Ci sono edifici che nascono con una vocazione totalizzante. Che aspirano a essere più di semplici contenitori dell’attività umana, e si comportano come diagrammi tridimensionali del mondo, macchine ideologiche coperte di cemento. Proprio con quest’ambizione, probabilmente troppo grande, è nato l’Helicoide.
Negli anni cinquanta, con il dittatore Pérez Jiménez al potere, il Venezuela traboccava di benzina, dollari e di una forma specifica di silenzio civico che poteva essere confusa con la stabilità politica. Il petrolio impregnava ogni cosa. C’erano i soldi e la velocità, e con loro una fede quasi trasudante nell’idea che il futuro fosse garantito e che qualsiasi obiezione si potesse soffocare spingendo sull’acceleratore. Letteralmente.
Questo ecosistema economico e politico, e morale, si condensò in un progetto tanto semplice nel suo gesto quanto smisurato nelle sue conseguenze. Un centro commerciale da percorrere solo in automobile. Senza scendere e senza camminare. Senza mai mollare il volante, non sia mai il progresso scappasse dallo sportello posteriore. L’Helicoide si presentava come un movimento unico e continuo. Una rampa. Un percorso a spirale che circondava la collina Roca Tarpeya e s’innalzava sopra Caracas, trasformando il consumo in tragitto e la pendenza in un sostituto del viale urbano.
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Firmato da Jorge Romero Gutiérrez, Pedro Neuberger e Dirk Bornhorst, il progetto comprendeva centinaia di negozi, otto cinema, un albergo a cinque stelle, un club privato, una sala per gli spettacoli e perfino un eliporto, nel caso in cui la febbre del petrolio salisse al punto da far arrivare i clienti direttamente dal cielo. A coronamento del tutto, una cupola geodetica pensata per riflettere la luce tropicale rimandandola alla città sotto forma di segnale astratto. Quattro chilometri di asfalto arroccati sulla collina, dove le auto si sarebbero fermate davanti a ogni vetrina, a ogni cinema e a ogni ristorante, trasformando l’atto del comprare in una coreografia meccanica perfettamente calibrata.
L’Helicoide era qualcosa di più di un semplice edificio. Era un simbolo compatto in cui la forma coincideva con il messaggio, perché la spirale non era solo un tragitto, ma un gesto che prometteva un’ascesa continua, una circolazione senza frizioni verso un progresso permanente che, all’epoca, sembrava senza data di scadenza. Il progetto fece il giro del mondo prima ancora che la costruzione esistesse nel mondo reale. Fu esposto al MoMa, Pablo Neruda lo chiamò “rosa di cemento” e Salvador Dalí si offrì di decorarne gli interni. Nel racconto, niente era stonato.
In questo stato di euforia architettonica i lavori cominciarono nel 1956, osservati con un orgoglio sbalordito dalle élite bianche che avevano immaginato l’edificio, e con un misto di vicinanza e distanza infinita dai bambini neri dei quartieri vicini, che probabilmente non avrebbero mai potuto percorrerlo. Per entrare nell’Helicoide servivano benzina e una fede robusta nell’eternità del regime. Alla fine, però, l’eternità durò meno del petrolio.
Un’ondata di sfratti
Nel 1958 cadde la dittatura di Pérez Jiménez e l’edificio rimase intrappolato nel cambiamento di epoca. I fondi furono congelati e le dispute legali si moltiplicarono. L’impresa che avrebbe dovuto terminare i lavori fallì. Gli ascensori importati sparirono. L’interno rimase esposto alla pioggia, al saccheggio e all’azione lenta delle intemperie. Si cercò di riprendere i lavori: alcune parti furono completate, compresa la cupola. Ma l’Helicoide non arriverà mai a essere ciò che avrebbe voluto. Per anni restò incompiuto, troppo grande per essere ignorato e troppo carico di simbolismo per essere completato senza imbarazzo.
Alla fine degli anni settanta migliaia di persone senzatetto occuparono la struttura. Le rampe, pensate per le auto, si riempiono di materassi, di fornelli e di vestiti appesi dove prima c’era solo calcolo strutturale. L’Helicoide si trasformò in una città informale incorporata in un’opera di ingegneria futurista, una sovrapposizione di tempi e usi che culminò in un’ondata di sfratti. L’edificio tornò a una condizione di vuoto trepidante.
Ma erano in arrivo altri cambiamenti. In un omaggio involontario e sinistro al nome della collina – la rupe Tarpea romana era il luogo da dove venivano lanciati i ladri e i traditori – l’edificio cambiò funzione.
A partire dal 1982 lo stato cominciò a installarsi progressivamente al suo interno. Prima arrivarono gli uffici amministrativi, poi gli organismi di sicurezza. Nel 1984 la Dirección general sectorial de los servicios de inteligencia y prevención (Disip) usò l’Helicoide come sede e centro di detenzione. Nel 1992, durante il secondo tentativo di colpo di stato di Hugo Chávez, un OV-10 Bronco delle forze aree ribelli bombardò l’edificio. Insieme alla risposta antiaerea, quell’attacco distrusse parte della struttura.
Ma l’Helicoide era ormai troppo importante per essere abbandonato un’altra volta. Così fu ricostruito e a partire dal 2010, sotto il chavismo, trasformato in un centro di detenzione del Servicio bolivariano de inteligencia nacional (Sebin, i servizi segreti). In questo modo il Sebin ha trasformato un artefatto di circolazione in un dispositivo di controllo interno. Gli uffici sono diventati delle celle, i bagni sono stati impiegati per l’isolamento e i corridoi curvi sono stati integrati in un circuito sorvegliato che ha annullato qualsiasi riferimento spaziale stabile.
I detenuti hanno dato dei nomi a quelli che un tempo erano dei negozi: el infiernito (piccolo inferno), Guantánamo, el tigrito (tigrotto), el cucarachero (uccello o posto infestato di scarafaggi), la pecera (acquario). Un bestiario tropicale, surrealista e spaventoso, tutto allo stesso tempo. Perché questi nomi, per quanto folcloristici possano sembrare, indicano luoghi in cui secondo l’ong Human rights watch è stata praticata la tortura. Tortura, sovraffollamento, scariche elettriche, immersioni nelle feci, abusi sessuali.
Oggi l’Helicoide svetta ancora su Caracas. Il governo degli Stati Uniti ha affermato che la vicepresidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez vorrebbe smantellare il centro di detenzione, ma al momento il futuro dell’edificio è ancora in sospeso, fedele alla sua natura.
Nelle foto, con la sua rampa dal disegno impeccabile e la sua cupola che brilla ancora, a me, che ho sempre creduto nella capacità dello spazio costruito di migliorare la vita, l’Helicoide mi spinge a fare una riflessione sconvolgente: l’architettura – o meglio gli esseri umani che la usano – ha la capacità di adattarsi a tutto. Un progetto concepito sotto una dittatura come promessa delirante di futuro può diventare, quasi senza modifiche, una prigione politica per un’altra dittatura.
E il petrolio, le auto, la rampa, l’asfalto, il lusso per pochi e la povertà per molti, i saccheggi, le detenzioni, i bombardamenti, le celle e la tortura funzionano – che ci piaccia o meno – come un riassunto assurdo e brutale degli ultimi settant’anni di storia del Venezuela.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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