Negli allevamenti per la produzione di latte, la speranza è che nasca una femmina: si aspettano 15 mesi, la si insemina e dopo il parto si comincia la mungitura. I vitellini sono venduti ad allevamenti specializzati, che li alimentano quasi esclusivamente con latte in polvere per mantenere il colore della carne chiaro, prima di macellarli dopo 190 giorni. L’Italia produce circa il 70 per cento del suo fabbisogno con una produzione annua di circa 800mila capi.
  • 16 Feb 2017 13.36

La carne che costa poco ha un prezzo altissimo per animali e lavoratori

16 febbraio 2017 13:36

È il grande rimosso del nostro tempo. Gli allevamenti intensivi – i capannoni dove gli animali sono rinchiusi, fatti ingrassare, trattati con antibiotici per evitare che si ammalino, infine inviati alla macellazione – sono qualcosa che nessuno vuole vedere. Paradossalmente, mentre cresce il consumo di carne al livello globale, aumenta la distanza fisica e anche cognitiva tra noi esseri umani e gli animali di cui ci nutriamo.

Degli 8,5 milioni di maiali allevati in Italia, l’80 per cento si trova in Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. L’organizzazione produttiva dell’allevamento suinicolo si divide in riproduzione e ingrasso. Le strutture più grandi compiono l’intero ciclo produttivo al loro interno, ma la maggior parte si dedica solamente all’ingrasso di animali nati in altri allevamenti. Oggi in Italia ci sono 521mila scrofe.

Eppure, quella animale dovrebbe essere una delle questioni più dibattute del mondo contemporaneo, con le sue enormi implicazioni morali, ma anche ambientali ed energetiche. Oggi, nel mondo due animali su tre sono allevati in questo modo. Il sistema non è sostenibile: le bestie rinchiuse nei capannoni devono essere nutrite. Milioni di ettari di terreno servono alla produzione di cereali e legumi per i mangimi, e sono sottratti alla coltivazione per l’alimentazione umana. Secondo le stime di Tony Weis, professore all’università di Western Ontario, il meccanismo allevamenti-colture per la produzione di mangimi occupa oggi un terzo delle terre arabili.

Il 99 per cento della carne di coniglio proviene da allevamenti dove gli animali sono tenuti in gabbia; una condizione che non gli permette di soddisfare bisogni primari come scavare, correre e saltare. I conigli sono una delle principali prede del mondo animale, il loro scheletro, vedi i lunghi arti, è progettato per fuggire: quando corrono toccano la velocità di 30 chilometri orari e saltano fino a un metro d’altezza.

L’allevamento intensivo è nato nel 1923 negli Stati Uniti quasi per caso: la signora Celia Steele, di Oceanview (Delaware), ricevette per errore 500 pulcini invece dei 50 che aveva ordinato. Non volendo disfarsene, pensò di chiuderli in un capannone, li nutrì con mais e integratori e gli animali resistettero all’inverno. Replicò l’operazione e diventò milionaria. Negli anni settanta un agricoltore del North Carolina, Wendell Murphy, applicò il metodo di Steele ai maiali. Seguirono le mucche, i conigli, i tacchini. Negli Stati Uniti, ci sono circa 70 milioni di maiali rinchiusi nei capannoni.

Una settimana prima del parto le scrofe sono trasferite in questi box individuali; qui partoriscono e rimangono per tutto il periodo dello svezzamento (dai 21 a 28 giorni, tempo minimo stabilito per legge). In media una scrofa partorisce 12 suinetti 2,25 volte all’anno, l’11 per cento muore prima dello svezzamento. La carriera produttiva di una scrofa è considerata valida se concepisce più di 60 maialini, mediamente viene “riformata” dopo 4-6 parti all’età di circa tre anni, in natura arriva anche a 15.

E in Italia? Secondo le cifre dell’anagrafe zootecnica italiana, sono otto milioni, l’80 per cento dei quali ripartiti tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. Nella sola provincia di Brescia ci sono 1.286.418 suini, circa ventimila più dei residenti. Nessuno li vede, perché nessuno li vuole vedere.

Nel 2013, a 90 anni dalla nascita del primo allevamento intensivo negli Stati Uniti, sono stati macellati al livello globale 24 miliardi di polli. L’Italia ne alleva 500 milioni all’anno producendo più di quanto consuma con una percentuale di autoapprovvigionamento del 106 per cento.

L’indagine dell’associazione Essere animali è la più completa mai condotta in Italia. Si tratta di un lavoro clandestino, fatto di appostamenti, di accessi notturni, di inviati sotto copertura. Le immagini che ne sono scaturite, di cui presentiamo qui una selezione, sono inquietanti. I maiali sono ammassati in spazi minuscoli, le scrofe sono imprigionate nelle cosiddette gabbie di gestazione, che gli impediscono ogni movimento. I polli “allevati a terra” (come si legge sulle etichette delle uova) vivono in capannoni sovraffollati privi di contatto con l’esterno. Gli uccelli non riescono a stare in piedi sulle proprie zampe perché sono letteralmente “gonfiati” con mangimi e ormoni. Tutto ciò non è un’eccezione, ma la prassi. Ed è una prassi del tutto legale.

La struttura e le dimensioni delle gabbie di gestazione non permettono alla scrofa di girarsi su se stessa, un blocco totale dei movimenti imposto dagli allevatori al fine di prevenire che le madri schiaccino i cuccioli. All’interno di questi box i lattonzoli possono morire schiacciati, ci sono animali che partoriscono sopra i loro escrementi e scrofe con grosse piaghe dovute allo sfregamento con le barre di ferro dei box.

Lontani dai riflettori, questi animali risultano invisibili. Sono pura e semplice materia prima. Ma anche coloro che lavorano in questi capannoni sono invisibili: la grande maggioranza della manodopera negli allevamenti intensivi è costituita da immigrati, per lo più indiani, sottoposti a turni massacranti e a mansioni che molti di noi non accetterebbero. Questo è il sistema di sfruttamento e di sofferenza alla base della produzione intensiva di carne. Quel sistema che l’industria non vuole mostrare, ma che noi fingiamo di ignorare, felici di ottenere carne a basso costo il più spesso possibile.

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