Una manifestazione in sostegno dei sei passeggeri incriminati, Bruxelles, 31 maggio 2017. (Francesca Spinelli)

Chi si oppone ai rimpatri dei migranti finisce in tribunale

Una manifestazione in sostegno dei sei passeggeri incriminati, Bruxelles, 31 maggio 2017. (Francesca Spinelli)
12 dicembre 2017 16:02

Doveva essere un viaggio come tanti per i passeggeri del volo Bruxelles-Douala del 17 agosto 2016. Salendo a bordo non si erano accorti che in fondo all’aereo c’era un uomo, con i polsi e le caviglie stretti da fasce in velcro, seduto tra due poliziotti. Quell’uomo stava per essere espulso in Camerun contro la sua volontà. Quando l’imbarco si è concluso, l’uomo ha cominciato a chiedere aiuto e a dibattersi. Gli agenti della scorta hanno provato a zittirlo e a tenerlo fermo. Alcuni passeggeri si sono alzati, seguiti da altri. L’uomo continuava a urlare, ma le sue grida erano sempre più strozzate. Sembrava che lo stessero soffocando. Ben presto tutti i passeggeri erano in piedi e protestavano con il personale di bordo.

A quel punto è arrivato il comandante e ha chiesto ai poliziotti di lasciare l’aereo insieme all’uomo: in quelle condizioni non poteva garantire la sicurezza del volo. I passeggeri si sono calmati e sono tornati a sedersi. Ma altri poliziotti della scorta, che nel frattempo erano rimasti a terra, sono saliti a bordo e, su indicazione del personale della compagnia aerea, hanno ordinato a sei passeggeri di seguirli. Erano stati identificati come i “leader della rivolta”.

È così che cinque uomini e una donna, quasi tutti di origine camerunese anche se di nazionalità diverse (tre francesi, due tedeschi e un camerunese), sono finiti sotto processo per aver “ostacolato deliberatamente la circolazione aerea” e per “mancato rispetto delle istruzioni del comandante a bordo”. Non era il primo caso del genere. Nel 2016 una donna era stata condannata a pagare una multa di 600 euro per aver protestato, due anni prima, contro l’espulsione di un cittadino congolese ed essersi rifiutata di tornare al suo posto.

Intensificare i rimpatri coatti
Uno dei pilastri della lotta all’immigrazione irregolare, in Belgio come nel resto dell’Unione europea, è l’aumento dei rimpatri. Nel 2015 la Commissione europea ha riconosciuto che il sistema di rimpatrio dell’Unione “funziona in modo imperfetto”, precisando: “Solo il 39,2 per cento delle decisioni emesse nel 2013 è stato effettivamente eseguito”.

Due anni dopo, ha lanciato nuovamente l’allarme: “Visto che i tassi di rimpatrio rimangono insoddisfacenti (circa il 36 per cento nel 2014-2015)”, si legge in un recente comunicato, “e si calcola che nel futuro prossimo debbano essere rimpatriati 1,5 milioni di migranti dagli stati membri dell’Unione, la Commissione propone di intensificare l’impegno su tutti i fronti”.

I rimpatri coatti nella stragrande maggioranza dei casi avvengono per via aerea, quasi sempre su voli commerciali, perché organizzare le espulsioni collettive (voli militari o charter, sempre più spesso coordinati da Frontex, su cui decine di persone sono imbarcate lontano da sguardi indiscreti) è più costoso e complesso.

I passeggeri diventano testimoni di una violenza di stato che può essere percepita come illegittima

Non sempre chi è espulso contro la sua volontà su un volo commerciale oppone resistenza, ma quando accade, nella cabina dell’aereo s’intersecano bruscamente due dimensioni molto distanti: uno spazio commerciale e uno spazio in cui lo stato esercita il weberiano monopolio della coercizione fisica legittima.

I passeggeri diventano così testimoni di una violenza di stato che può essere percepita come illegittima, soprattutto se quei passeggeri si sentono, per nazionalità, origine o altri motivi, più vicini alla persona da rimpatriare che al paese che vuole espellerla.

In questo senso i sei passeggeri sotto processo in Belgio “fanno parte di una minoranza”, osserva l’avvocato della difesa Robin Bronlet. “Secondo l’esperimento di Milgram, infatti, la maggior parte di noi tende a obbedire a un’autorità anche quando gli ordini ricevuti confliggono con i nostri valori. Ma la cosa interessante è che su quel volo non si è trattato di una minoranza, tutti i passeggeri hanno protestato. E questo dimostra quanto fosse inaccettabile la situazione”.

A volte a protestare sono le compagnie aeree, che generalmente collaborano ai rimpatri coatti anche se per legge sono obbligate a farlo in un solo caso: quando un loro passeggero è dichiarato inammissibile all’atterraggio per mancanza di requisiti necessari all’ingresso sul territorio. A quel punto scatta il respingimento alla frontiera, a carico della compagnia aerea.

L’opposizione dei piloti
In Francia la nuova legge sull’immigrazione, approvata nel 2016, ha introdotto una novità poco gradita a Air France: le compagnie aeree rischiano una multa di trentamila euro per ogni “inammissibile” non rimpatriato e sono invitate a usare “ogni mezzo” per assicurarne il respingimento. “Air France è una compagnia di trasporto, non una compagnia di sicurezza. La coercizione è una misura dello stato”, ha dichiarato l’ufficio stampa della compagnia al sito Streetpress.

Dalla Germania arriva invece la notizia che tra gennaio e settembre del 2017, 222 espulsioni, molte delle quali verso l’Afghanistan, sono state annullate per decisione del pilota. Il motivo ufficiale è sempre che la sicurezza del volo non poteva essere garantita, ma non è escluso che le numerose campagne di denuncia dei rimpatri in Afghanistan abbiano sensibilizzato alcuni piloti.

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Robin Bronlet è convinto che la campagna in difesa dei sei passeggeri sia servita. All’udienza del 15 novembre 2017 il procuratore ha chiesto l’assoluzione degli imputati, sostendo che avevano agito per empatia, e non con l’intento di ostacolare la circolazione aerea, e che il loro ruolo di “capi della rivolta” non poteva essere dimostrato. Ha però evitato di soffermarsi sulle violenze subite dalla persona che doveva essere espulsa, “mentre noi abbiamo insistito sul fatto che di fronte a quelle violenze non si poteva non reagire”, spiega Bronlet. “E che in questo processo si deciderà se è una reazione che la nostra società vuole incoraggiare o scoraggiare”.

La sentenza è attesa per il 13 dicembre ed è probabile che il giudice accolga la richiesta della procura. “Sarebbe un segnale molto importante, che invertirebbe la giurisprudenza avviata con la condanna del 2016”, osserva Bronlet. Un segnale inviato non solo al governo belga ma anche a chi, nel resto dell’Unione europea, insegue il traguardo di un più alto tasso di rimpatri.

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