Il 2025 è stato un anno interessante per la musica internazionale. Sono usciti diversi dischi con una qualità media che non si registrava da tempo. Anche il 2024 non era andato male, ma era mancato un album in grado d’imporsi sugli altri. Quest’anno invece ce ne sono stati almeno un paio. Prima di vedere quali, vale la pena citare anche le storie che hanno fatto parlare di più nel settore musicale.
La notizia del 2025, perlomeno in occidente, è stata senza dubbio la reunion degli Oasis. La band di Manchester la scorsa estate si è imbarcata in un tour trionfale, partito dal Regno Unito e proseguito negli Stati Uniti, in America Latina, Asia e Oceania. Quando saranno in Europa? Qualcuno dice nell’estate del 2026, ma per ora non è ancora arrivato l’annuncio.
Un’altra storia che ha caratterizzato il 2025 è sicuramente quella dei Kneecap, il gruppo rap di Belfast diventato famoso per la sua musica ma anche per aver preso posizione pubblicamente contro il genocidio commesso da Israele in Palestina. I Kneecap sono finiti addirittura sotto processo nel Regno Unito con l’accusa di terrorismo, ma in seguito, per fortuna, il procedimento è stato archiviato.
Il 2025 è stato anche l’anno in cui il movimento di protesta contro il servizio di streaming Spotify ha raggiunto il suo culmine. Diversi artisti hanno tolto i loro brani dal catalogo in Israele per protestare contro il genocidio. Altri, come i Massive Attack, li hanno tolti dal catalogo in tutto il mondo per protestare contro gli scarsi compensi ai musicisti e gli investimenti dell’amministratore delegato dell’azienda, Daniel Ek, nell’industria degli armamenti. A gennaio la giornalista musicale Liz Pelly ha pubblicato Mood machine, in cui sostiene che Spotify ha rovinato l’industria musicale e trasformato gli ascoltatori in “consumatori passivi e apatici”. All’inizio di ottobre alcuni musicisti indipendenti di Oakland, in California, si sono riuniti per partecipare a una serie d’incontri intitolata to Spotify, in cui hanno parlato di come “decentralizzare la diffusione, la produzione e l’ascolto della musica all’interno delle economie capitaliste”. Sono stati un successo. Forse nei mesi scorsi, dopo anni di critiche, la reputazione di Spotify ha cominciato a incrinarsi in modo più evidente.
Detto questo, concentriamoci sulla musica. Ecco la lista dei miei album stranieri preferiti del 2025.
10) Perverts, Ethel Cain
Nei primi secondi di Perverts si sente un rumore sinistro, al quale segue un inno religioso dell’ottocento cantato da Ethel Cain con voce distorta. E poi arriva una tempesta di suoni di drone music. Il secondo disco della cantautrice statunitense, che alterna brani strumentali e cantati, è cupissimo, incentrato su due temi: la religione e le perversioni sessuali. I pezzi sono pugni nello stomaco: il singolo Punish è dedicato alla storia di un pedofilo che subisce la vendetta del padre di una delle vittime. Il sesso è costantemente vissuto con un retrogusto di senso di colpa e autocommiserazione, come in Onanist, brano nel quale la Commedia di Dante è evocata per parlare di masturbazione. Perverts non è un disco semplice, ma nelle sue atmosfere infernali si nascondono anche gemme melodiche, come quella del brano conclusivo, Amber waves. Ethel Cain, il cui vero nome è Hayden Silas Anhedönia, ha avuto grande coraggio a scavare fino a queste profondità emotive, creando un piccolo capolavoro di gotico sudista contemporaneo.
9) La belleza, Lido Pimienta
La belleza è nato dal dialogo tra la musica classica europea e la vita personale della cantante colombiana Lido Pimienta. Usando strumenti come il software Ableton e il controller midi, e collaborando con il produttore Owen Pallett, l’artista è partita dalla colonna sonora di Luboš Fišer per il film surrealista Fantasie di una tredicenne e ha scritto delle canzoni che mescolano al suo tipico stile i canti gregoriani e la musica del cinquecento. Un’operazione ad alto rischio, che però le è riuscita. Brani come Ahora e El dembow del tiempo stanno in perfetto equilibrio tra virtuosismo vocale e arrangiamenti orchestrali.
8) Alan Sparhawk with Trampled by Turtles, Alan Sparhawk & Trampled by Turtles
Quella dei Low, duo formato da Alan Sparhawk e Mimi Parker, è stata una delle storie più belle dell’indie statunitense. Dall’inizio degli anni novanta la band di Duluth è cresciuta disco dopo disco, coltivando uno zoccolo duro di fan molto fedeli. Sparhawk e Parker, marito e moglie di fede mormona, sono partiti dal rock per approdare progressivamente a territori ben più sperimentali. La storia dei Low, purtroppo, ha avuto però un finale tragico: nel novembre 2022 Mimi Parker è morta all’età di 55 anni per un cancro alle ovaie. Dopo un periodo di silenzio, Alan Sparhawk è tornato sulle scene con due dischi solisti: il primo, White roses, my god era un lavoro non del tutto a fuoco, ma il secondo, registrato con la band bluegrass Trampled by turtles e pubblicato nel 2025, è uno stupendo album country-folk che omaggia il primo Neil Young. Il culmine assoluto del lavoro è il brano Not broken, cantato insieme alla figlia di Sparhawk, Hollis: un duetto delicato e potente, che richiama i Low ma apre a nuove direzioni.
7) A danger to ourselves, Lucrecia Dalt
Lucrecia Dalt è una musicista sperimentale colombiana che vive a Berlino, in Germania. A danger to ourselves è il settimo album della sua carriera. È stato prodotto dalla stessa Dalt insieme a David Sylvian, ex leader dei Japan e considerato uno dei nomi di punta della new wave degli anni ottanta, ma autore anche di diversi lavori solisti di notevole qualità. A danger to ourselves è probabilmente il disco più pop di Dalt, ma ancora intriso di atmosfere cinematografiche, elettronica e tradizione latinoamericana. Il gusto sonoro della cantautrice, in particolare quello per le percussioni, è unico: ascoltare per credere i pezzi Cosa rara, nel quale la voce di David Sylvian entra con un passo luciferino, Aguita con sal e il conclusivo Covenstead blues, che suona come il seguito latinoamericano di Red right hand di Nick Cave.
6) Eusexua, Fka Twigs
Non ho mai amato particolarmente Fka Twigs: la trovavo pretenziosa, tutta forma e poca sostanza, e il suo esordio Lp1 mi piaceva soprattutto perché dietro c’era il genio di Arca. Non avevo nessuna aspettativa quindi nei confronti di Eusexua, ma devo ammettere che è un ottimo album. È un inno al potere della pista da ballo e al sesso, nel quale Fka Twigs si lascia finalmente andare e dimostra di poter fare musica dance e pop in modo impeccabile, anche grazie al produttore Koreless. Da Girl feels good (un pezzo che mi ha fatto pensare alla Madonna di Ray of light) a Sticky, questo album contiene una serie di brani inattaccabili, che a tratti suonano come il lato oscuro di Charli Xcx. Fka Twigs sa accelerare quando serve, ma anche rallentare, come nel brano finale Wanderlust.
5) Choke enough, Oklou
Con il suo disco d’esordio la cantante francese Marylou Vanina Mayniel, in arte Oklou, ha creato un interessante ibrido tra hyperpop e musica sperimentale. Dentro ci sono echi di molte cose successe negli ultimi anni, da Sophie a Grimes, autrice del mai troppo celebrato Art angels. Tutte queste influenze sono ricondotte al mezzo soprano di Oklou, che si snoda in tredici canzoni tortuose e delicate. In Choke enough ci sono pezzi di bravura come Thank you for recording, un brano in cui un sintetizzatore simula un fiato e lei canta di un tornado fuori dalla finestra. Nel pezzo che dà il titolo al disco una melodia circolare minimalista avvolge la voce di Oklou prima che i sintetizzatori entrino a scuotere l’atmosfera. Premio esordiente dell’anno.
4) Safle, fable, Bon Iver
Dopo il mezzo passo falso di i, i, Justin Vernon si è rimesso in pista impugnando di nuovo la chitarra acustica. Sable, fable riscopre il gusto artigianale della canzone, una materia che mi pare Vernon padroneggi molto meglio rispetto all’elettronica. Per questo è rassicurante essere cullati dalla chitarra acustica di Things behind things behind things, che apre la prima parte del lavoro, ed è seguita dall’intima Speyside e dalla dolente Awards season, arricchita da un sassofono. La bravura di Vernon/Bon Iver sta nel non fermarsi lì, nel non accontentarsi di dare alle stampe il gemellino di For Emma, forever ago. E per questo è altrettanto interessante la svolta romantica in salsa anni ottanta della seconda parte del disco, con pezzi come Everything is peaceful love, che sembra un omaggio al Marvin Gaye di Sexual healing. Si dice che questo potrebbe essere l’ultimo disco dei Bon Iver, che d’ora in poi Vernon potrebbe dedicarsi ad altri progetti. Se così fosse, sarebbe una buona chiusura del cerchio.
Gli Širom vivono nella regione di Prekmurje, in Slovenia, immersi nella natura. Sono un trio formato da Iztok Koren, Ana Kravanja e Samo Kutin. Definiscono il proprio stile “folk immaginario”. “Non vogliamo suonare qualcosa che esiste già”, dicono. Una frase insolita per dei musicisti folk, genere tradizionalmente legato alla memoria. Ma gli Širom reinventano il concetto di tradizione, creando suoni che sembrano antichi e moderni allo stesso tempo, costruiti su affascinanti tappeti percussivi e arricchiti dalle dolenti aperture armoniche del violino di Ana Kravanja. In the wind of night, hard-fallen incantations whisper è il loro quinto album, forse il migliore che abbiano mai registrato. Un consiglio: se avete l’occasione di vederli dal vivo, non fateveli scappare. Sono un incanto.
2) Debí tirar más fotos, Bad Bunny
Il disco pop dell’anno insieme a Mayhem di Lady Gaga, che però al di là del notevole singolo Abracadabra ha riciclato troppo idee vecchie. Bad Bunny, invece, nonostante da anni non sbagli praticamente mai un disco, stavolta si è superato. Il sesto lavoro in studio di Benito Antonio Martínez Ocasio (questo è il suo vero nome) è un inno alle radici del cantante, cresciuto a Puerto Rico, un luogo spesso attaccato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Debí tirar más fotos è anche un ponte tra la generazione degli emigrati quarantenni e cinquantenni e la generazione Z, quella che negli ultimi anni ha alimentato il successo globale di generi della musica latina e caraibica come dancehall, dembow, urban champeta, funk, rap e reggaeton. La musica di Bad Bunny non basterà a curare le ferite di Puerto Rico, ma può farle bruciare un po’ meno.
1) Baby, Dijon
Il 2025 è stato un ottimo anno per Dijon Duenas, cantautore statunitense classe 1992. Ha recitato in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, ha collaborato con Bon Iver e Justin Bieber e soprattutto ha pubblicato Baby, un piccolo capolavoro di rnb sperimentale. È difficile rendere poetica l’imperfezione come fa Dijon, eppure lui ci riesce. Ha una voce bellissima, eppure la scompone e ricompone continuamente. Nel suo secondo disco, che segue il già ottimo Absolutely, a tratti gioca a nasconderla, a tratti la fa svettare in mezzo agli strumenti. In alcuni momenti sembra che chitarre e sintetizzatori siano in una stanza e lui in un’altra. I testi dei brani, in molti dei quali si sente chiaramente l’influenza di Prince, portano l’ascoltatore nell’intimità della sua vita quotidiana: raccontano l’amore per la moglie e il figlio (nell’eterea apertura Baby!, una delle migliori canzoni sulla paternità che abbia mai ascoltato, e nelle successiva Another baby!, che cita i Wu-Tang Clan), gli istinti autodistruttivi, la lotta con l’alcolismo (in Fire!, un pezzo che ricorda Michael Jackson) e la relazione complicata con il padre (in My man, un brano nel quale Dijon canta come se stesse per sputare un polmone su un tappeto di sintetizzatori e batteria elettronica).
Baby è un disco notevole, un’epifania, un trionfo di emotività e creatività nel quale tra l’altro, come ha scritto Daniele Cassandro su Lucy, Dijon si mette a nudo senza cadere negli stereotipi machisti. Il 2025 ha certificato la nascita di una nuova stella della musica nera statunitense.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it