a deporre le uova da adulti, poiché non maturano sessualmente fino ai 15 anni circa e possono vivere fino ai cinquanta.

Non preoccupatevi. Ipotizziamo che la pesca totale consentita sia di tremila tonnellate all’anno, e vediamo come vanno le cose. Stiamo parlando di pesci grossi, che crescono lentamente, lunghi circa due metri e che pesano fino a 150 chilogrammi da adulti: tremila tonnellate sono circa trentamila esemplari. Potrebbe essere una stima corretta, ma non conosciamo esattamente neanche il loro numero.

Un ecosistema complesso
In realtà non sappiamo molto neanche delle foche, pinguini e orche marine che sono i principali predatori del mare di Ross. Lo stesso vale per il pesciolino d’argento e il krill antartico che sono in fondo alla catena alimentare. Si tratta di un ecosistema complesso, e abbiamo appena cominciato a studiarlo.

Se ci fosse un’altra decina di aree oceaniche ancora al riparo dalle interferenze umane, il fatto di correre alcuni rischi qui non sarebbe poi così grave. Ma il mare di Ross è l’ultima di queste aree: in questo milione e mezzo di chilometri quadrati al largo delle coste atlantiche, senza inquinamento e dove la pesca è cominciata nel 1996, l’ecosistema locale è ancora più o meno intatto.

Per questo negli ultimi cinque anni è stata avanzata, presso la Commissione per la conservazione delle risorse marine antartiche (Ccamlr), la proposta di rendere il mare di Ross un’Area marina protetta (Mpa).

Ci troveremo di fronte a un grosso problema quando si esauriranno anche le nuove aree di sfruttamento

La Nuova Zelanda è il territorio abitato più vicino, e tre aziende ittiche neozelandesi catturano la metà del merluzzo pescato qui. Eppure è stato il governo neozelandese, d’accordo con gli Stati Uniti, a prendere l’iniziativa di designare il mare di Ross come una Mpa, all’interno della quale circa i due terzi (un milione di metri quadri) sarebbero una zona vietata alla pesca.

Ventitré dei 25 membri della Ccamlr hanno sostenuto questa proposta in ognuno degli incontri di ottobre degli ultimi cinque anni, ma l’organizzazione funziona solo all’unanimità. Ogni componente deve essere d’accordo, e la Cina e la Russia si sono opposte. Lo scorso ottobre, però, la Cina ha cambiato idea sostenendo la proposta, mentre i russi hanno quantomeno accettato di effettuare dei colloqui intermedi prima dell’incontro di quest’anno.

Tutti sanno che il quadro generale è fosco. Nessuno trae consolazione dalle ultime statistiche dell’agenzia delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (Fao), secondo le quali il pescato globale totale è sceso dagli 86 milioni di tonnellate del 1996 ai 77 milioni di tonnellate del 2010, un calo dell’11 per cento in 14 anni.

Le statistiche della Fao sono molto vecchie e se la tendenza si è mantenuta dopo il 2010 è probabile che il pescato totale sia sceso oggi intorno ai 73 milioni. Ma questo declino, già all’apparenza lento, potrebbe essere fuorviante, perché con il calo delle vecchie riserve, le flotte di pescherecci hanno cominciato a operare nei lontani mari del sud dove gli stock erano rimasti intatti fino a poco tempo fa.

Se le statistiche globali sulla pesca appaiono ancora piuttosto buone solo perché le flotte di pescherecci si muovono verso nuove aree, mano a mano che le vecchie riserve si esauriscono, allora ci troveremo di fronte a un grosso problema quando si esauriranno anche le nuove aree di sfruttamento. Ed è probabile che non manchi molto a quel momento.

Una delle cose positive delle creature marine, tuttavia, è che la maggior parte di loro si riproduce molto velocemente. Datele un decennio o due senza pesca, e il loro ripopolamento sarà spettacolare. Ciò di cui la vita marina ha davvero bisogno, quindi, sono delle Aree marine protette che comprendano tra il 10 e il 20 per cento della superficie totale degli oceani.

Attualmente solo il 2 per cento circa degli oceani è composto da Mpa, perlopiù in aree non importanti per il settore della pesca commerciale. E solo metà di tale superficie è rappresentata da riserve dove la pesca è severamente vietata e che possono fungere da vivai per il recupero di tutti gli ecosistemi danneggiati.

Trasformare il mare di Ross in una Mpa non risolverà tutti i danni già fatti, ma è molto importante dal punto di vista scientifico. E ancora di più da quello politico, poiché la cooperazione internazionale sul tema potrebbe portare a un’azione comune molto più forte per il salvataggio della biosfera.

Il vertice della Ccamlr di quest’anno è cominciato a Hobart, in Tasmania (Australia), il 17 ottobre. I russi non sono neanche uno dei principali attori della pesca nel mare di Ross. Stavolta c’è almeno una possibilità che possano fare la cosa giusta.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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