Le dimissioni del primo ministro libanese Saad Hariri, il 4 novembre, sono un evento inaspettato. Ma era inevitabile che a un certo punto qualcosa avrebbe ceduto: l’ingerenza dell’Iran in Libano attraverso l’organizzazione sciita Hezbollah e i suoi alleati aveva raggiunto un livello inaccettabile, trasformando il primo ministro e il suo governo in testimoni indifesi di una situazione che danneggia l’indipendenza, la sicurezza, la stabilità e l’unità nazionale del paese.

La speranza è che questo evento clamoroso sia un campanello d’allarme e attiri l’attenzione sulla situazione del Libano. Come primo ministro, Hariri rappresentava una rete di sicurezza che garantiva la legalità e una buona reputazione internazionale, oltre a dare visibilità al Libano sulla mappa mondiale. Secondo molti politici e analisti, la sua uscita di scena potrebbe privare Hezbollah e i suoi alleati di un socio di governo sunnita credibile, negandogli la foglia di fico di un governo di unità nazionale. Finora Hezbollah e l’Iran si erano comportati come se Hariri fosse una copertura per l’esercizio della loro influenza e per le loro attività, più che un effettivo contrappeso.

Demagogia inutile

Le sue dimissioni preannunciano nuovi pericoli, non ultimo la formazione di un governo più favorevole a Hezbollah, che porterebbe a sanzioni internazionali più gravi. L’organizzazione sciita libanese e i suoi alleati avrebbero dovuto cogliere i segnali di quest’evoluzione. Il tentativo di Hariri di perseguire una politica di unità nazionale indipendente si era esaurito e lui stesso aveva messo in gioco la sua popolarità personale.

Ora tutti i partiti dovranno evitare la demagogia e affrontare il momento con moderazione ed equilibrio. L’importante è mantenere la calma e garantire la sicurezza e la stabilità del Libano. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati