Visto che è pomeriggio, o semplicemente perché gli va così, Faniry Rasolofoniaina è vestito in modo sobrio, casual, in questa fine di ottobre ad Antananarivo. Jeans neri aderenti, camicia a scacchi blu e arancione, niente di eccezionale. Nessun tatuaggio evidente o quasi. Non è il suo look dei giorni migliori, o delle notti più lunghe, ispirato al guardaroba dei “metallari”, gli appassionati di musica heavy metal. Eppure, quando Faniry cammina per strada c’è qualcosa nel suo aspetto che cattura l’attenzione. Come una vibrazione nervosa, a indicare che da un momento all’altro potrebbe salire su un palco, afferrare un microfono e mettersi a cantare a squarciagola un brano metal con il suo gruppo del momento.
Che non si sa quale sia, perché di gruppi ne ha avuti tanti. I primi sono stati a Toamasina (conosciuta anche con il vecchio nome francese di Tamatave), il porto nell’est dell’isola, dov’è cresciuto. Gli altri, di cui elenca i nomi a raffica, sono nati e morti uno dopo l’altro nella capitale Antananarivo.
In Madagascar Faniry, 36 anni, è una celebrità, mosso da un ardore che chiede solo di divampare, con una magnifica capigliatura crespa, un bel viso e occhi da gatto nascosti dietro gli occhiali scuri. Indizio certo del suo posto tra le massime autorità del metal malgascio sono le smorfie che fa infilandosi le mani in bocca nel video di Devl, il piccolo capolavoro del 2024 dei LohArano. Tra le immagini frenetiche del video di questa canzone in grado di risvegliare i morti, si riconosce l’élite metallara malgascia, ma anche un musicista con un cappello di paglia tradizionale dai motivi rosa e verde, diventato uno dei simboli della contestazione dei giovani della generazione Z. La canzone _Devl _era uscita un anno prima dell’inizio delle proteste scoppiate il 25 settembre 2025, che si sono concluse il 14 ottobre con la caduta del presidente Andry Rajoelina, il tutto con una rapidità degna dei ritmi di quello che in Madagascar è chiamato underground.
Nella definizione rientrano i metallari, ma anche una scena artistica e musicale di giovani talenti, dal rap all’elettronica, che pensano e creano fuori degli schemi, rompendo con l’universo dominante del pop malgascio. Patinata e dai contenuti innocui, la musica leggera è la colonna sonora della generazione dei genitori, dei militari e dei leader politici che sono stati rovesciati dalle recenti proteste.
Seguiamo Faniry al Badass, il covo dei metallari e dei motociclisti di Antananarivo. Davanti sono parcheggiate alcune Harley. È ancora troppo presto perché l’atmosfera diventi incontrollabile, ma il flusso di birra è costante come quello del rum tradizionale. Il Badass è un po’ la casa della controcultura, ma ci sono anche altri bar per biker o locali alternativi più o meno noti, come La Teinturerie. Posti molto lontani dai vari istituti culturali stranieri, a cui piacerebbe tanto poterci mettere su le mani.
Nel paese il movimento metal ha una lunga storia, che precede di quarant’anni la “rivoluzione” del 2025, come la chiamano i militanti che hanno fatto cadere il regime. Negli anni ottanta c’erano i Kazar, nei novanta i Red Metal e i Black Wizard e così via. Di recente sono emersi nuovi gruppi, che si moltiplicano così velocemente da non riuscire a contarli. “Come, non conosci la cultura metal del Madagascar?”, si stupisce la maggior parte delle persone del settore, incredule e allo stesso tempo confortate all’idea che nessuno all’esterno capisca il loro mondo.
Con i suoi occhi felini Faniry vede cose che non tutti vedono, cose che fanno venire voglia di gridare: la strada; la povertà; le persone che dormono per terra e mangiano avanzi; le prostitute, giovanissime, la notte sui viali; i soldi che non ci sono mai; i macchinoni dei potenti; la violenza della polizia.
Una città di scale
Mentre me ne parla fatico a seguirlo perché stiamo correndo sotto la pioggia: usciti dal Badass, abbiamo dovuto abbandonare l’auto, rimasta imbottigliata in uno dei mostruosi ingorghi del centro. Così ci affrettiamo per le viuzze in salita e in discesa di Antananarivo, la città dai mattoni rossi e scuri, che sembra essere stata progettata a partire da un mucchio di scale di cui nessuno sapeva cosa fare. Molti video dei gruppi underground sono ambientati in queste strade e hanno sullo sfondo questo grandioso teatro urbano di desolazione e vita esuberante. Parliamo di tutto questo sotto la pioggia. Faniry ride: gli si stanno rovinando i capelli, ma pazienza.
Nel metal i capelli sono importanti. Ma ancora di più lo sono le chitarre. In tutto il paese adolescenti che hanno cominciato fin dalla più giovane età a trafficare con gli strumenti onnipresenti in questa grande nazione musicale si mettono prima a suonare un po’ di jazz, si appassionano e poi si tuffano nel metal o nelle sue varianti; ragazzi e ragazze, magri come gatti, le dita che corrono sulle corde delle chitarre, con teste rasate o capigliature grandiose che fanno roteare durante i concerti. Li accusano di satanismo, di fare uso di tutte le droghe ampiamente disponibili sull’isola, diventata il crocevia di vari traffici. Ma loro se ne fregano dei pregiudizi, anzi, continuano a scuotere il loro mondo.
Nuovi festival nascono e muoiono rapidamente. Gli ultimi hanno avuto successo: dal Rage of rock Madagascar, che si tiene ogni anno, al Gasy MetalHead, nell’aprile 2025, con palchi su cui i gruppi si susseguono alla stessa velocità degli assolo scatenati, mentre il pubblico poga a ritmo di speed metal o al suono del growl _di cantanti death metal come Jennyfer dei Seth on Fire. Gli artisti di successo a volte vanno a suonare all’estero, ma sono eccezioni, perché è difficile procurarsi anche soltanto i soldi e i visti. Solo i LohArano e pochi altri hanno una carriera internazionale. C’è chi ricorda ancora l’esibizione dei Dizzy Brains al festival Trans Musicales di Rennes, in Francia, nel 2015. Erano scesi dall’aereo dopo un viaggio di quindici ore, incavolati da morire. Appena salito sul palco il cantante aveva detto: “Non siamo mai usciti dal nostro Madagascar, non abbiamo mai visto il mare, e siamo incazzati”. Hanno attaccato con il loro primo pezzo, _Vangy, animati da un’energia travolgente.
“All’inizio scrivevo queste parole sui muri senza sapere cosa sarebbero diventate”
Le band malgasce, inoltre, sono profondamente pervase di cultura locale. È il segreto della loro formula: uniscono riflessioni intime sull’anima del Madagascar a un grande impegno politico. Come cantano i Dizzy Brains, “Amico, non è facile vivere con tutti questi poliziotti pronti a spararti se fai troppo il figo”. In seguito questa band ha abbracciato altri stili, con una cover ironica di Les cactus del musicista francese Jacques Dutronc, o pubblicando brani impegnati, indie, come uno sul kéré, la terribile carestia che devasta il sud dell’isola a intervalli sempre più ravvicinati.
Dopo la pandemia
La crescita della contestazione nella musica underground del Madagascar risale al periodo della pandemia di covid-19. Dal 2021 una sorta di pulsazione ha attraversato i generi musicali e si è espressa in particolare attraverso il rap politico. I rapper criticavano apertamente un potere in piena deriva autoritaria, dando vita a collaborazioni come nei brani Repoblika o Ysist school. I giovani che appaiono nel video di quest’ultima canzone hanno partecipato tutti alle manifestazioni di protesta del 2025. Le star della musica leggera malgascia, invece, si sono tenute in disparte.
“Si capisce perché gli artisti più conosciuti non sono scesi in piazza”, osserva Faniry. “Tutti i cantanti di successo, quelli che sentivi alla radio, erano invitati alle feste dei potenti. Alcuni hanno guadagnato molti soldi. Sono stati usati per manipolare la gente. Oggi si nascondono”.
“Io faccio parte delle scintille”, dice parlando sia della vita sia delle manifestazioni. “Il metal è sincero, diretto. Siamo persone che fanno rumore, abbiamo energia. Urlando ti fai sentire più facilmente”.
Nel settembre 2025 Faniry era in prima fila nelle proteste, a lanciare mattoni sui gendarmi. “Probabilmente non sono tra le menti pensanti del movimento, ma una cosa è certa: sono uno dei più agitati. Era tanto che aspettavo questo momento!”. Non si è lasciato fermare da niente: i gas lacrimogeni, i proiettili veri o quelli di gomma sparati ad altezza d’uomo. A volte esibiva un cartello con scritto “Abbasso la Francia”. Ripensandoci, sorride: “Macron, noi malgasci non siamo ricchi, perché ci tieni tanto a noi? A volte diciamo le cose in modo diretto. Una manifestazione è come un concerto metal, c’è una vibrazione che ti prende, un’energia, sei quasi in trance”.
Ma non è stata una festa: in tre settimane di proteste ci sono stati dei morti (almeno 22). Mentre i gendarmi erano impegnati a reprimere, l’11 ottobre i militari sono usciti da una caserma a sud della capitale per schierarsi al fianco dei giovani manifestanti. Con i loro blindati hanno travolto le barricate della gendarmeria. Il paese ha rischiato la guerra civile. Quel giorno sono stati sparati colpi di armi da fuoco, ma con un solo morto, poi i gendarmi si sono dileguati. Il presidente è scappato all’estero con l’aiuto della Francia, finendo la fuga a Dubai.
Il potere è passato a un governo di transizione composto da militari e civili, una struttura complicata. Ma finora è cambiato poco per i malgasci che, se la situazione dovesse trascinarsi, possono sempre contare sui musicisti underground per scendere di nuovo in piazza con gli studenti e la generazione Z. All’inizio di dicembre alcuni piccoli gruppi sparsi hanno ricominciato a manifestare e a bruciare pneumatici in segno di protesta contro le interruzioni dell’elettricità.
Faniry è motivato, sempre pronto a battersi. Ci porta a casa sua, a Itaosy, un quartiere popolare alla periferia ovest di Antananarivo. La costruzione non è ancora terminata, e i suoi familiari abitano nei dintorni. Tutto è stranamente calmo in questo angolo della città pieno di rumore, di auto e di persone che vivono in spazi ridotti. Da una finestra arriva della musica. Qualcuno suona un vecchio pezzo degli AC/DC: a quanto pare Faniry ha educato il vicinato. “Ho messo fine da molti anni all’inquinamento sonoro prodotto dalla radio”, dice ascoltando le note di chitarra.
Pionieri dell’elettronica
All’interno del vasto movimento underground finora c’è stata una grande assente: la musica elettronica. Ma qualcosa sta cambiando. Una sera al bar Madagascar Underground beviamo ballet russe (vodka e crème de cassis) con un’altra parte della scena musicale. Il posto è piacevole, semplice, forte, come la musica che suona il gruppo nell’angolo.
Il locale sfoggia il suo nome come una bandiera. Ci sono molte scritte sui muri e regna un’atmosfera scherzosa. Il Madagascar Underground ospita concerti, serate che durano fino al giorno dopo, e in passato ha accolto anche le riunioni segrete del movimento gen Z, quando i servizi di sicurezza braccavano i suoi militanti in tutta la città. È anche un ostello della gioventù.
◆ Il Madagascar è il più povero tra i paesi dove sono scoppiate le recenti proteste dei giovani della generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012). Nel paese africano il reddito è in media di duemila dollari all’anno, mentre l’80 per cento dei cittadini vive con meno di tre dollari al giorno.
**25 settembre 2025 **Scoppiano le prime proteste nella capitale Antananarivo per le interruzioni di acqua corrente ed elettricità. I manifestanti si ispirano al Nepal, dove pochi giorni prima la generazione Z aveva rovesciato il governo, e attribuiscono il dissesto dei servizi pubblici alla corruzione dilagante. La contestazione è repressa con violenza: nella prima settimana di proteste i morti sono 22.
29 settembre Il presidente Andry Rajoelina scioglie l’esecutivo per placare i manifestanti, ma la rivolta non si ferma.
14 ottobre Dopo la fuga di Rajoelina all’estero, il colonnello Michael Randrianirina prende il suo posto, con il sostegno delle istituzioni.**
****29 ottobreViene nominato un governo formato in gran parte da civili, ma la presenza al suo interno di personalità legate a Rajoelina è oggetto di forti critiche. Allo stesso tempo la nuova ministra della giustizia, un’ex giudice, ha lanciato una dura campagna contro la corruzione. **The Economist, Daily Maverick
Questa sera ci sono pure i leader del collettivo Bskmg, pionieri dell’elettronica che girano il paese da mesi alla ricerca di suoni, tradizioni e ispirazioni, mescolando nei propri brani elementi raccolti ai quattro angoli dell’isola. L’elettronica si sviluppa al crocevia di queste influenze.
Uno dei componenti del Bskmg, in arte Encoder Experiment, parla di “rompere i codici”, e condivide il suo entusiasmo di fronte alla scoperta dei tesori della musica tradizionale malgascia. Questi musicisti si muovono tra mondi diversi e vivono con pochi soldi.
“Nel mondo alternativo è difficile sopravvivere”, ammette Encoder Experiment. Dal metal all’elettronica passando per il reggae, non importano le mescolanze, tutti suonano spesso negli stessi posti dando vita a una scena molto vivace.
Ma non è possibile comprendere fino in fondo l’ambiente underground senza incontrare Naty Kaly. Davanti a casa sua sventolano bandiere nere, quelle del Labo Pirates, altro epicentro della controcultura in Madagascar. Naty, sulla quarantina, è di ritorno dal tabaccaio dove è andato a comprare le sigarette. Non è nemmeno mezzogiorno, oggi si è alzato presto, per lo stupore del suo attuale coinquilino, Bazou K, lo “scultore autodidatta” che crea opere sempre più grandi con tappi di bottiglia di birra, e che gli sta fabbricando un trono gigante che di certo non passerà inosservato.
Proveniente dalla cultura hip-hop, Naty Kaly ha cominciato con la break dance e ha proseguito la carriera come graffitaro. Del resto è grazie a quest’attività che può pagare le bollette. Rifiuta i sussidi dello stato: “Niente associazioni, niente ong, così siamo intoccabili, irraggiungibili. Se faccio musica, è solo per arrivare a una certa vibrazione umana”. Con il suo gruppo, gli OLO Blaky, ha coniato un termine strano, sintetico ma allo stesso tempo inafferrabile e generico: taninjanaka, “la terra dei figli”, o delle giovani generazioni. Nella lingua malgascia il paese è chiamato anche tanindrazana, la “terra degli antenati”.
“All’inizio scrivevo queste parole sui muri senza sapere cosa sarebbero diventate. Sono un artista di strada, mi muovo per strada, ma anche nei territori del futuro”, dice. Era l’inizio degli anni 2010. Dieci anni dopo la generazione Z ha fatto del suo concetto il proprio slogan, vedendo in _taninjanaka _una rottura con un paese in cui i promotori della cultura tradizionale limitano l’immaginario. “Credo che all’inizio la gen Z abbia ripreso lo slogan senza sapere bene cosa fosse l’underground. Ma ci siamo ritrovati in sintonia sulle questioni di fondo. Questa è la forza dell’arte”.
Per ora il trionfo della controcultura stupisce anche i suoi creatori. Al Labo Pirates ci sono state alcune serate grandiose per celebrare il momento in cui, all’improvviso, la scena alternativa ha dato il la al paese, mentre i cantanti e le cantanti della musica leggera apparivano per quello che erano: animatori smarriti, troppo vicini al potere. “Dicevano che lo facevano per dar da mangiare alle loro famiglie”, dice Kaly. “Ma ho l’impressione che gli dessero da mangiare della merda. È arrivato il momento di rivoluzionare tutto”. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati