Il 9 aprile è stata inaugurata la terza edizione di Exposed, il festival di fotografia diffuso in vari spazi di Torino, che andrà avanti fino al 2 giugno. Le mostre selezionate dal direttore artistico Walter Guadagnini sono diciotto e sono tutte incentrate sull’idea del mettersi a nudo, non solo in maniera letterale ma soprattutto come confronto e relazione tra identità e rappresentazione, tra ciò che viene svelato e ciò che viene nascosto. Il festival segue una trama espositiva eterogenea in cui ritroviamo contesti, linguaggi e prospettive differenti, unendo autori affermati ed emergenti.

All’Archivio di stato è allestita Self exposed, una selezione di settanta scatti di Ralph Gibson, fotografo californiano nato nel 1939. In questo percorso cronologico si può scorrere la ricerca formale che parte da San Francisco e da New York, negli anni sessanta. Allontanandosi gradualmente dalla documentazione realistica, Gibson prosegue fino ad oggi verso immagini costruite dalle ombre e dalle luci, dai contrasti forti e da inquadrature insolite. I soggetti acquisiscono qualità scultoree e i dettagli diventano spunti per narrazioni libere, ambigue e misteriose.

Sulle pareti della libreria della casa editrice indipendente Witty Books è esposto The dice man dell’ungherese Máté Bartha, che fa parte della mostra collettiva Metamorphosis, con protagonisti sei giovani autori selezionati dalla piattaforma europea Futures photography. Le metamorfosi narrate riguardano i processi di trasformazione individuale, sociale e ambientale. Nel suo progetto Bartha ricostruisce una mappa personale di Budapest, in cui è nato nel 1987, e lo fa attraverso vecchi disegni, ricordi, sogni e rivisitando i luoghi dell’infanzia. In questo pellegrinaggio sentimentale, appesantito dalla memoria della perdita precoce dei genitori, l’artista si lascia guidare da un dado per ripercorrere la città, che si trasforma in un labirinto visionario.

Il Circolo del design ospita tre serie del fotografo inglese Dean Chalkley, che dagli anni novanta a oggi ha ritratto buona parte della musica anglosassone, dedicandosi però anche in maniera più estesa alle culture giovanili.

La prima serie mette insieme alcuni scatti realizzanti per musicisti come gli Oasis, Amy Winehouse, i White Stripes. Mentre in Never turn back sceglie un passo meno frenetico per un set in bianco e nero ambientato sulle coste fredde e ventose del Norfolk, dove nel 2015 ha ritratto un gruppo di adolescenti, di amici, catturando momenti intimi di spensieratezza e libertà. Di libertà unita alla voglia di apparire, trasgredire e soprattutto di divertirsi senza molti freni parla il nucleo centrale della mostra, affidato a Back in Ibiza, diventato di recente anche un libro.

La storia comincia nel 1998, quando Chalkley viene mandato sull’isola spagnola dalla rivista londinese Mixmag per documentare la scena dei club. Lì si lascia trasportare dall’energia di ragazze e ragazzi e insieme a loro racconta la ricerca edonistica, il desiderio di perdere il controllo per ritrovare la spontaneità. Dopo il primo viaggio, il fotografo decide di tornarci ancora e più volte, ritrovandosi alla fine con un corpus esteso fino al 2003, testimonianza degli ultimi anni in cui apparire ed esibirsi davanti a una macchina fotografica non era ancora mediato e condizionato dagli smartphone e dai social media.

Altri artisti in mostra a Exposed sono Diana Markosian (alle Gallerie d’Italia, fino al 6 settembre), Toni Thorimbert, Yorgos Lanthimos, Bernard Plossu, Paola Agosti, Auguste Belloc, Wilhelm von Gloeden, Carlo Mollino, Karla Hiraldo Voleau, Paolo Ventura, Mark Leckey e molti altri inclusi in progetti collettivi.

Non tutti però sono adeguatamente valorizzati: nella buona intenzione di trasformare per un paio di mesi Torino nel “miglio della fotografia”, si è rischiato su alcuni allestimenti, in particolare quelli lungo i portici, indeboliti dalla distanza con le opere, da guardare di sfuggita mentre si cammina. E una mostra collettiva come Metamorphosis perde forse un po’ di impatto esponendo i progetti in luoghi diversi. Nonostante questo, la città si conferma come un punto di riferimento per la fotografia in Italia, in cui convergono le energie di spazi più tradizionali e di altri più vicini ai linguaggi contemporanei e sperimentali.

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