Truman Capote negli uffici della casa editrice Random House a New York, 1965.
  • 24 Nov 2016 13.24

La grandezza dei libri che sfuggono a ogni definizione

Martín Caparrós
24 novembre 2016 13:24

Camminava, pensava sciocchezze, si odiava per averle pensate, continuava a domandarsi, senza trovare una risposta: se, come ha detto qualcuno, la rosa è nelle lettere di rosa e tutto il Nilo nella parola Nilo, dove diavolo è ciò che non ha nome?
Ci sono dei libri, molti libri, che si somigliano – un po’ – e che non riescono ad avere un nome. O forse ne hanno troppi, che è il modo migliore per non averne nessuno. Ci confondono. La vedi che legge A ferro e fuoco, del risorto Manuel Chaves Nogales, ti avvicini e le chiedi cos’è. Lei ti dice che sono storie della guerra civile e allora tu domandi se è un romanzo, se sono dei racconti, e lei confusa ti risponde no, sono storie che sono successe, non so come spiegarti. Quei libri che non hanno un nome.

Quei libri spesso non hanno neanche un posto. Entri in una libreria e chiedi dove trovare Ebano(faccio per dire), il capolavoro del maestro Kapuściński, e il libraio indipendente o dipendente ti chiede se è un romanzo o un saggio storico o un manuale di autoaiuto o cos’altro e tu rispondi, mettiamo, che è un grand reportage. Ah, be’, quelli non li abbiamo: forse al secondo piano, tra i libri di sociologia e le ricette di cucina, ti dice, senza scomporsi troppo. Ha un alibi facile: qualche mese fa, quando il supplemento di El País ha diviso i libri in tredici (tredici) generi - dalla narrativa spagnola alla filosofia, dalla musica alla fantascienza, dalla biografia al romanzo storico – per offrire consigli per la fiera del libro di Madrid, non ha previsto un genere che comprendesse quei libri. Non hanno un posto. Forse perché non hanno un nome.

È vero che quei libri possono essere molto diversi tra loro: che somiglianza potrà mai esserci tra quelli scritti da Gabriel García Márquez, Vasilij Grossman, Svetlana Alexsievič, John Hershey, Rodolfo Walsh, Truman Capote, Joan Didion, Emmanuel Carrère, Cees Nooteboom, Scott Anderson, Juan Villoro e compagnia. Ma non si somigliano così tanto, su questo saremo d’accordo, neanche quei libri che chiamiamo romanzi – sì, romanzi – di García Márquez, Grossman, Santiago Posteguillo, Marguerite Yourcenar, Julio Cortázar, Luis Martín-Santos, Isabel Allende, David Foster Wallace, Tom Wolfe, Jean-Marie Le Clézio o John Le Carré.

Rifugio, laboratorio, promessa
Insomma, quei libri tra loro non sono più diversi di altri, ma non hanno un nome che li accomuni. La cosa più facile, finora, è stata definirli in base a ciò che non sono: non fiction, dicono. È vero, non sono fiction: non lo sono neanche alcuni manuali di storia, certi saggi, qualche trattato di filosofia, diverse raccolte di poesia, la guida del telefono. E poi è un meccanismo un po’ umiliante. Immaginate di chiamarvi Gonzalo González e di essere definiti così: non è una donna, non è un plantigrado, non è australiano ma neanche tutsi, non è nato due anni fa, non lavora in miniera, non sa la matematica, non ha un villino in montagna e così via. Dire che sono perché non sono sembra una buona strategia. Forse, per sapere come chiamare quei libri, sarebbe meglio sapere cosa sono.

Quei libri sono il rifugio del miglior giornalismo: davanti alla rinuncia della maggior parte dei mezzi di informazione, che temono di dover pagare il prezzo di tentativi di una certa portata e di usare il loro spazio per pubblicarli, alcuni dei giornalisti più preparati, più inquieti, trovano in quei libri uno spazio in cui possono davvero fare il loro lavoro.

Quei libri sono il risultato di un preciso patto con il lettore: ti prometto che quello che ti sto raccontando qui non è il prodotto della mia immaginazione. È successo, l’ho saputo, ci ho pensato, l’ho strutturato, lo scrivo.

Gabriel García Márquez a Città del Messico, 1983.

Quei libri sono un laboratorio: perché creano uno spazio di libertà, senza regole prestabilite, limiti di pagine o editori che dicono di sapere quello che vuole il pubblico, e al loro interno si sperimentano modi diversi di raccontare che poi, a volte, si riversano sui giornali – o nei romanzi.

Quei libri sono fiumi di storia: al loro interno si può narrare la caduta dello scià di Persia o le forme assunte dalla morte atomica, ma anche l’intimità di una famiglia mafiosa, la vita di un grande rivoluzionario, i viaggi dei migranti più maltrattati, come il mondo non mangia abbastanza o le tribolazioni di un ballerino campione di malambo.

Quei libri sono, per noi che li scriviamo, un’ossessione: contro la velocità del giornalismo che ci mette davanti a nuove questioni ogni giorno oppure ogni settimana, scriverli ci obbliga a dedicarci a lungo alla stessa cosa. Sono progetti a lungo termine, con strutture, forme, difficoltà specifiche: una scommessa lunga diversi anni per persone abituate a giocare al lotto del pomeriggio stesso.

Quei libri esulano dal modello economico egemone: non compensano mai l’investimento in tempo e fatica. Il lavoro per crearli supera sempre le ricompense materiali che possono produrre. In cambio offrono una ricompensa simbolica importante, la decorazione di chi come noi non crede alle medaglie – di chi come noi dice di non credere alle medaglie.

Quei libri sono una trincea. In un’epoca in cui le serie televisive raccontano la realtà più e meglio della maggior parte dei romanzi (e li sostituiscono), c’è qualcosa in quei libri – la vicinanza, la profondità, lo stile – che non è ancora stato rimpiazzato da modalità più contemporanee di narrazione. In quei libri la forma libro sussiste e sfida.

Quei libri sono una riserva di dati e di comprensione: prodotto di una lunga fatica, il loro interesse non viene meno il giorno dopo; non condividono con il giornalismo periodico la vocazione da incarto per il pesce (anche se a volte finiscono così).

Quei libri sono una fonte di piacere. A volte sono scritti così bene che si continua a leggerli ad anni di distanza, quando le storie che raccontano o i problemi che trattano non importano più. È la prova più schiacciante del fatto che sono letteratura: buona letteratura.

Eppure continuano a non avere un nome che li indichi come gruppo, come genere. Qualcuno ha ripreso la perifrasi di García Márquez – “racconti che sono verità” – e ha parlato di storie vere. Il nome mi piace, ma non mi vedo entrare in quella libreria e chiedere al libraio (in)dipendente dove sono le storie vere. C’è chi lo chiama giornalismo narrativo, ma è una denominazione che mi mette a disagio, perché non per forza è “giornalismo”: pensiamo, per esempio, a L’anno del pensiero magico, di Joan Didion. C’è chi lo definisce giornalismo letterario, ma mi infastidisce l’uso di letterario come se fosse un aggettivo di qualità: se il giornalismo è buono è letterario, una cosa che nessuno direbbe, per capirsi, della poesia.

C’è chi lo chiama new journalism, ma a loro vorrei ricordare che quell’etichetta nacque verso il 1960: è una novità un po’ superata. Di non fiction abbiamo già parlato; la parola testimonianza non comprende il lavoro dello scrittore, che trasforma quelle (eventuali) testimonianze in una narrazione; grand reportage ha un bel suono in francese, ma in spagnolo risulta pretenzioso come tutti i francesi.

Migliaia di libri hanno bisogno di un nome, di un cognome. Forse sarebbe una buona idea usare queste pagine per cercarlo. Io per adesso, pur con reticenza, in attesa di qualcosa di migliore, voto per lo spagnolo croníca. Dopotutto si tratta di cercare, ancora una volta, di fissare il tempo.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.

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