Era un sogno, utopistico. si è infranto nel sangue e nel terrore quando gli Stati Uniti, martedì 11 settembre, sono stati vittime di una gigantesca operazione terroristica. Un atto di guerra che traumatizza l’America, un festival della barbarie. Il sogno era quello di George W. Bush. Lui voleva proteggere gli Stati Uniti dalla scena internazionale, vederli meno esposti perché meno coinvolti nella soluzione dei conflitti in corso. Ignorava la guerra fra israeliani e palestinesi. Infine prometteva di trasformare in un santuario il territorio nazionale ponendolo sotto uno scudo antimissile. Il risveglio è terribile.
Gli Stati Uniti sono stati colpiti dalla realtà del mondo instabile del dopo Guerra fredda; la realtà di una scena internazionale dove non ci sono più regole e dove le nazioni non sono più le uniche protagoniste. Questa realtà ha colpito gli Stati Uniti con una violenza senza paragoni dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbor, nel 1941. È un nuovo mondo che si annuncia, un mondo in cui la superpotenza ha appena dimostrato la sua vulnerabilità al superterrorismo.
La sfida è infinitamente superiore a quella che dovette raccogliere George Bush padre quando decise, nel 1991, di cacciare le truppe irachene dal Kuwait. La prova giunge mentre le grandi linee della politica estera e di difesa del nuovo presidente sono ancora imprecisate e le squadre che ne hanno l’incarico sono occupate in surreali battaglie burocratiche.
Il dirottamento di aerei di linea da parte di pirati dell’aria che li hanno diretti prima verso i simboli della potenza economica americana a New York – le torri gemelle del World Trade Center – poi verso il cuore della loro potenza militare in Virginia, vicino a Washington – il Pentagono – ha fatto migliaia di morti. Nel dramma, gli americani si raccoglieranno dietro il loro presidente.
Il tempo delle domande
Ma, passato il lutto, verrà il tempo delle domande. E verteranno sulla pertinenza delle scelte di Bush. Prenderanno di mira la sua ostinazione a perseguire un unico obiettivo strategico: dotare gli Stati Uniti di un sistema di difesa antimissile.
Molti erano gli esperti e i responsabili politici che l’avevano messo in guardia: la vera minaccia non era quella di un improbabile Stato canaglia che avrebbe lanciato un missile sul territorio degli Stati Uniti, bensì quella di un’aggressione terroristica. Le domande riguarderanno la politica repubblicana in Medio Oriente, anche se gli attentati di martedì sono stati sicuramente preparati molto prima dell’arrivo di Bush alla Casa Bianca. Metteranno in rilievo l’odio che suscita l’America in buona parte del mondo arabo-musulmano. Sottolineeranno la sfida che lanciano i terroristi in generale e la necessità di una lotta comune.
Ma soprattutto manifesteranno questa certezza: l’isolazionismo non è mai un’opzione per l’America. ◆ cp
◆ Non trovo le parole”, balbetta un reporter con voce strozzata di fronte alle immagini di guerra a sud di Manhattan. A New York gli incubi dei film di fantascienza più apocalittici sono diventati realtà. L’11 settembre 2001, circa sessant’anni dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, passerà alla storia come un’altra dichiarazione di guerra alla superpotenza americana. La dichiarazione di guerra del 2001 ha tutte le caratteristiche di un’epoca in cui il terrorismo è diventato, in tutto il mondo, la forma quotidiana della violenza. Una violenza che non guarda in faccia le vittime, una violenza delirante che è diventata un fenomeno globale.
Sessant’anni fa il Giappone, con il suo attacco a un obiettivo militare, pensava di fare un passo decisivo verso la vittoria. L’ondata di terrorismo senza precedenti dell’11 settembre colpisce tutti gli attuali simboli del potere e della grandezza degli Stati Uniti. Le torri svettanti fino al cielo del World Trade Center non simboleggiano soltanto il potere economico statunitense, ma sono anche il punto nodale in cui affluiscono da tutto il mondo denaro e merci. Il Pentagono è da decenni il cuore del comando militare americano. Da qui gli Stati Uniti hanno condotto guerre, diretto complesse operazioni militari e indirizzato colpi mirati a obiettivi terroristici, veri o presunti, in tutto il mondo.
In una sola drammatica ora questi simboli sono stati distrutti, in tutto o in parte. Colpiti da aerei civili che sono diventati per l’occasione, insieme a tutti i passeggeri, bombe contro gli odiati simboli del potere statunitense, ossia occidentale. L’apocalisse di Manhattan, il Pentagono in fiamme, sono, come sessant’anni fa le navi a Pearl Harbor, la grottesca dimostrazione che l’America del Nord è sì un continente circondato da mari, ma anche una parte di questo mondo.
Gli Stati Uniti reagiranno militarmente. È probabile una campagna punitiva, anche se dovesse essere condotta su metà del pianeta. I programmi di riarmo verranno intensificati. Il mondo diventerà più freddo e più bellicoso. sf Jochen Siemens, Frankfurter Rundschau, Germania
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati