Nel 2010 l’inchiesta Saville, commissionata dal governo britannico, ha sintetizzato così i fatti del 30 gennaio 1972 a Derry: “Il bloody sunday (la domenica di sangue) è stato una tragedia per i familiari delle vittime e una catastrofe per il popolo dell’Irlanda del Nord”. È una valutazione tristemente accurata. L’uccisione di quattordici civili innocenti da parte dell’esercito britannico è stata un orrore locale, ma ha avuto conseguenze molto più ampie. Nei due decenni successivi molte altre vite sono state consumate dalla violenza alimentata anche da quell’evento. Tutte le atrocità del conflitto nordirlandese meritano di essere ricordate con lo stesso dolore, ma ci sono buoni motivi per attribuire al bloo­dy sunday un significato speciale. Uno è che gli stati democratici devono essere giudicati in modo più rigoroso rispetto ai gruppi paramilitari. L’altro è che l’episodio fu oggetto di un’inchiesta che diede una ricostruzione falsa e infangò i nomi delle vittime. Questa disonestà creò una nube tossica di sfiducia che si è dissolta solo 28 anni dopo, quando l’inchiesta Saville ha ristabilito la verità.

L’impunità e la mancanza di trasparenza possono delegittimare fatalmente la democrazia . Gli stati democratici sono sempre tentati di ignorare gli eventi scomodi, ma quando lo fanno, peggiorano le cose. Invece d’insabbiare il bloody sunday, il governo britannico è riuscito solo a trasformarlo in una ferita aperta che ha infettato la politica per decenni. La lezione da trarre è ancora importante come nel 1972: per quanto dolorosa possa essere la verità, le democrazie devono mostrare lo stesso rispetto per i diritti umani che predicano agli altri paesi. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati