In India la pandemia di covid-19 e la risposta inadeguata del governo hanno avuto effetti devastanti sulla popolazione. La perdita di posti di lavoro e il calo dei redditi senza precedenti, causati dai ripetuti lockdown, hanno spinto molti indiani sull’orlo della fame. Dal paese emergono storie di persone costrette a cibarsi di erba e tuberi selvatici, a chiedere da mangiare ai vicini e alle organizzazioni caritatevoli, a prendere denaro in prestito a tassi altissimi pur di sopravvivere, o a saltare i pasti. A essere colpite sono state le comunità ai margini: le popolazioni tribali delle foreste, i lavoratori agricoli che non sono proprietari di terreni, gli operai delle fabbriche e quella grande fetta della popolazione che dipende da lavori giornalieri in settori come le costruzioni e il settore alberghiero.

Bhuwaneshwari, che appartiene alla comunità dei pulayar, vive con la sua famiglia nella Riserva della tigre di Anamalai, nello stato del Tamil Nadu (sudest). Durante il confinamento di aprile e maggio del 2021 non ha potuto vendere i prodotti della foresta e non ha ricevuto aiuti statali, perciò la sua famiglia è sopravvissuta mangiando una zuppa fatta con tuberi selvatici. “Ogni mattina cammino per dieci chilometri nella foresta per andare a raccogliere i prodotti da vendere. Ci metto due ore per raggiungere il nostro posto. Durante il lockdown abbiamo raccolto le arachidi e le abbiamo messe da parte nella speranza di poterle rivendere al mercato”, racconta la donna. “Ma per quanto tempo potremo sopravvivere mangiando tuberi?”. Come per molte altre comunità tribali indiane, l’unica fonte di reddito dei pulayar della riserva sono i prodotti della foresta. L’interruzione dei trasporti pubblici a causa della pandemia gli ha impedito di raggiungere i mercati e di guadagnare, e li ha isolati dal resto della società. Nel Tamil Nadu più di 40mila famiglie come quella di Bhuwaneshwari non hanno la tessera che gli permetterebbe di ricevere i cereali sovvenzionati dal governo.

Anche braccianti e contadini hanno subìto la crisi. Sebbene i lavori agricoli non si siano interrotti e l’India abbia ottenuto un raccolto record di cereali (circa 395 milioni di tonnellate) i salari dei braccianti agricoli e i guadagni dei piccoli contadini sono crollati, e loro sono stati costretti a indebitarsi. In India sono più di 140 milioni i lavoratori agricoli che non possiedono un terreno. Mohammad Khan, un contadino nello stato del Bengala occidentale (nordest), possiede 1,6 ettari di terreni. Una parte la affitta e su quello che resta coltiva ortaggi. Le restrizioni anticovid gli hanno reso più difficile procurarsi da mangiare perché non poteva trasportare quel poco che raccoglieva. “Nella mia capanna la fame è perenne. Saltare i pasti ormai è un’abitudine”, racconta Khan. Il ciclone Yaas, che a maggio ha colpito la costa, ha danneggiato la sua baracca. Il suo piccolo terreno si è allagato, aggravando la morsa della fame.

Condizione permanente

Prima della pandemia, l’India soffriva già di una fame cronica e diffusa. Secondo una stima della Fao, nel 2020 per 189 milioni di indiani (su 1,3 miliardi) l’insufficienza di cibo era acuta. Secondo il Global hunger index, l’anno scorso l’India era al 94° di 107 posti nella classifica dei paesi colpiti dalla fame. Una rilevazione nazionale su famiglia e salute nel 2015-2016 aveva riscontrato che il 59 per cento dei bambini di meno di cinque anni e il 53 per cento delle donne erano anemici. Più del 38 per cento dei bambini era rachitico e quasi il 20 per cento presentava i segni di malnutrizione acuta. La pandemia ha aggravato la situazione, ma il governo non ha offerto alcuna risposta.

A soffrire non sono state solo le aree rurali, dove vivono i due terzi degli indiani. Nelle aree urbane le restrizioni, imposte dalla polizia con il pugno di ferro, e la libertà concessa ai datori di lavoro di licenziare i dipendenti senza indennizzi hanno spinto nella povertà milioni di persone: operai delle industrie e addetti alla manutenzione, piccoli negozianti, venditori ambulanti e altri lavoratori informali, come chi assiste gli anziani e i malati.

Ad Aligarh, nell’Uttar Pradesh (nord), Guddi, 43 anni, madre di cinque figli, è finita all’ospedale dopo aver combattuto per due mesi con la fame acuta. Suo marito, l’unico in famiglia che percepiva un reddito regolare, è morto di covid-19 l’anno scorso e lei è stata costretta a lavorare come operaia per quattromila rupie al mese (54 dollari). Ma qualche mese fa la fabbrica ha chiuso per il lockdown. Ajay, il figlio di 22 anni, aveva cominciato a lavorare a giornata in un cantiere, ma anche lui ha perso il lavoro. I loro risparmi si sono esauriti. “Eravamo così provati dalla fame e dalle malattie che non riuscivamo a camminare o a parlare bene. La situazione si è aggravata dopo che i nostri vicini hanno smesso di aiutarci. Gli chiedevamo da mangiare, ma anche loro erano in difficoltà”, ricorda Guddi. La donna racconta di quando tutta la sua famiglia è andata avanti solo bevendo acqua per giorni e giorni. Alla fine è stata un’ong locale a soccorrerli e a portarli in ospedale. Perché in India, dove i raccolti sono stati abbondanti, la popolazione ha sofferto tanto? Durante la pandemia i depositi di cereali erano pieni. Secondo i dati mensili del governo ad aprile e a maggio del 2020, quando era in atto un rigido confinamento, le scorte di cereali ammontavano a 57 milioni di tonnellate e 64,4 milioni di tonnellate rispettivamente, due o tre volte il quantitativo previsto dalla legge, nel quale rientrano le riserve strategiche. Eppure il governo non ha distribuito queste scorte e si è limitato ad aggiungere cinque chili di riso o di grano alla solita quota concessa attraverso il sistema di distribuzione pubblico. Quei cereali in più non solo erano insufficienti, ma molte persone non avevano olio o combustibili per cucinarli.

A giugno del 2021 le riserve di cereali hanno raggiunto il record di 91 milioni di tonnellate, ma il governo ha continuato a tenersele strette. I sindacati hanno più volte chiesto che alcuni beni essenziali come l’olio per uso alimentare fossero inclusi nel sistema di distribuzione pubblico, ma l’appello è stato ignorato. Così come la richiesta di elargire denaro alle famiglie in difficoltà. Questa situazione ha dato vita a grandi mobilitazioni di persone che chiedono di universalizzare il sistema pubblico di distribuzione di generi alimentari, di ampliare il paniere dei prodotti inclusi, di aumentare da cinque a dieci chili la razione procapite mensile di cereali, di istituire un sussidio economico diretto di 7.500 rupie (86 euro) al mese per le famiglie rimaste senza reddito ma che pagano le tasse e di ritirare alcune leggi adottate dal governo di New Delhi. Nonostante le restrizioni, nel 2020 ci sono state numerose proteste nei quartieri operai e agli ingressi delle fabbriche, oltre a uno sciopero generale nel mese di novembre. Da novembre anche i contadini sono scesi in piazza.

La crisi economica creata dal governo di Narendra Modi è caratterizzata da elevati livelli di disoccupazione, da una penuria alimentare e dal fatto che la maggioranza della popolazione non può godere di diritti fondamentali come l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Allo stesso tempo, ai livelli più alti della società, in particolare nelle grandi aziende, c’è chi ha accumulato enormi profitti. Queste disuguaglianze sono alla base di una rabbia e di un malcontento che di certo torneranno a farsi sentire nei prossimi mesi. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1428 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati