• 24 Gen 2015 15.10

I ragazzi italiani che il Regno Unito non vuole più

24 gennaio 2015 15:10

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.

Subito prima di arrivare al governo nel 2010, Cameron aveva annunciato un piano per ridurre l’immigrazione netta nel Regno Unito a meno di centomila arrivi all’anno. Al tempo non sapeva che la questione dell’immigrazione sarebbe diventata la spina nel fianco del suo governo. E che il suo piano per ridurre gli arrivi da paesi fuori dell’Ue sarebbe stato vanificato da un aumento incontenibile di arrivi europei. “La nostra stretta da una parte è stata neutralizzata da un rigonfiamento da un’altra parte”, ha detto a Rochester per giustificare il fallimento della sua vecchia promessa. Il rigonfiamento presenta numeri impressionanti: solo nell’ultimo anno, 228mila cittadini europei sono approdati in cerca di lavoro nel Regno Unito.

È per questo che i malumori britannici nei confronti dell’Unione europea si sono concentrati sempre più sulla questione dell’immigrazione interna europea. Il flusso di lavoratori dalle economie più stagnanti del continente crea inquietudine in un paese che si percepisce come “già pieno”. In molti si aspettavano da Cameron una richiesta a Bruxelles: introdurre un tetto agli ingressi annuali europei nel Regno Unito. Ma provare a rompere il principio della libertà di movimento all’interno dell’Unione aprirebbe uno scontro pericoloso e il premier non ha incluso la richiesta nel suo discorso, una rinuncia che i mezzi d’informazione britannici hanno interpretato come frutto di una pressione di Angela Merkel. Cameron ha fatto comunque altri annunci. Se confermato premier, rinegozierà i termini dell’appartenenza all’Unione europa proprio a partire dalla libertà di movimento. E se questo non sarà possibile, “allora non escludo nulla”. Un riferimento allo spettro della cosiddetta brexit – l’eventuale uscita britannica dall’Ue.

In verità, il suo intero discorso è suonato come un disperato contorsionismo.

Alternativamente rassicurante e aggressivo. Buone parole e minacce. I messaggi da mandare erano molteplici e destinati a Bruxelles, agli elettori ostili all’arrivo di altri europei, alle aziende affamate di manodopera straniera, al subconscio britannico in bilico tra apertura e isolazionismo. E soprattutto agli elettori indecisi. Le elezioni di maggio si avvicinano e il partito di Cameron sente sul collo il fiato dello Ukip di Nigel Farage. In questo scenario il tema dell’immigrazione europea diventa un perno fondamentale.

I giovani europei che sbarcano dall’ennesimo volo easyJet, che invadono Londra e altre città del paese con i loro curriculum accuratamente scritti, il loro inglese strascicato oppure spedito, causano il rebus politico del momento. Sono loro il problema che potrebbe decidere le prossime elezioni britanniche, e il destino dei rapporti tra Regno Unito ed Europa.

In un locale, a Londra.

Brixton, un lunedì mattina. In una pizzeria del mercato coperto, mentre fuori i fornitori dei ristoranti spingono i loro carrelli, un gruppo di ragazzi italiani prende lezioni su come usare una macchina del caffè. Sono a Londra da poche settimane. Hanno trenta, venticinque, venti anni. La loro conversazione, un incontro di accenti da ogni angolo della penisola. Ridono quando la macchina del caffè emette uno strano sbuffo. Intorno il mercato si risveglia, i camerieri sono occupati a strofinare i tavoli umidi. Il settore della ristorazione a Londra è ancora vivace e offre qualche opportunità, anche se la concorrenza per trovare lavoro si sta facendo spietata.

Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare.

Secondo il luogo comune del “cervello in fuga”, che ha dominato l’immagine dell’emigrante italiano degli ultimi due decenni, la nuova ondata migratoria dovrebbe essere formata in maggior parte da professionisti e lavoratori intellettuali, destinati a incontrare il successo che gli è negato nella madrepatria. La percentuale di laureati e professionisti rimane certo alta. Le storie di neoimmigrati italiani che inventano business di successo o ottengono ruoli di primo piano nella City o in qualche università restano frequenti. Gli italiani sono ottavi nella classifica del numero di imprenditori stranieri nel Regno Unito. Sono presenti in modo massiccio nella Tech City di Shoreditch, la versione londinese della Silicon valley.

