Era il 4 maggio 1970. All’università del Kent, in Ohio, 28 soldati della guardia nazionale spararono circa 67 colpi in 13 secondi, uccidendo quattro studenti disarmati e ferendone altri nove, uno dei quali riportò una paralisi permanente. Gli studenti, in tutto più di trecento, stavano manifestando contro la guerra in Vietnam e in Cambogia in un’università locale.

Tre giorni prima il presidente Richard Nixon aveva chiamato “barboni” i manifestanti presenti negli atenei. Poco dopo la tragedia, vedendo sulla rivista Life una foto di una delle vittime scattata dal premio Pulitzer John Filo, Neil Young trovò ispirazione per scrivere il testo di Ohio, un brano che registrò insieme a Crosby, Stills e Nash, e che fu pubblicato nel giro di un paio di settimane. “Tin soldiers and Nixon coming” (soldatini di piombo e Nixon stanno arrivando), cantava Neil Young. Molte radio statunitensi, a causa dei contenuti ritenuti contro il governo, decisero di non trasmettere il pezzo.

Oggi sembra di vivere in un periodo storico simile. Negli Stati Uniti i bersagli preferiti delle forze federali – nello specifico l’Immigration and customs enforcement (Ice) e lo United States customs and border protection (Cbp), due agenzie concepite per il controllo delle frontiere ma potenziate dal presidente Donald Trump fino a farle diventare delle specie di milizie armate – sono le persone non bianche, gli immigrati, arrestati e perquisiti con la forza, e i bianchi che osano protestare.

A Minneapolis due cittadini statunitensi, Renée Nicole Good e Alex Pretti, sono stati uccisi dagli agenti. Erano disarmati e secondo diverse testimonianze non costituivano nessun pericolo. Un po’ come quegli studenti di Kent cantati da Neil Young. Anche stavolta c’è un presidente repubblicano, che ha definito la morte di Pretti “uno sfortunato incidente”, ha incolpato i democratici per il contesto che si è creato e ha fatto vaghe promesse di “de-escalation”, tutte da verificare.

In questo clima di contrapposizione e tensione costante perfino i Grammy, i più importanti premi dell’industria discografica statunitense, celebrati il 1 febbraio a Los Angeles, sembrano essersi adeguati al contesto. Molti dei candidati e degli ospiti principali, seppur circondati dai soliti lustrini, hanno usato il palco della Crypto.com Arena per mandare messaggi politici. Alcuni si sono presentati sul red carpet con la spilla “Ice out”.

Il fatto che il premio per il disco dell’anno sia andato a Debí tirar más fotos di Bad Bunny (vincitore anche nella categoria Miglior musica urbana) è di per sé una dichiarazione d’intenti, a partire dal fatto che è la prima volta nella storia che un album cantato interamente in spagnolo conquista la statuetta più importante.

Il cantante portoricano, che in occasione del suo ultimo tour mondiale non ha fatto neanche una data sul suolo statunitense per proteggere i suoi fan dall’Ice, ha fatto un discorso di ringraziamento che non poteva essere più chiaro: “Prima di ringraziare dio, voglio dire ‘Ice out’. Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni: siamo esseri umani”, ha detto dal palco. “L’odio diventa più potente se si aggiunge altro odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore, quindi, per favore, dobbiamo essere diversi. Se combattiamo, dobbiamo farlo con amore”.

Da un punto di vista musicale, tra l’altro, fa piacere che la giuria composta da discografici statunitensi abbia scelto un album così coraggioso e rilevante come Debí tirar más fotos, un inno alle radici della musica portoricana a cavallo tra salsa, reggaeton, pop e jazz, capace di arrivare a tante persone senza essere mai scontato. Il fatto che quest’anno fossero assenti due assi pigliatutto come Beyoncé e Taylor Swift (il suo The life of a showgirl è uscito nel 2025, ma dopo il 30 agosto, che è la data oltre la quale i dischi non possono essere inclusi nelle candidature) probabilmente ha aiutato una scelta del genere.

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Billie Eilish, premiata per la canzone dell’anno grazie alla raffinata ballata Wildflower, ha fatto anche lei un discorso abbastanza politico. Dopo i ringraziamenti di rito, ha sfoderato una frase a effetto: “Nessuno è illegale in una terra rubata”, chiaro riferimento allo sterminio dei nativi alla base della nascita degli Stati Uniti. E poi ha aggiunto un eloquente: “Fuck Ice”. La milizia di Trump, del resto, agita il sonno dei musicisti statunitensi in questi giorni, anche fuori dal contesto dei Grammy. Bruce Springsteen pochi giorni fa ha pubblicato a sorpresa una canzone di protesta intitolata Streets of Minneapolis, un omaggio a Renée Nicole Good e Alex Pretti, che ricorda proprio lo spirito di Ohio di Neil Young.

Guardando al resto della cerimonia di Los Angeles (qui trovate l’elenco completo dei vincitori), Kendrick Lamar e SZA hanno vinto con Luther la statuetta per la registrazione dell’anno. Lamar, che a differenza del passato si è ben guardato dal commentare l’attualità e ha preferito omaggiare la cultura hip-hop, ha anche vinto il premio per il miglior album rap con GNX, ricevendo il trofeo da Queen Latifah e Doechii, e per la migliore canzone rap con Tv off.

Lamar ha battuto così il record di Jay-Z, diventando il rapper con il maggior numero di Grammy in carriera. Jay-Z ne ha 25, Lamar 27. Il riconoscimento per il miglior album pop è andato a Lady Gaga per Mayhem, mentre quello per la migliore performance pop solista è andato a Lola Young, un talento che purtroppo dopo quel gioiellino di canzone che è Messy si sta un po’ perdendo per strada. Il discorso di Young, piuttosto sbilenco, ha rispecchiato lo spirito della canzone, una riflessione giocosa ma anche profonda sulla salute mentale. Olivia Dean è stata premiata come miglior artista esordiente, mentre FKA Twigs si è portata meritatamente a casa la statuetta per il miglior disco di elettronica con l’ottimo Eusexua. I Turnstile, che trovo un po’ sopravvalutati, hanno trionfato nella categoria miglior album rock e miglior album metal (ma sono metal?).

Non c’è stata solo la politica ai Grammy, anzi. L’edizione di quest’anno ha segnato una vittoria notevole per il k-pop. Il brano Golden degli Huntr/x, colonna sonora del film animato K-Pop demon hunters, ha trionfato come miglior canzone per i media visivi.

Questo è stato anche un anno di transizione per i Grammy. Era l’ultima volta che lo show andava in onda sulla Cbs. Dopo più di cinquant’anni, nel 2027 sarà trasmesso da Abc, Disney+ e Hulu. E non ci sarà più l’attore comico Trevor Noah a condurlo.

Una delle storie più laterali, ma anche più toccanti, è stata quella dei Cure. La band di Robert Smith, che ha appena festeggiato cinquant’anni di carriera, ha vinto per la prima volta un Grammy, anzi due: miglior album di musica alternativa (Songs of a lost world) e miglior performance di musica alternativa (Alone).

Smith e compagni non erano presenti a Los Angeles e hanno fatto leggere un messaggio di ringraziamento dedicato soprattutto ai fan del gruppo. La scelta della giuria suona più che altro come un riconoscimento alla carriera, un po’ come l’Oscar a Martin Scorsese per The departed. Ma Robert Smith, oltre che essere un esempio di coerenza e integrità artistica, è uno dei più grandi autori di canzoni viventi. Una statuetta ai Cure, quindi, non può mai essere un errore.

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