Superata la soglia dei vent’anni – festeggiati nel 2025 – il festival Fotografia europea di Reggio Emilia ha deciso di guardare a ciò che non si può guardare, a una sostanza invisibile composta da ricordi, memorie individuali e collettive, tecnologie che filtrano sempre di più la nostra percezione del reale. Alla consolidata squadra di curatori (Tim Clark, Walter Guadagnini, Luce Lebart) si aggiunge Arianna Catania, fondatrice e direttrice di Gibellina photoroad.
Le mostre sono numerose, come sempre, e sono dislocate in diversi luoghi della città fino al 14 giugno. Tra queste, al piano terra dei Chiostri di San Pietro c’è Milk wood di Simona Ghizzoni, fotografa di origine reggiana con un’attenzione specifica ai diritti delle donne e alle questioni sociali che le riguardano. Il progetto è stato commissionato dal festival stesso ed esplora la quotidianità del quartiere Stazione a Reggio Emilia, una zona dimenticata, oggetto ora di una riqualificazione da parte dell’amministrazione cittadina.
Il titolo è preso dall’opera postuma di Dylan Thomas: un radiodramma che racconta incubi e speranze di una piccola comunità gallese quando si fa notte; è un invito del poeta a “entrare” nelle stanze degli abitanti mentre dormono; è un invito all’ascolto e al riconoscimento dell’esistenza degli altri.
“Anch’io avevo dimenticato la vecchia stazione, nonostante sia da lì che sono partita per la prima volta, ormai molti anni fa”, racconta Ghizzoni. “Mentre tentavo di capire come si racconta un luogo che si è dimenticato, dalla libreria cercavo una vecchia edizione di Milk wood”. La fotografa entra così in questa storia con un approccio non necessariamente documentario.
Ci sono i ritratti delle donne che si incontrano il mercoledì da Binario49 e altre persone che vivono nel quartiere, ma non solo. Nell’allestimento attraversiamo anche elaborazioni pittoriche di luoghi e parole, che diventano degli audio, per restituire una rilettura sfaccettata del quartiere, costruita insieme a chi lo vive ogni giorno.
Vite non convenzionali
A Palazzo da Mosto c’è The serpent’s thread della fotografa polacca Emilia Martin, che porta avanti anche in questo caso la sua ricerca sulla forza dello storytelling applicato al patrimonio ancestrale. Lavora su diversi piani: verità e finzione, memorie orali, miti e leggende, riti che insieme compongono una trama fitta del racconto.
Il progetto parte dal suo ricordo della nonna, tessitrice appassionata ma il cui lavoro non fu mai considerato di valore e andò perduto. Per compensare questa mancanza, Martin ricostruisce la storia, tra mito e realtà, delle sorelle Andersson, vissute nel villaggio svedese di Åsmundtorp all’inizio del ventesimo secolo.
Queste cinque donne realizzarono corredi elaborati che avrebbero rappresentato il loro valore come future mogli. Alla fine solo una sorella si sposò mentre le altre condussero vite non convenzionali per l’epoca, dando lo spunto per una serie di speculazioni e leggende. A Reggio Emilia è possibile assistere a una ricostruzione suggestiva di questo archivio ambiguo, con cui l’artista vuole dare voce a creatrici la cui importanza è stata schiacciata dalle regole e dalle aspettative sociali.
Tornando ai Chiostri di San Pietro, Keep the fire burning è una carrellata di libri fotografici che esplorano i modi in cui i miti, le fiabe, le leggende, la spiritualità, le tradizioni e altri materiali arcaici continuano a influenzare il nostro presente.
Sono testi che imprimono con immagini e parole testimonianze tramandate di generazione in generazione, saperi fragili che rischiano di scomparire. Perché anche se provengono da posti diversi sono accomunati dagli stessi obiettivi, cioè creare legami, spiegare l’ignoto, proteggere e ricordare. Sia che documentino, rielaborino o evochino, questi libri diventano dei contenitori di una cultura immateriale che vale la pena non dimenticare.
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