Assa Traoré durante una marcia a Parigi per il fratello Adama, il 30 luglio 2016.
  • 26 Feb 2017 10.40

Gli afroeuropei e l’invenzione del colore della pelle

Igiaba Scego
26 febbraio 2017 10:40

La ragazza ha grinta. I suoi capelli sono lunghi, ricci, ribelli. Li ha lasciati sciolti come la criniera di un leone. E in effetti è una leonessa. Il suo volto è teso. Guarda dritto in camera. Attorno i segni della repubblica, dello stato, della Francia. Una voce setosa, quella di Al Jarreau che intona la leggendaria Ain’t no sunshine, precede l’intervento. E poi finalmente la voce di lei, quel “care concittadine, cari concittadini” che quasi ci scoppia dentro.

La donna ha un nome che in Francia tutti conoscono.

Si chiama Assa Traoré, madre di tre figli, sorella di innumerevoli fratelli, educatrice, francese di origine maliana, 31 anni di vita terrena, ma sulle spalle l’esperienza dei suoi antenati. Suo fratello, Adama Traoré, è morto in una gendarmeria il 19 luglio 2016, il giorno del suo compleanno. Da quel giorno Assa non ha smesso di cercare giustizia per suo fratello, per capire cosa sia successo dalle 17.30, orario in cui è stato portato via dalla polizia, alle 19.00, orario in cui è stato trovato senza vita.

Assa è un simbolo di lotta in Francia. Una donna che non cede. Che quando cade si rialza. Che quando è minacciata, mostra i muscoli. Assa ha creato un comitato per suo fratello, per non dimenticare il suo sorriso, per capire da dove nasce questa ingiustizia. Assa non vuole che quello che hanno dovuto soffrire loro, i Traoré, lo soffrano altri nella République. Vuole pace sociale, giustizia, uguaglianza.

Per questo il giornale Mediapart ha chiesto a lei di fare gli auguri presidenziali a tutte le francesi e tutti i francesi. Un discorso alternativo di fine anno dove il presidente è interpretato, anzi incarnato, da una cittadina o un cittadino comune o, come nel caso di Assa, fuori del comune.

Possibilità negate
Assa Traoré sa che le sue parole sono importanti. Le pesa, le scandisce, gli dà lo spazio necessario. Reclama dignità per tutti, qualsiasi sia l’origine, l’appartenenza, la situazione sociale, le opinioni. Chiede uguaglianza nelle possibilità, nella salute come nella scuola.

Quella possibilità che il fratello non ha avuto.

Non aveva fatto nulla di male Adama Traoré. Quel giorno, il giorno del suo compleanno, aveva lasciato i documenti a casa. Nemmeno ci pensava ai documenti. La giornata era bella, caldissima. Camminava insieme al fratello Bagui nel centro di Beaumont-sur-Oise, una cittadina come tante a nord di Parigi, pensando al bel weekend che lo aspettava. Ma erano neri e in Francia i neri sono sospetti agli occhi della polizia anche durante il proprio compleanno. Oltralpe c’era e c’è ancora racial profile a farla da padrone. Se sei di una minoranza, già solo la tua faccia troppo scura o troppo ambrata può metterti nei guai. Gli afrodiscendenti di solito (ma anche i ragazzi di origine araba) vengono fermati, perquisiti, spesso maltrattati.

Ed è quello che è successo ad Adama e Bagui. Il fratello aveva dei piccoli precedenti. Aveva però anche il sangue freddo di affrontare quella situazione. Adama invece è stato subito assalito dalla paura. Non aveva niente con sé. Non gli avrebbero creduto. Ed è allora che ha cominciato a correre. L’esito scontato: inseguito, preso, ammanettato, e poi morto. Circostanze misteriose. Qualcuno ha subito parlato di infarto, la famiglia invece ha scoperto che si è trattato di asfissia dovuta a cause ignote. Ancora si dibatte in Francia. Morto di stato, Adama. Ma morto anche di razzismo.

La donna non sembra una donna, ma un animale mostruoso e spaventato. Un animale di cui si riconosce solo la nudità

Questa vicenda mi ha ricordato le parole di Ta-Nehisi Coates, intellettuale e scrittore afroamericano, che nel suo fondamentale Tra me e il mondo (un pamphlet che prende la forma di una lettera a suo figlio) non a caso dice: “Così ora sai, se non l’avevi già capito prima, che alla polizia del tuo paese è stata conferita l’autorità di distruggere il tuo corpo”. Ta-Nehisi Coates parla dell’esperienza dei neri in America, dell’esperienza di sangue dei neri d’America: “Ti scrivo nel tuo quindicesimo anno. Ti scrivo perché questo è l’anno in cui hai visto Eric Garner morire soffocato per aver venduto sigarette, perché ora sai che Renisha McBride è stata colpita da un proiettile mentre chiedeva aiuto, che a John Crawford hanno sparato perché dava un’occhiata agli scaffali del supermercato”.

E noi? Noi neri europei? Anche noi viviamo nella costante paura di perdere e veder distrutto il nostro corpo come i fratelli afroamericani? Adama è un caso unico o abbiamo anche noi i nostri martiri? “Hai visto uomini in uniforme”, dice Ta-Nehisi Coates al figlio, “sparare dall’auto e uccidere Tamir Rice. Un ragazzino di dodici anni che erano tenuti, sotto giuramento, a proteggere”.

E allora penso ad Abba, italiano di seconda generazione, originario del Benin, che a Milano è morto per un pacco di biscotti, preso a sprangate da due uomini che odiavano il suo colore, a Emmanuel, nigeriano, che a Fermo, sempre in Italia, è stato portato via da un pugno sferrato da chi gli aveva insultato la moglie e poi penso al giovane Theo, francese, che è stato violentato, umiliato, depredato della sua dignità dopo una perquisizione della polizia. Theo non riesco più a togliermelo dalla testa.

Relazione tormentata e caotica
Vedo il suo dolore silenzioso in quel letto di ospedale a Parigi. Vedo la maglietta dell’Inter che indossa, il volto affranto, la madre che con dolcezza lo accarezza e gli da coraggio. Poi vedo il presidente francese Hollande accanto a quel corpo che anche lui, con le sue politiche da stato di emergenza, ha contribuito a far soffrire.

La vicenda di Theo mi fa pensare a un quadro del 1632 di Christiaen van Couwenbergh, un artista minore olandese con base a Delft, che si intitola Three young white men and a black woman e che si trova attualmente al museo di belle arti di Strasburgo. La prima volta che ho visto questo quadro mi sono sentita male. Non solo per la brutalità della scena, la violenza sessuale, ma per la disposizione e gli atteggiamenti dei corpi sulla tela.

Three young white men and a black woman, Christiaen van Couwenbergh, 1632.

I tre uomini che si apprestano a violentare la ragazza hanno visi placidi, a tratti quasi sarcastici. Si stanno divertendo. Per loro è tutto un gioco. Ma i loro visi sono ben delineati, ben riconoscibili, da uomini “civili”. E anche i loro gesti non sono affatto concitati o ansiosi. Non c’è desiderio di quel corpo che si stanno apprestando a distruggere.

Il corpo, il corpo nero di quella donna invece è preso da tremori, agitazione, palpitazione, ansia. È un corpo nudo, quasi senza viso. La donna non sembra una donna, ma un animale mostruoso e spaventato. Un animale di cui si riconosce solo la nudità, ma privata di tutto quello che rende l’umano riconoscibile. Ed ecco che assistiamo a un doppio stupro, quello dei tre uomini e quello della rappresentazione che disumanizza e appiattisce l’esperienza della donna nera, e in generale dell’altra o altro.

Afroeuropei, che parola strana, non so bene come collocarla. Non so bene nemmeno cosa significhi

Tremo anch’io. Quel quadro parla anche della nostra esperienza. Sì, di noi afroeuropei feriti e ingannati da questo continente sempre più fortezza, sempre più impaurito. Quel quadro parla del terrore che abbiamo anche noi, in fondo alle nostre anime, di perdere il corpo.

Afroeuropei, che parola strana, non so bene come collocarla. Non so bene nemmeno cosa significhi. Mi sembra un ossimoro, mettere insieme Europa e Africa nella stessa parola. Mettere insieme la loro relazione tormentata e caotica. Ma in fondo Europa e Africa convivono in noi, nel nostro corpo e nella nostra psiche. Forse noi afroeuropei non abbiamo tante cose in comune tra noi.

Io sono nata a Roma da genitori somali rifugiati ed è chiaro che la mia esperienza è molto diversa da quella di una donna afrorussa figlia di un padre ghaneano o etiope arrivato a Mosca per studiare all’università Patrice Lumumba negli anni settanta. E che dire di un inglese di Brixton figlio di una giamaicana e di un nigeriano? O di una olandese con padre congolese e madre del Suriname? O di Stromae, il cantante belga, figlio di un uomo morto nel genocidio del Rwanda e di una madre originaria delle Fiandre?

Noi afroeuropei ci portiamo addosso, non solo la nostra pelle nera, ma i viaggi dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri antenati. Parliamo due o tre lingue, sogniamo una savana e delle zebre che forse non abbiamo mai visto e tendenzialmente i libri di Zadie Smith e Chimamanda Ngozi Adichie fanno bella mostra nei nostri scaffali insieme a qualche disco rap e l’immancabile Frantz Fanon. Siamo diversi, diversissimi tra noi. Galassie lontane. Siamo afroitaliani, afrosvedesi, afrorussi, afrotedeschi, afroportoghesi più che afroeuropei.

Corpi nella nebbia della storia
Ma forse siamo uguali nel rapporto che l’Europa ha con noi. L’Europa preferisce non vederci. Ci tratta come corpi estranei della nazione, perenne stranieri. Per il continente siamo fuori posto, siamo considerati roba altrui quando di fatto siamo roba sua, made in Europe.

La storia del nostro colore poi è resa invisibile. L’Europa si vanta delle sue radici cristiane e della sua pelle candida come la Luna. Ma questa sua bianchezza è solo una costruzione sociale. Il bianco non esiste. La gente non è bianca (e non è nemmeno nera), ha una pelle che varia dal rosato all’olivastro, sfumature di colore che però nel discorso pubblico è meglio non tirar fuori, ed ecco che ogni esperienza (anche quella dei cosiddetti bianchi come li chiama Ta-Nehisi Coates) è appiattita perché si deve rispondere a un modello continentale di fatto irraggiungibile.

In questi anni tormentati di crisi e lacerazioni spesso noi europei ci siamo chiesti cosa ci tiene davvero insieme. Ed ecco che si cita la Grecia antica, e poi Shakespeare, Dante, Goethe, Cervantes. Qualcuno cita perfino il programma Erasmus che ha portato gli studenti del continente a conoscersi e a scambiare esperienze. È tutto vero. L’Europa è unita da questi e altri fattori. Ma l’Europa è stata anche un immenso centro di produzione di violenza. Un continente attraversato da guerre, genocidi, cattiverie di ogni genere.

A volte qualcosa si ricorda di quel che è stato fatto di atroce e fioccano commemorazioni, giornate esclusive, memorie condivise, parate di stato. Ma quando si arriva a quel che è stato fatto al corpo nero, l’Europa preferisce non parlare. Quei corpi per l’Europa, fino a poco tempo fa, nemmeno esistevano. La schiavitù, il colonialismo era raro trovarli nei libri di scuola. Dopo la fine della seconda guerra mondiale qualcosa lentamente si è mosso. Lentamente. Ma quei corpi neri (ed è un discorso abbastanza simile per i corpi altri in genere, penso agli ebrei, agli arabi musulmani, ai rom) sono rimasti nella nebbia, ne abbiamo contorni vaghi, frammentati. Anche se spesso hanno dato la vita combattendo come i senegalesi nelle trincee della prima guerra mondiale a Verdun per fare un esempio.

Ci è stato fatto del male a noi afroeuropei.

E il male non è mai cessato.

Ma siamo anche qualcosa oltre il male che ci è stato fatto. La storia è sempre più complessa di quello che noi ci immaginiamo.

Gradi di complessità
Per capire questa Afroeuropa lontana penso a un altro quadro olandese, autore anonimo. Il quadro, datato 1570-80, ritrae la fontana del re, Chafariz d’El Rey, nel quartiere dell’Alfama, a Lisbona. Nel quadro l’anonimo pittore fiammingo ha ritratto insieme a pesci, cavalli, cani, uccelli, cigni anche 150 figure umane. Bianche e nere. Se analizziamo gli afrodiscendenti nel dipinto notiamo che non sono tutti schiavi e che anche il grado di schiavitù cambia da soggetto a soggetto.

Chafariz d’El-Rey, Anonimo, 1570-1580 circa.

C’è un uomo portato via da due poliziotti, ma c’è anche un cavaliere a cavallo che domina la scena. Nella Lisbona del cinquecento si potevano trovare neri avvocati, artisti, musicisti, servi liberi e naturalmente anche schiavi. E anche in altri paesi ogni tanto salta fuori un soldato, un diplomatico (come El Negrita sepolto nella basilica di santa Maria Maggiore), gondolieri come quelli di Vittore Carpaccio e perfino qualche nobile. In alcune cronache si narra addirittura, e ce lo racconta Kate Lowe in Black africans on renaissance Europe, che qualche regnante della ancor non vecchia Europa voleva unirsi in matrimonio con qualche lontana principessa etiope per saldare alleanze. Chi l’avrebbe mai detto!

Tutta questa complessità di vite non è poi venuta meno nemmeno quando la schiavitù è diventata più pervasiva, crudele e quasi meccanica. O quando il colonialismo ha avuto la necessità di creare un discorso di discriminazione razziale (io superiore, tu inferiore) per depredare meglio terre e persone. Lilian Thuram nel suo bel libro dedicato alle scuole, Le mie stelle nere, non a caso fa una lista dei neri che non ci immaginiamo, afrodiscendenti nella storia. Serve un passato, deve aver pensato l’ex calciatore. E forse per questo molte di queste minibiografie black sono di afroeuropei, come Puskin o Alexandre Dumas, personaggi che per anni ci sono stati raccontati dal mainstream come se avessero una nuance di corpo neutra.

Per l’Europa era più comodo così, d’altronde. Non voleva vedere la complessità, la mescolanza di sangue e pigmenti che c’è stata. E soprattutto non vedere le dava la possibilità di non fare i conti con i propri crimini. Ma ora siamo in emergenza. Adama è morto, Abba è morto, Theo è stato violentato e io ancora ricordo Zyed e Bouna, due adolescenti, morti fulminati perché hanno cercato rifugio all’interno di un trasformatore elettrico a Clichy-sous-Bois nel 2005. Dopo si sono scatenate le rivolte nelle banlieue, ricordo. La rabbia disperata di tutti quelli che non riuscivano a guardare lo scempio fatto ai corpi.

“I distruttori”, dice Ta-Nehisi Coates, “sono dei meri esecutori che fanno rispettare i volubili desideri del nostro paese e ne interpretano correttamente l’eredità culturale e i suoi lasciti. […] Il razzismo è un’esperienza viscerale, che stacca pezzi di cervello, blocca vie respiratorie, strappa muscoli, estrae organi, spacca ossa, rompe denti”.

Non so bene se ne usciremo da questa sporca faccenda. Ma so che dobbiamo mettere alle strette il nostro continente. Ricordargli ogni benedetto giorno quello che è successo e che sta succedendo ai corpi di noi figli di questa Europa da due o tre generazioni o ai corpi dei fratelli che lottano contro le onde su piccole imbarcazioni nel mezzo del mar Mediterraneo. Non dobbiamo permettere l’oblio e la semplificazione. James Baldwin, grande scrittore afroamericano, diceva (e Ta-Nehisi Coates lo cita nel suo pamphlet): “Hanno portato l’umanità sull’orlo dell’oblio: perché pensano di essere bianchi”.

Nessuno è bianco, nessuno è nero. Siamo solo quello che c’è in mezzo. Alla fine siamo solo corpi che vorrebbero smettere di soffrire. Ricordiamocelo.

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