D’altro canto, però, sono presentissimi anche dietro i banchi di negozi e ristorazione. E non solo i negozi del made in Italy o i locali italiani del mercato di Brixton. Ogni volta che si entra in uno Starbucks, due volte su tre c’è un italiano a servire. I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare.

Per molti ragazzi italiani servire dietro il banco anonimo di una catena è una tappa provvisoria. Macchine del caffè, una stanza in affitto in zona 3, la metro per andare al lavoro. Per altri si tratta di un compromesso. Per altri è semplicemente un lavoro – quello che non c’era nella provincia italiana da cui arrivano. Lo stereotipo della fuga dei cervelli ha smesso da tempo di adattarsi ai nuovi flussi migratori. Si tratta di una fuga, punto.

Dunque, mettere un tetto agli ingressi di lavoratori europei nel Regno Unito è al momento impossibile, oltre che poco auspicabile per le grandi aziende che li impiegano. Come dare un segnale rassicurante agli elettori di destra? Ecco il problema di Cameron. La sua soluzione è concentrarsi sul welfare.

Il premier ha annunciato un piano per escludere i lavoratori europei dal sistema dei benefit, i sussidi dello stato. Il piano prevede che i cittadini europei potranno chiedere sussidi solo dopo aver vissuto e lavorato nel paese, ovvero pagato tasse, per quattro anni. Inoltre saranno espulsi se ancora disoccupati dopo sei mesi di permanenza. Voci critiche hanno evidenziato che si tratta di misure demagogiche, visto che il ricorso degli immigrati dall’Unione europea al sistema dei sussidi finora è stato marginale. Boris Johnson, il sindaco di Londra, ha osservato che gli europei vengono a cercare lavoro e non sussidi.

L’unico tipo di sussidio che gli immigrati europei tendono a chiedere in qualche misura significativa, come rivelato dal centro di ricerca Open Europe, è quello dei cosiddetti in-work benefit: sussidi a coloro che hanno un lavoro ma uno stipendio troppo basso per sopravvivere. Non è una gran sorpresa. L’economia britannica è in crescita, una crescita però permessa anche dalla stretta sulle retribuzioni per i lavori meno qualificati. Come quelli offerti dalle grandi aziende affamate di manodopera europea.

La realtà è che Cameron non guarda ai numeri quando propone il taglio dei sussidi. Sa che la sua proposta colpisce su un altro piano. L’elettorato britannico avverte un vago senso di ingiustizia: perché qualcuno che non ha ancora contribuito al sistema dovrebbe avere il diritto di arrivare e chiedere subito qualcosa? No, piuttosto una domanda che si sposa al generale sospetto verso le regole dell’Unione europea, e a un certo spirito pragmatico-democratico anglosassone.

Eppure escludere gli europei dal diritto ai sussidi violerebbe a sua volta un principio di giustizia e di uguaglianza. La grande visione egualitaria europea, quella in cui ogni cittadino europeo ha gli stessi diritti ovunque vada in Europa, rischia di naufragare in suolo britannico. Anche su questo sarà scontro con Bruxelles e Merkel.

Una studentessa in un locale, a Londra.

Camden, un giovedì pomeriggio. Appena svoltato l’angolo si nota la fila irrequieta fuori del job center, il centro per il lavoro. Chi si affaccia all’entrata deve affrontare un paio di inservienti dai modi spicci, non sempre conformi alla gentilezza british. La fila è formata da stranieri che hanno fatto richiesta di un National insurance number essenziale per lavorare nel Regno Unito. È un pomeriggio qualsiasi in un job center londinese qualsiasi: la pressione è costante e quotidiana. Nella fila si parla una varietà di lingue. Spagnolo e italiano dominano.

La richiesta di un National insurance number è stata per decenni il rito di iniziazione per chi si trasferiva nel Regno Unito. La novità oggi sta probabilmente nelle file che bisogna affrontare, e nel fatto che i funzionari che conducono le interviste hanno imparato frasi di italiano e chiedono, con noncuranza, il numero di codice fiscale.

Le tappe per sentirsi meno stranieri in un paese straniero sono varie e personali, e un paese come il Regno Unito, per il suo essere vicino e in apparenza accessibile, non sembra richiedere il salto radicale che può ancora richiedere, per esempio, un trasferimento negli Stati Uniti o in Australia. Di fatto, una delle difficoltà riguarda proprio il numero di altri stranieri, magari connazionali, con cui ci si trova a competere. È facile sentirsi integrati quando si trova un buon lavoro ad attenderci. Forse un poco meno quando si fa la fila fuori da un job center assieme a una folla di altre persone. Sul sito di annunci Gumtree laureati italiani offrono lezioni di lingua a otto sterline l’ora, meno del living wage – la tariffa oraria considerata il minimo per una vita dignitosa – londinese.

Finora, il numero degli italiani non è citato troppo spesso nel dibattito sull’immigrazione. A lungo i media si sono concentrati sugli allarmi per gli arrivi in massa dall’Europa dell’est, oppure sugli spagnoli. La presenza spagnola è così forte da aver ispirato una webserie sulla vita di un gruppo di giovani spagnoli a Londra. Eppure i numeri italiani sono comparabili. In un articolo di qualche mese fa, il Sun provava a smascherare i veri protagonisti dell’“invasione”, dicendo che mentre tutti si preoccupavano degli arrivi dall’Europa dell’est, la grande ondata era arrivata dai Pigs – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Lo stesso Cameron ha accennato in un paio di occasioni agli immigrati italiani.

Al congresso dei conservatori, a settembre, ha rilevato che gli aumenti maggiori nei flussi migratori sono quelli registrati tra chi proviene da Italia, Spagna e Francia. In una riunione al parlamento di poco tempo prima aveva menzionato lo stesso terzetto.

Stime recenti dicono che quattro milioni di immigrati sono entrati nel Regno Unito nell’arco di sette anni: di questi, gli europei sono solo una parte. Ciò che angoscia lo spirito britannico è però il fatto che l’immigrazione europea, italiana o spagnola, francese o portoghese, dai paesi dell’est o da quelli del sud, non sia controllabile con le regole attuali. Nessuna barriera. “People want grip. I get that. And I completely agree”, ha detto David Cameron. La gente vuole presa, controllo. Le stesse ambasciate nazionali faticano a fornire dati precisi sul numero di loro connazionali presenti nel Regno Unito: le autorità britanniche, a maggior ragione, stentano ad avere un quadro esatto.

In questo clima, l’istituto British Future ha pubblicato una ricerca. Circa metà degli intervistati ha un atteggiamento aperto verso l’immigrazione, ma chiede garanzie e controlli. È questo uno dei motivi ricorrenti che dominano il dibattito in corso. Un altro riguarda l’impatto che un’immigrazione europea incontrollata avrebbe sui servizi pubblici, messi sotto assedio da un aumento troppo veloce della popolazione. Sanità, scuole, trasporti, edilizia pubblica. A differenza della Germania, dove l’alto numero di immigrati compensa il calo demografico in corso, il Regno Unito è preoccupato dalla crescita demografica. Senza contare che molti servizi pubblici – questo forse il vero problema – sono già indeboliti da privatizzazioni e cali dei finanziamenti.

Nigel Farage sa che le soluzioni proposte da Cameron, stretto fra pressioni contrastanti, non suoneranno mai sufficienti. Come sempre, i partiti populisti avanzano quando la complessità si fa difficile da gestire. Quando raccontò il suo celebre aneddoto di aver viaggiato su un treno di Londra senza riuscire a sentire nessuno che parlasse inglese, Farage dimostrò la sua astuzia populista, e insieme il rifiuto di capire la complessità di una metropoli come Londra.

Durante quel viaggio in treno, Farage sentì senza dubbio parlare anche italiano. In una classifica pubblicata tre anni fa l’italiano era la quattordicesima lingua più parlata a Londra, oggi è sicuramente tra le prime dieci. Sui treni, sugli autobus, nelle palestre, nei pub, ovunque risuona la lingua morbida del Belpaese. Bambini che giocano vociando in italiano al parco. Uomini in giacca e cravatta che imprecano al telefono in italiano mentre escono da un ufficio. I cassieri di un Whole Foods, il supermercato chic di cibo sano, che scherzano in bolognese. Una voce che intona Sei bellissimo, una mattina presto, su una strada bagnata di rugiada vicino Brockwell park.

Nel grande coro della città gli italiani sono una delle voci principali. Se nella capitale e nel paese ci sia posto per altra italianità, e per altra presenza europea, è una domanda per il futuro, molto molto prossimo.

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