Civili innocenti – nostri amici, vicini, familiari – hanno pagato un prezzo terribile per gli atti omicidi dell’11 settembre. Dai passeggeri a bordo dell’aereo di linea dell’American Airlines partito da Dulles con destinazione Los Angeles, ai dipendenti del Pentagono che facevano il loro dovere nel momento in cui un aereo dirottato ha squarciato l’edificio, persone che non avevano fatto niente di male hanno sofferto moltissimo, molte sono morte.

È vero, strutture importanti, simboli e icone della potenza militare e finanziaria statunitense, sono state danneggiate e sono andate perdute negli attacchi su Washington, New York e nei cieli degli Stati Uniti. Con il tempo questi edifici saranno ricostruiti o rimpiazzati. Ma le donne e gli uomini nella parte del Pentagono colpita e nel World Trade Center di New York, e quelle anime sull’aereo precipitato in Pennsylvania, insieme alle loro famiglie, sono le vere vittime del terrorismo di martedì 11 settembre.

È stato un terrorismo di un’ampiezza un tempo inimmaginabile, che almeno temporaneamente ha messo fuori uso la capitale del paese.

A mezzogiorno avevamo l’immagine di una città sotto assedio: il Pentagono, il centro nevralgico dell’apparato militare del paese, in fumo e in fiamme, con un buco profondo in uno dei lati dell’edificio, provocato da un aereo di linea dirottato. La Casa Bianca, isolata dal nastro giallo della polizia, evacuata insieme al Campidoglio e a tutti i dipartimenti federali. I leader del Congresso fuggiti precipitosamente in luoghi segreti e protetti. Impiegati governativi in ansia e terrorizzati che defluivano dal centro in auto o a piedi, le principali strade intasate, la metropolitana gremita di passeggeri. Gli aeroporti chiusi, i treni fermi. E il presidente – in visita in Florida e poi trasferito per misure precauzionali lontano da Washington – che ha condotto in teleconferenza una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale dal Comando aereo strategico, nel Nebraska, con la sua famiglia fatta scomparire in località protette. Washington, un tempo ritenuta al riparo da attacchi terroristici coordinati, sotto lo stato di emergenza dichiarato dal sindaco, è stata messa a dura prova da una guerra non dichiarata, condotta senza alcun rispetto delle regole.

Nucleo di forza

Ma malgrado l’atrocità del momento, le esplosioni, il fumo e il fuoco, e il velo di sicurezza precipitosamente calato sugli alti funzionari di Washington, la regione della capitale non è stata messa in ginocchio. I soccorsi hanno risposto prontamente al disastro al Pentagono. Tutte le risorse dei servizi dei vigili del fuoco e delle ambulanze sono stati lanciate in azione, insieme alle unità di pronto soccorso degli ospedali e ai volontari di tutta le regione.

Sì, c’è stata confusione ed è stato forte il trauma emotivo – come avrebbero potuto non esserci? –, ma i cittadini della zona non si sono lasciati prendere dal panico totale. Solo questo ha negato ai terroristi la vittoria che cercavano. E ha rivelato un nucleo di forza nella nostra regione che ci preparerà a qualsiasi cosa potrà succedere in futuro. ◆ nm

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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 7. Compra questo numero | Abbonati