Rimpatri mortali

22 settembre 2014 15:40

Manifestazione a Bruxelles il 26 settembre 1998, quattro giorni dopo la morte di Semira Adamu durante un tentativo di espulsione. (Reuters/Contrasto)

La sua morte fu ripresa, come da regolamento. Semira trascinata verso l’aereo con i polsi e le caviglie legate. Semira a bordo, seduta tra due poliziotti, con lo sguardo fisso davanti a sé. Il posto di Semira che sembra improvvisamente vuoto, perché i poliziotti l’hanno costretta a piegarsi in avanti, con il viso contro un cuscino. Un poliziotto che preme il gomito sulla schiena di Semira e guarda la telecamera, impassibile. Poi distoglie lo sguardo e sorride a qualcuno fuori dall’inquadratura, e intanto continua a premere. In quel momento Semira sta morendo.

**Semira Adamu era scappata **dalla Nigeria nel 1998, a vent’anni, per sottrarsi a un matrimonio forzato. Il Belgio aveva respinto la sua richiesta d’asilo. Detenuta nel centre fermé (centro di identificazione ed espulsione) 127 bis, aveva subito cinque tentativi di espulsione, sempre più violenti, resistendo ogni volta. In seguito alla sua morte il ministro dell’interno Louis Tobback e il responsabile della sicurezza dell’aeroporto di Zaventem, Luc Tempels, rassegnarono le dimissioni. Nel 2003 quattro degli undici poliziotti coinvolti furono condannati, con la condizionale, a pene tra i dodici e i quattordici mesi per “percosse e ferite colpose”. Il “cuscino Tobback” era uno dei mezzi che le forze dell’ordine belghe erano autorizzate a usare durante i rimpatri forzati, come precisava una circolare dell’ottobre del 1997. Dopo la morte di Semira il manuale fu rivisto: niente più cuscini né riprese ufficiali dell’allontanamento, ma rimanevano vari modi legali per immobilizzare e far tacere una persona.

Immagini tratte dal video dell’espulsione di Semira Adamu. (Reuters/Contrasto)

Anche il governo britannico ha aggiornato di recente le istruzioni per aiutare il personale dei CIE e delle scorte a valutare quando e come usare manette e altri mezzi di contenzione (“l’uso di mezzi di contenzione deve essere necessario, ragionevole e proporzionato”), evitando “imprevisti” come la morte di Jimmy Mubenga nell’ottobre del 2010. Il sito Frenchleaks ha divulgato invece un “manuale ad uso del personale di scorta” firmato da Michel Gaudin, direttore generale della polizia nazionale francese dal 2002 al 2007. Sono ben 62 pagine, e forse c’è chi si sarà limitato a guardare le fotografie e i disegni (“Scheda tecnica n°1. Zona delicata: la gola”). Per esempio i poliziotti che il 21 agosto 2014 dovevano scortare Abdelhak Goradia fino al suo volo per l’Algeria. Goradia è morto durante il trasferimento verso l’aeroporto Charles De Gaulle. “Arresto cardiaco”, ha provato a far credere la polizia in un primo momento. Soffocamento da rigurgito, si è saputo il giorno dopo.

“Il rimpatrio deve effettuarsi nella sicurezza e nella dignità”, sostiene il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa in un documento del 2010, e come dargli torto? Poi però aggiunge: “Quando un rimpatrio forzato è inevitabile, dev’essere attuato in totale trasparenza affinché i diritti fondamentali siano rispettati in ogni fase della procedura. Esistono chiari limiti ai mezzi e al grado di costrizione cui gli stati possono ricorrere per far eseguire un ordine di espulsione”. Esistono dei limiti, come spiegano i manuali e le schede tecniche, ma se qualcuno oppone resistenza a un rimpatrio “inevitabile”, cosa succede? Succede che, in uno stato democratico, viene momentaneamente sospeso il rispetto dei diritti fondamentali di alcune persone e, finché non ci scappa un morto, la cosa non interessa a nessuno. In teoria la Direttiva rimpatri del 2008 impone la presenza di osservatori durante le operazioni di allontanamento forzato. Fino all’anno scorso, si legge in una comunicazione della Commissione del marzo 2014, sette stati membri non avevano ancora adottato il provvedimento. Il Belgio sì, ma era l’unico ad aver affidato il compito a “un organo collegato al corpo di polizia”.

Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles e collabora con Internazionale. Su Twitter: @ettaspin

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