A un certo punto dell’esibizione del cantante portoricano Bad Bunny, durante l’intervallo del Super bowl, è spuntato Ricky Martin. Martin, portoricano anche lui, ha cantato Lo que le pasó a Hawaii, un brano che fa un parallelo tra la storia delle Hawaii e quella di Puerto Rico, due arcipelaghi tropicali che dopo essersi aperti al turismo e all’economia statunitense hanno perso una buona fetta della loro cultura e della loro tradizione.
“Nel cuore verde delle montagne, puoi ancora respirare. / Le nuvole sono più vicine, puoi parlare con dio. / Puoi sentire il connazionale piangere, un altro che se n’è andato. / Non voleva andare a Orlando, ma quello corrotto lo ha cacciato”, dice il pezzo, che nonostante la melodia orecchiabile suona come un inno anticolonialista.
In questo e in altri piccoli dettagli era nascosto il senso profondo dell’esibizione di Bad Bunnny a Santa Clara. Benito Antonio Martínez Ocasio, questo il vero nome dell’artista, si è preso con merito i quindici minuti televisivi più ambiti dell’anno negli Stati Uniti per far arrivare nelle case delle persone un messaggio di fratellanza. Un appello ricco di orgoglio ma per nulla belligerante, anzi gioioso e contagioso, in cui il pop si è mescolato con il reggaeton, il dembow e altri generi della musica caraibica.
Sul finale – trascinato dal beat martellante di una versione elettronica di Cafè con ron, un pezzo che recita “Caffè al mattino, rum al pomeriggio / Siamo già in strada, esci dal tuo balcone” – Bad Bunny ha urlato “God bless America”, sventolando la bandiera portoricana ed elencando i nomi di altri stati latinoamericani come Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, Ecuador, Brasile, Colombia, Venezuela e Cuba. Come a ribadire: l’America non sono solo gli Stati Uniti, ci sono altre persone, altre culture, da accogliere e rispettare.
Poco prima di schiacciare il pallone da football, su cui c’era scritto “Insieme, siamo l’America”, ha detto in spagnolo: “Siamo ancora qui”.
L’esibizione di Bad Bunny a Santa Clara, pochi giorni dopo l’importante vittoria ai Grammy, è stata storica. Non era la prima volta che saliva su quel palco (i fan lo ricordano nel 2020, vestito con un completo argentato, mentre faceva da spalla a Shakira durante l’esibizione della cantante con Jennifer Lopez). Ma nei sessant’anni di storia della National football league (Nfl) non c’era mai stato uno show interamente in spagnolo.
Il commento di Donald Trump, che ha definito lo spettacolo “assolutamente terribile, uno dei peggiori di sempre”, fa capire quanto i colpi di Bad Bunny siano andati a segno.
Il concerto trionfale del cantante, che ha avuto come ospite Lady Gaga e in cui si sono sentite citazioni di classici della musica caraibica come Gasolina di Daddy Yankee, è stato costruito principalmente sull’album Debí tirar más fotos, uno dei più belli del 2025 e in generale degli ultimi anni. E racconta anche la profonda evoluzione di un artista che, un po’ per caso un po’ per sua volontà, è diventato un simbolo della diaspora latinoamericana e della resistenza alla stretta voluta dall’amministrazione Trump contro gli immigrati.
Quando nel 2018 è uscito il suo primo disco (notevole anche quello) X 100Pre, era davvero difficile pensare a una simile evoluzione. Era un cantante/rapper capace di scrivere canzoni eccellenti, ma parlava pur sempre di uomini che dicono alla loro ragazza “tu sei mia” e urlava ai quattro venti “mi piace la figa di Puerto Rico”.
Oggi, invece, le canzoni di Bad Bunny, oltre che dagli amanti del genere, piacciono anche a una parte della sinistra progressista, sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo. In questi anni, del resto, l’immagine di Bad Bunny si è emancipata dal machismo, come quando al Tonight show nel 2020 ha reso omaggio a Neulisa Alexa Ruiz, donna trans uccisa a Puerto Rico per aver usato il bagno delle donne.
Più i suoi messaggi e la sua immagine diventavano complessi, più la sua musica si è evoluta. Debí tirar más fotos è un disco impossibile da registrare se non sei un artista di serie A come lui, perché oltre al talento presuppone una conoscenza e uno studio filologico della musica del passato.
È impressionante, infine, che negli Stati Uniti di Trump il pop sia diventato in tutto e per tutto una musica di protesta. Lanciare un messaggio d’amore e pace, seppure ballando e divertendosi, nell’intervallo di una partita di football, circondato dagli sponsor, è diventato un atto sovversivo, l’equivalente contemporaneo di suonare Only a pawn in the their game, come fece Bob Dylan alla marcia su Washington al fianco di Martin Luther King. E questo spiega molto bene i tempi complicati e pieni di contraddizioni che stanno vivendo gli Stati Uniti, e con loro il mondo intero.
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