Una storia individuale che diventa parte di una storia collettiva e che, come spesso accade in paesi che hanno vissuto la violenza, riflette sull’identità e sulla memoria.

Eppure Lebohang Kganye, nata nel 1990 a Johannesburg, in Sudafrica, e molto attiva nel campo delle installazioni, della scultura e della fotografia, non sembrava destinata a un futuro nelle arti visive. “In realtà ho cominciato scrivendo poesie e racconti, e facendo teatro al liceo. Non ho mai avuto intenzione di fare qualcosa di artistico, volevo dedicarmi alla letteratura africana o al giornalismo. Mi ricordo di una fotografia di Kevin Carter, scattata durante la guerra in Sudan mentre c’era la carestia. Mostrava una bambina accovacciata per terra. Vicino a lei c’era un avvoltoio che aspettava la sua morte per poterla mangiare. Del suo corpo mi ricordo il ventre, che toccava per terra. Questa è stata la mia introduzione alla fotografia”, dice Kganye. Una foto che non le fa venire voglia di diventare fotogiornalista, ma che le fa capire la forza delle immagini.

Gioco di trasparenze

Nel 2010 Kganye, appena ventenne, perde la madre. Da qui nasce un progetto complesso che fa convivere la riscoperta della personalità e della storia della mamma, la costruzione dell’identità dell’artista e un modo originale di rivisitare le vicende del Sudafrica nello specchio dei destini individuali.

Ka 2-phisi yaka e pinky (indossando il mio due pezzi rosa)

Inizialmente Kganye ha cercato dei ricordi nella casa in cui viveva e ha trovato vecchi album di famiglia e diversi vestiti della madre: una gonna plissettata, un blazer nero con il collo a volant, un paio di jeans a vita alta. Con l’aiuto della nonna ha identificato i luoghi di alcune foto e indagato sulle immagini scattate prima della sua nascita o quando era molto piccola, come quelle di un cimitero recintato o di un matrimonio.

Ke bala buka ke apere naeterese (sto leggendo un libro in camicia da notte)

In seguito ha voluto ricreare queste scene interpretandole personalmente, ha indossato i vestiti della madre e poi ha sovrapposto le vecchie e le nuove immagini con il montaggio digitale. Immagini dolci, dalle tinte che ricordano i colori un po’ spenti degli album fotografici, ma anche disorientanti per le sovrapposizioni che sfidano il tempo e le individualità e che mostrano presenze e fantasmi in un gioco di trasparenze.

Kwana Germiston bosiu (di notte in un luogo chiamato Germiston)

Il lavoro Ke lefa laka: her story, del 2013, rende chiaro come la fotografia può creare ricordi di ciò che non è esistito o conservare traccia di ciò che è scomparso dopo lo scatto. “Lei è me e io sono lei, e in questo incontro rimane tanta differenza, e tanta distanza nello spazio e nel tempo. Ho capito che avevo paura di cominciare a dimenticare com’era mia madre, che aspetto aveva e quali erano i suoi gesti più significativi. Cercare di essere lei e di incarnarla per me significava celebrarla, ma anche la possibilità di ritrovarla e continuare la nostra conversazione”. I fotomontaggi hanno riempito i vuoti di memoria.

Re shapa setepe sa lenyalo (stiamo facendo il nostro ballo di nozze)

Come un archivio

In questa ricerca d’identità e di ricordi Lebohang Kganye continua a indagare per ricostruire la storia della sua famiglia. Una storia che tocca molti aspetti del Sudafrica ai tempi dell’apartheid, come il trasferimento degli abitanti neri delle campagne nelle città o l’aumento delle separazioni, con la conseguenza di padri assenti e madri che, come nel caso di Kganye, hanno cresciuto da sole i figli. Questo lavoro è un vero e proprio archivio, formato da interviste audio ai familiari e dall’album fotografico creato usando una selezione di tutte le immagini ritrovate.

In una terza parte, sempre legata alla sua biografia, Kganye indossa i vestiti del nonno, la sua giacca, il suo cappello, e si fotografa in una scenografia creata a partire dalle foto di vecchi album di famiglia. Queste immagini in bianco e nero, molto ingrandite e incollate su dei cartoni, creano un universo mai esistito, in cui Kganye diventa l’unico elemento a colori, qualcosa che potrebbe essere più realistico se la scena non facesse esplicitamente riferimento al teatro, allo spettacolo, alla finzione.

Bodutu feela (solo solitudine)

Come con i fantasmi della serie precedente, anche in questo caso si tratta di un racconto, una narrazione orale che diventa visiva. Con la necessità di dire “io”, di correre il rischio di rappresentarsi per partecipare il più possibile a una storia che è anche collettiva.

Habo Patience ka bokhathe (a casa di Patience con i jeans)

Una vicenda attuale

“Da fotografa girare la macchina verso di me è stato molto naturale”, dice Kganye. “Ho provato la necessità di diventare autrice e soggetto, di espormi al pubblico, di mostrare le mie debolezze, le mie voglie, le mie contraddizioni e i miei sentimenti. Il mio percorso fotografico sembra essere una risposta profonda al lutto per la perdita non solo di molte persone, ma anche della storia, della lingua e della cultura orale. In queste immagini si parla di memoria, di fantasmi, d’identità e di prove personali. Ho scoperto che l’identità non è qualcosa di concreto. È un luogo in cui si rappresentano i sogni e si mettono in scena storie, contraddizioni e mezze verità, in cui ci sono rimozione, negazione e verità nascoste. In questo modo l’identità di una famiglia diventa un racconto di finzione e un’invenzione collettiva. Chiunque può identificarsi nella ricerca di un legame familiare e cercare di farne parte, oppure sentirsi lontano come un estraneo. Penso quindi che tutto ciò sia estremamente interessante. Il progetto evolve intorno al modo in cui la mia famiglia è arrivata a Johannesburg dopo aver vissuto in campagna. Ma si tratta di una storia che sento molto vicina. Le persone migrano in tutto il mondo, all’interno dei loro paesi o all’estero. Per me non è una storia d’altri tempi”.

The wheel barrow (la carriola)

Lebohang Kganye si inserisce in una ricca tradizione della fotografia sudafricana. Quella che a partire da una produzione locale crea opere di valore universale, come quelle di David Goldblatt e Santu Mofokeng ai tempi dell’apartheid; di Pieter Hugo, Guy Tillim, Zanele Muholi, che hanno vissuto alla fine del regime razzista; o quelle più recenti di Phumzile Khanyile, Alice Mann e Dimakatso Mathopa. ◆ adr

The alarm (la sveglia)
This is not what I wanted for any of you (non è quello che volevo per nessuno di voi)
The suit (l’abito)
Da sapere
Il premio

◆ La fotografa sudafricana Lebohang Kganye ha vinto il Grand prix images Vevey 2021-2022 per il suo progetto Staging memories, che presenterà con un’installazione in occasione della prossima edizione del festival di Vevey, in Svizzera, dal 3 al 25 settembre 2022.


Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati