Dietrich Treis non è una di quelle persone che vedono tutto bianco o nero. Il mondo lo vede nero o marrone, e per lui è meglio quand’è nero: la terra nera è ricca di torba, e la terra ricca di torba è fertile. È una mattina d’inizio aprile. I campi che Treis osserva passando in macchina sono marroni. Significa che qui, nei dintorni della cittadina bavarese di Passavia, in Germania, il raccolto non sarà abbondante quanto quello di un campo nero. Non è come a casa sua, in Ucraina, nella sua azienda agricola dalla terra nera, che nell’autunno 2021 gli ha regalato un raccolto record di 35mila tonnellate di cereali, tanto da riempire cinquecento vagoni ferroviari.

“Pazzesco”, commenta Treis. La sua azienda agricola è a Barjsivka, settanta chilometri a est di Kiev. Non bisogna immaginarsela come certe fattorie con la casa, la stalla e i campi tutt’intorno. Treis, 58 anni, è un ingegnere meccanico e più che il contadino fa il manager: gestisce una grande azienda agricola con ottanta dipendenti, tredici trattori, sei camion, due mietitrebbia, un edificio per gli uffici e 4.500 ettari di terra. Il suo capo, un investitore bavarese, ha comprato l’azienda cinque anni fa e l’ha assunto per gestirla. Quando è cominciata la guerra, Treis ha lasciato l’Ucraina e ora dirige l’azienda da Passavia. Nel frattempo l’hanno raggiunto qui anche la consulente legale e la contabile, entrambe ucraine. Treis sta andando a prenderle in macchina: faranno una riunione video con i colleghi rimasti in Ucraina per parlare di una questione importante: come coltivare la terra sotto le bombe e con i blindati che avanzano?

I campi di Treis sono carichi di grano, anche perché in Ucraina i cereali crescono come altrove proliferano le erbacce. I suoi raccolti sono venduti in tutto il mondo: in Africa, in Medio Oriente e ultimamente perfino in Cina. Nel paese ci sono moltissime aziende come la sua: l’Ucraina rifornisce di grano il mondo intero. Allora quali saranno le conseguenze mondiali dell’interruzione delle forniture di grano a causa della guerra?

Tornato a Passavia, Treis accende il computer e prende caffè e cioccolatini. Contabile e consulente legale si siedono sulla panca ad angolo sotto la finestra panoramica. Treis si è sistemato nella casa dei suoceri del suo capo. Da qui si vedono il Danubio e il centro storico di Passavia: un panorama bellissimo e sereno, a cui però nessuno di loro presta attenzione.

Sullo schermo compaiono i volti dei suoi collaboratori rimasti in Ucraina: il direttore commerciale, la responsabile del magazzino, l’ingegnere capo, la direttrice finanziaria e l’agronomo. Visto che lavorano in un settore di rilevanza bellica, Treis è riuscito a impedire che i dipendenti fossero richiamati sotto le armi. Solo per il migliore dei suoi trattoristi non c’è stato niente da fare: Volodymyr aveva ricevuto un addestramento da carrista e per questo motivo l’esercito ucraino non ha voluto rinunciare a lui.

“Buongiorno! Sono contento di rivedervi finalmente tutti”. Treis parla in russo: l’ha studiato all’università e ha vissuto in Ucraina per più di vent’anni. Chiede ai suoi dipendenti se stanno bene, ma nessuno ha voglia di fare due chiacchiere. Cominciano subito a parlare di grano: l’hanno seminato in autunno, ma anche se sono passati mesi gli steli sono alti appena dieci centimetri. “Altezza prato”, commenta Treis. Ma sta arrivando la primavera e dopo un lungo inverno anche in Ucraina le temperature salgono e le piante cominciano a crescere. Sono come piccoli contabili che fanno una specie di bilancio provvisorio: a seconda delle sostanze nutritive che hanno a disposizione capiscono quanti chicchi di grano potranno produrre da qui all’estate. Più le nutrono, più producono: le spighe si faranno più lunghe e più fitte, e i chicchi più numerosi.

Alle sostanze nutritive ci pensa Treis: per avere un buon raccolto è necessario concimare i suoi campi. Ma i terreni sono minati. “Nel villaggio vicino al nostro un trattore è passato su una mina. Sembra che l’autista se la sia cavata con poco, ma il trattore è andato”, racconta la direttrice finanziaria. Segue un breve silenzio, interrotto da Treis: “E le milizie civili non possono darci una mano?”.

“Pare che nell’azienda accanto alla nostra abbiano già cominciato a sminare”, risponde il direttore commerciale.

Il responsabile della produzione si è procurato un drone per sorvolare i campi e trovare le mine. Ma è possibile individuarle dall’alto? Treis dice di aver trovato dieci giubbotti antiproiettile per i trattoristi. “Quei cosi assicurano il livello massimo di protezione, solo che pesano dodici chili”. Ma Treis e i suoi dipendenti non sanno se questi giubbotti proteggono davvero da una mina. E del resto come potrebbero? Sanno solo che entro due settimane, tre al massimo, bisogna concimare i campi. Se non ce la fanno, possono scordarsi il raccolto. “Ci risentiamo dopodomani”, dice Treis prima di chiudere.

Il mondo ha bisogno di grano. Nel 2021 ne ha consumato 780 milioni di tonnellate. Con il grano si fanno le baguette francesi, il roti indiano, il bazlama turco e il Bauernbrot (pane del contadino) tedesco. C’è grano nei brezel, nei panini, nelle rosette, ma anche nella pasta, nella pizza, nelle torte di mele e nel lievito in polvere. I piccoli chicchi gialli del couscous sono fatti di grano, e lo sono anche i chicchi più grossi e marroncini del bulgur. E poi ci sono biscotti, cracker e pangrattato. Un chicco di grano è grande pochi millimetri ed è composto quasi esclusivamente da amido, proteine e pochi grassi. Nonostante questo, o magari proprio per questo, è una merce di rilevanza mondiale, come il petrolio. Ma mentre di crisi petrolifere ce ne sono state già diverse, questa guerra potrebbe provocarne una del grano.

Cosa succede alle persone quando comincia a scarseggiare un prodotto alimentare di base? Quest’interrogativo costituisce il punto di partenza di una ricerca cominciata in Germania e proseguita in Kenya, Senegal, Libano e Cina.

Istanbul, Turchia, 23 marzo 2022 (Burak Kara, Getty Images)

Kenya

Un tempo il bestiame era una fonte di ricchezza per Falama, un villaggio della provincia orientale di Garissa, non lontano dal confine con la Somalia, in mezzo a una savana arida e sconfinata. Qui 450 persone abitano in capanne tonde fatte di rami, a cui sono appese pelli e coperte. Allevano bestiame da generazioni. Gli uomini girano con cammelli e bovini, spesso per mesi, alla ricerca di pascoli e acqua. Le donne si occupano dei bambini, badano alle capre e alle pecore, trasportano acqua e legna, cucinano e lavano. È una vita semplice, in cui il denaro gioca un ruolo importante. Gli abitanti di Falama allevano il loro bestiame, lo nutrono e poi lo vendono al mercato in una piccola città che si trova a quindici chilometri di distanza. Con il ricavato comprano il necessario per vivere.

A Falama ci sono recinti per gli animali, una scuola in mattoni, un serbatoio per l’acqua e un negozio che vende farina di grano e foraggio, oltre ai dolci per i bambini e alla pasta di henné di un vivace color arancione, con cui gli uomini si tingono la barba. Sono tutti indizi che qui le persone vivono bene. O, meglio, vivevano bene, perché ora il serbatoio dell’acqua è vuoto, la maggior parte del bestiame è morta e nel negozio del villaggio non c’è più niente. “Ormai compravamo solo a credito”, dice Halima Shide Omar, “ma nessuno riusciva più a pagare i debiti”.

Halima è una donna magra, avvolta in un hijab (il velo islamico) e un mantello nero, come tutte le donne del villaggio, nonostante i 38 gradi di questa mattina. Ha “circa 50 anni”, ha cresciuto dieci figli e non ha mai imparato a leggere né a scrivere, ma sa fare i conti: un pacchetto da due chili di farina di grano costa 150 scellini keniani (circa 1,20 euro), contro i 120 scellini di un anno fa. E anche allora era un prezzo proibitivo. Così il negozio ha chiuso e il grano è sparito dal villaggio.

A Falama non ci sono né internet né la tv. Halima non ha mai sentito parlare dell’Ucraina e dell’aggressione russa. Eppure la guerra ha colpito anche lei e la sua famiglia. C’entrano i campi di cereali dell’Ucraina e il fatto che anche il grano, come il petrolio, è scambiato in borsa, dove vigono regole semplici. Una di queste è che quando l’offerta diminuisce, il prezzo aumenta. Appena è scoppiata la guerra e si è diffuso il timore che i campi ucraini fossero distrutti e i raccolti andassero in fumo, nelle borse mondiali il prezzo del grano è aumentato del 10, del 20 e del 50 per cento. Queste cifre influenzano le grandi aziende di materie prime e sono un metro di misura per i nuovi contratti. Fanno crescere il prezzo dei carichi di grano che arrivano nei porti di tutto il mondo. Ovunque – in Francia, Germania, Egitto, India, Brasile o Bangladesh – questi rincari si trasferiscono dai grossisti agli intermediari, e poi ai supermercati, alle panetterie e agli altri esercizi commerciali. Non ci è voluto molto, quindi, perché il nuovo prezzo del grano raggiungesse anche Falama.

Qui non piove da un anno e mezzo. In genere le stagioni piovose sono due: quella delle piogge brevi, tra ottobre e dicembre, e quella delle piogge lunghe, da fine marzo a fine maggio. Ma succede sempre più spesso che una delle due salti o addirittura entrambe, e che gli uomini siano costretti ad andare sempre più lontano per trovare pascoli per il bestiame o a spendere di più per il foraggio. Un tempo succedeva ogni dieci anni. Oggi, invece, ogni uno o due. L’unica cosa che cresce ancora nella terra riarsa intorno a Falama sono certi arbusti spinosi di cui neanche le capre mangiano le foglie. Halima e le altre donne devono camminare tre ore per raggiungere la fonte d’acqua più vicina della zona. È un piccolo bacino di raccolta da cui si attinge una specie di brodo salmastro, e dove bevono anche animali selvatici come le iene e i bufali d’acqua. “Bisogna stare molto attenti”, spiega Halima. Ormai gli abitanti del villaggio soffrono sempre più spesso di diarrea, soprattutto i bambini.

Quasi contemporaneamente alla siccità, il villaggio è stato colpito dallo scoppio di un’altra crisi. Gli scioperi, le frontiere chiuse e le vie di trasporto bloccate avevano causato un aumento dei prezzi anche in Kenya già prima della guerra ucraina. I mangimi sono diventati più costosi, così come l’olio da cucina, lo zucchero e perfino il grano. E a causa del diradarsi delle piogge, i contadini hanno dovuto mangiare animali che avrebbero potuto vendere. Sono morti anche i bovini fino a quel momento sopravvissuti a tutte le avversità. Tuttavia le persone erano ancora in grado di tirare avanti: gli era rimasto qualche spicciolo per le necessità quotidiane e c’era ancora la terra per rifornirsi di grano. Poi però è scoppiata la guerra in un paese lontano e i prezzi sono aumentati ulteriormente. E non solo quelli della farina: l’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais e di olio di girasole. Il negozio ha chiuso i battenti e a Falama è arrivata la fame.

Senegal

Ci spostiamo all’altro capo dell’Africa, 6.600 chilometri più a ovest. A Dakar, la capitale del Senegal, Isabelle Mballa sale le scale del suo ufficio: primo piano, secondo piano, avanti diritto. Mentre cammina, getta una rapida occhiata alle stanze in cui uomini e donne seduti davanti ai computer telefonano e controllano on­line varietà di granaglie, volumi degli ordinativi e prezzi. “Sono i nostri compratori”, spiega Mballa. “Cercano prodotti alimentari ovunque nel mondo”.

Mballa apre la porta del suo ufficio e riordina le sedie. Appese al muro, fotografie di bambini dei campi profughi in cui ha lavorato in passato. Mballa, 57 anni, camerunese, lavora da più di vent’anni al Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite, un’organizzazione presente in 120 paesi che fornisce a più di cento milioni di persone tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. Il Pam fa arrivare prodotti alimentari nelle zone di crisi, combatte la malnutrizione e distribuisce pasti ai bambini nelle mense scolastiche. Nel 2020 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

A Dakar tutto ciò che ha a che fare con l’acquisto, il trasporto e la qualità dei prodotti alimentari fa capo a Mballa. I suoi collaboratori non si occupano solo del Senegal, ma anche dei paesi vicini, come la Mauritania, il Niger, il Mali, il Ciad e il Burkina Faso. Mballa ha già lavorato per il Pam in Gambia, nel Madagascar, nel Lesotho e in Sudafrica. Ha affrontato una crisi alimentare nella Repubblica democratica del Congo e un colpo di stato in Mali. “Ma la situazione attuale è nuova anche per me”, dice.

I paesi del Medio Oriente e del Nordafrica consumano molto grano, ma ne coltivano poco. Lo comprano sui mercati mondiali

Il Pam ha predisposto una hunger map, una mappa della fame, che illustra a colori e in tempo reale la situazione mondiale della disponibilità di prodotti alimentari: nelle aree colorate in verde scuro o chiaro non c’è quasi nessuno che sia denutrito; il giallo indica le situazioni di tensione; l’arancione e il rosso una crisi alimentare crescente; il rosso scuro significa fame.

Un carico di grano destinato alla Turchia. Mariupol, Ucraina, 13 gennaio 2022 (Christopher Occhicone, Bloomberg/Getty Images)

Analizzando le mappe del Pam degli ultimi anni si nota subito che le aree rosse sono diminuite fino al 2018. Da allora hanno ripreso a crescere. Prima a causa del cambiamento climatico, poi della pandemia e ora della guerra. Oggi ci sono 38 paesi in cui 44 milioni di persone vivono in una condizione d’emergenza estrema. La situazione è particolarmente grave in Yemen, Congo, Sud Sudan, Etiopia, Madagascar, Somalia e in alcune regioni del Kenya. Come può Mballa dar da mangiare a chi ne ha bisogno se il Pam non ha riserve alimentari? Prima della guerra, l’organizzazione riceveva dall’Ucraina buona parte dei cereali che distribuiva. Oggi ha bisogno di un sostituto, e in fretta. “Stiamo cercando in India”, spiega Mballa. Altre possibili fonti sono l’Argentina e l’Australia. Grazie alle donazioni, ogni giorno il Pam spedisce in giro per il mondo trenta navi, cento aerei e più di cinquemila camion. Dopo gli Stati Uniti, il principale donatore è la Germania, che nel 2021 ha contribuito con 1,4 miliardi di euro. Ma ci vuole tempo per concludere i contratti e organizzare i trasporti. Ogni giorno i collaboratori di Mballa cercano alternative al grano. Comprano più riso, miglio, sorgo. Ma non sono gli unici a farlo. Ecco perché anche i prezzi di questi cereali stanno aumentando.

Germania

Nel salotto di Treis a Passavia ricompaiono sullo schermo i volti degli ucraini: la responsabile del magazzino, la direttrice finanziaria, il direttore commerciale, l’ingegnere capo e l’agronomo. Treis ha l’aria esausta. È quasi metà aprile e le mine sono ancora là. Avrebbe voluto far concimare almeno i campi in cui non ci sono mine, ma si è rotto il manipolatore telescopico, uno strumento con cui si caricano le macchine per concimare, e per ripararlo serve un pezzo di ricambio. Solo che chi le ha prodotte, in Germania, ha interrotto le esportazioni verso l’Ucraina. Treis ha scritto all’azienda pregandola di trovare una soluzione, ma aspetta ancora una risposta. Inoltre, la connessione internet è pessima: la direttrice finanziaria sente poco e niente, mentre il direttore commerciale e la responsabile del magazzino perdono continuamente la linea. Treis è costretto a interrompere la riunione.

Visto che non c’è altro da fare, prende il telefono e accede alle telecamere di sorveglianza dell’azienda: scorrendo con il dito sullo schermo, passa da un’immagine all’altra. Ci sono tre grandi silos, i magazzini, gli uffici vuoti, un’escavatrice gialla e un furgone parcheggiato davanti a un fienile. “L’altro ce l’ha requisito l’esercito, insieme a tre camion”, spiega Treis. I dipendenti hanno messo le vetture e i macchinari rimasti alla massima distanza possibile gli uni dagli altri: “Se ci dovesse colpire una bomba, almeno non verrebbero distrutti tutti”.

Libano

La terra qui non è nera né bruna, ma di un rosso intenso. Il grano giovane è ancora verde e arriva appena alla metà dell’altezza definitiva. Gli antichi romani consideravano la valle della Beka’a, nel nordest del Libano, il granaio dell’impero. Invece oggi nel paese al posto dei cereali cresce la miseria. Eppure questa terra è fertile. “Annusa questo”, dice Walid al Yusef. Ha strappato alcuni steli insieme al groviglio delle radici e li alza in aria. Ha un odore umido, un po’ stantio. Dal terreno striscia fuori un verme. Al Yusef, 38 anni, ha un po’ di pancia e porta stivali di gomma. Come suo padre e suo nonno, fa il contadino. Ma, a differenza di Treis, non produce grano per esportarlo. La maggior parte dei suoi prodotti non è neanche destinata all’alimentazione. Il suo grano serve ad altri agricoltori per seminare i campi. Al Yusef vorrebbe tornare ai vecchi tempi.

I paesi del Medio Oriente e del Nordafrica consumano molto grano, ma ne coltivano poco. Lo comprano sui mercati mondiali. Ultimamente l’Egitto ha importato più del 60 per cento del suo fabbisogno, e il Libano addirittura il 90 per cento. Come la Germania dipende dal petrolio estero, il Libano dipende dal grano degli altri. La differenza è che in Germania non c’è mai stato molto petrolio. Invece il Medio Oriente è la patria del grano: tutto cominciò qui diecimila anni fa, quando gli uomini iniziarono a seminare nei pascoli selvatici i cereali che prima si limitavano a raccogliere. I cacciatori e i raccoglitori si trasformarono in agricoltori e scoprirono che il grano si poteva raccogliere e trasformare in farina, per poi farci il pane. Allora cominciarono a seminare cereali particolarmente adatti a questo scopo: nacque così l’agricoltura.

Successivamente, nel medioevo, i cereali si diffusero in tutta l’Europa centrale, per arrivare poi in America e in Australia. Oggi il grano è il cereale più coltivato al mondo. Eppure in Medio Oriente è diventato una rarità.

Tutto è legato a una rivoluzione agricola, la cosiddetta rivoluzione verde, cominciata negli anni sessanta del novecento. All’epoca gran parte dell’Africa e dell’Asia erano state colpite da ripetute carestie. I ricercatori statunitensi misero a punto una varietà di grano ad alta resa, che avrebbe dovuto far aumentare i raccolti e alleviare la carestia in tutto il mondo. Lo scopo fu raggiunto, e ben presto ovunque ci fu più grano che mai. La fame diminuì, il nuovo grano salvò la vita a milioni di persone.

Ma per far crescere le piantine sensibili ad alta resa erano necessari grandi quantità di fertilizzanti artificiali e pesticidi contro parassiti ed erbe infestanti. Inoltre, non si poteva più semplicemente riseminare i cereali dopo il raccolto: bisognava comprare le sementi brevettate dai grandi gruppi mondiali dell’agroalimentare. In Medio Oriente molti coltivatori non avevano il denaro per farlo e non riuscivano a competere con il grano, spesso sovvenzionato dallo stato, proveniente dalle sterminate coltivazioni dell’Asia e dell’Europa. Di conseguenza il grano, che pure era diventato un prodotto di massa, è scomparso dai campi di molti paesi. La situazione andava bene ad alcuni governi mediorientali: i panifici erano pieni e il pane costava poco. Chi mai poteva prevedere che un giorno i rifornimenti provenienti dall’Europa dell’est si sarebbero fermati?

In Germania il 30 per cento del grano serve a produrre foraggio e più dell’8 per cento a produrre energia, per esempio biocarburante

Al Yusef è originario della Siria. Da lì è fuggito anni fa a causa della guerra, lasciandosi alle spalle la fattoria e i campi. In Libano ha avuto la fortuna di conoscere agronomi francesi, con cui ha fondato il consorzio Buzuruna Juzuruna, che in arabo significa “le nostre sementi sono le nostre radici”. Hanno scelto di conservare queste radici in una casa di argilla proprio accanto al campo. Dentro, sopra ripiani di legno grezzo, ci sono delle cassettine che contengono semi tradizionali di pomodoro, fagioli, granaglie: tutto ciò che al Yusef si sforza di coltivare nei suoi campi. Sono varietà sviluppate nel corso dei secoli attraverso la selezione e l’ibridazione naturale.

Quando nel 2018 il consorzio ha cominciato a lavorare questo campo, i coltivatori della zona hanno scosso il capo davanti a quei matti nostalgici. Oggi però una decina di loro siede intorno al grande tavolo di fronte alla casa di argilla. Sono interessati ai semi di grano di Al Yusef: sanno bene che le sue piantine hanno una resa inferiore rispetto al grano moderno, ma d’altra parte non hanno bisogno di fertilizzanti costosi e i chicchi possono essere usati come sementi.

Un contadino anziano guarda a lungo il campo di Al Yusef e i semi contenuti nelle cassettine. Poi racconta che per anni ha lasciato i suoi campi incolti o ha coltivato altre piante: non poteva farcela contro il grano dei mercati mondiali. Ora invece vuole riprovarci con le varietà tradizionali: “Ci siamo resi conto di essere ostaggi. Se non coltiviamo noi, siamo fregati”.

Germania

A Passavia arrivano buone notizie: il produttore tedesco ha trovato il modo di mandare il pezzo di ricambio in Ucraina, ma vuole un documento che assicuri che da lì la merce non proseguirà verso la Russia, perché sarebbe una violazione delle sanzioni. I campi vicini al fronte non sono stati ancora sminati, ma Treis e i suoi dipendenti hanno deciso di controllare di persona le vie d’accesso ai terreni. Secondo loro è improbabile che le mine siano state piazzate in mezzo ai campi. Treis ha sentito di due veicoli che sono passati sopra le mine ai margini dei campi e quindi ha deciso che la concimazione si farà mantenendo una distanza di dieci, quindici metri dai sentieri: parte delle piante resterà fuori, ma almeno si potrà cominciare a lavorare. “Certo, non possiamo essere sicuri al 100 per cento”, ammette Treis.

Per recuperare il tempo perso, i suoi lavoreranno anche di notte. Si dice che alcuni soldati russi dispersi dopo il ritiro delle truppe si siano nascosti nei boschi e perciò nella zona vige il coprifuoco notturno, in attesa che le forze armate ucraine li scovino e li facciano prigionieri. Ma le autorità hanno deciso di fare un’eccezione per Treis.

Intanto a Becklingen, nella Bassa Sassonia, Cem Özdemir, esponente dei Verdi e ministro tedesco dell’alimentazione e dell’agricoltura, sta salendo su una scala che lo porterà sul tetto di una stalla per
maiali. L’allevatore gli mostrerà il nuovo magazzino per il foraggio che ha costruito dietro la stalla. Ci si potrebbe chiedere cosa ci sia di tanto interessante in un magazzino di foraggio da spingere un ministro a inerpicarsi su una scala. Con tutta probabilità tre mesi fa la risposta sarebbe stata: non molto. Ma oggi – con la guerra e l’aumento dei prezzi del grano – il mangime per maiali è diventato una questione politica. Perché il grano non serve solo a fare pane, pizza e torte, ma anche a riempire le mangiatoie. Un quinto del raccolto mondiale di grano nutre gli animali, in Germania si arriva addirittura a un terzo. In Africa e in Medio Oriente ci sono zone in cui la fame cresce e intanto in Germania i maiali ingrassano. E allora, quando settimane fa Özdemir ha osservato che mangiando meno carne si contribuisce a combattere Putin, non aveva tutti i torti.

E probabilmente ne è consapevole anche l’allevatore sul tetto: nella sua azienda agricola ci sono 320 scrofe, seicento maiali e 1.400 maialini, che devono mangiare tutti i giorni. Ecco perché l’allevatore indica il magazzino e spiega al ministro com’è composta la miscela che dà agli animali: contiene segale, orzo, avena, piselli, fave, gli scarti di una vicina fabbrica di fette biscottate e, ci tiene a sottolinearlo, davvero pochissimo grano, solo quello da cui è impossibile ricavare pane.

Özdemir è arrivato nell’azienda agricola con uno stuolo di funzionari ministeriali, giornalisti di testate locali, qualche abitante del villaggio e ovviamente la famiglia dell’allevatore: padre, madre e tre figli, tutti con la stessa felpa turchese con il cappuccio. Questo è un allevamento convenzionale, ma l’allevatore ha “voglia di cambiamenti” e “passione per i maiali”, spiega.

E infatti negli anni passati ha ristrutturato l’azienda per rendere più felici i suoi animali. Özdemir si fa mostrare le grandi gabbie di gestazione in cui enormi scrofe allattano i piccoli, il parco giochi per maialini e il fienile con veranda coperta che permette ai suini di decidere in autonomia se restare al chiuso o farsi un giro all’aperto. “Ah, ma ci riescono da soli!”, si stupisce Özdemir, vedendo un esemplare giovane aprire con il muso lo sportello che porta all’esterno.

Yakovlivka, Ucraina, 2 aprile 2022 (Thomas Peter, Reuters/Contrasto)

Per dare più spazio a ogni animale è necessario diminuire il numero complessivo di capi allevati. Meno animali significa anche meno grano nella mangiatoia. Ma per ristrutturare un allevamento si spendono anche centinaia di migliaia di euro. Se si vogliono avere maiali felici, bisogna aumentare i costi di produzione. “Senza sovvenzioni statali è impossibile”, dice l’allevatore. Özdemir gli assicura che il ministero sta lavorando a un marchio per gli allevamenti, una sorta di bollino ufficiale che segnali ai consumatori quali allevatori si prendono cura al meglio dei propri animali.

Quello che Öz­demir non dice, però, è dove pensa di prendere i soldi per finanziare gli allevatori. Da una tassa sulla carne? Da un aumento dell’iva sui prodotti di origine animale? Queste erano proposte ragionevoli quando Özdemir è entrato in carica, ma ora, con il tasso d’inflazione che ha superato il 7 per cento, introdurre nuove tasse o aumentare quelle esistenti è impensabile: chi se la sentirebbe di imporre una misura simile? Con la guerra cambiare sistema è diventato più urgente, ma allo stesso tempo molto difficile.

Il numero di animali negli allevamenti tedeschi non è però l’unica questione da affrontare in seguito all’invasione dell’Ucraina. C’è anche quello che gli esperti chiamano “conflitto tra piatto e serbatoio”: in Germania il 30 per cento del grano serve a produrre foraggio e più dell’8 per cento a ricavare energia, per esempio biocarburante. Macinati e fatti fermentare, i chicchi sono trasformati in etanolo. Le macchine bruciano grano: diecimila tonnellate al giorno in tutta Europa, l’equivalente di quindici milioni di pagnotte di pane. “Buttare grano e mais nei serbatoi non è una scelta sostenibile”, dichiara Özdemir alla fine della visita.

Il ministro sostiene l’iniziativa per ridurre il biocarburante portata avanti da Steffi Lemke, ministra dell’ambiente e sua collega di partito. Tuttavia non bisogna dimenticare il cambiamento climatico: buttare grano nei serbatoi ostacola la lotta alla fame, ma aiuta a rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti. Prendere una decisione non è semplice.

E poi c’è la questione della nuove regole dell’Unione europea, che imporranno agli agricoltori di lasciare incolto il 4 per cento dei loro terreni, per proteggere gli animali, il terreno e il clima. È una decisione che ora è messa in discussione: non servono prati per le api, servono più campi di grano. Lo chiedono le associazioni dei coltivatori e anche la stessa Commissione europea. Özdemir ha invitato in Germania i ministri dell’agricoltura del G7, il gruppo dei maggiori paesi industrializzati, per discutere di biocarburanti, fame e sicurezza alimentare. Su una cosa non ha dubbi: “L’essenziale è che la guerra finisca”.

Il governo cinese ha comprato quantità colossali di grano negli Stati Uniti, in Canada, in Francia, in Ucraina e li ha immagazzinati

Intanto i dipendenti di Treis procedono spediti con la concimazione. Finora è andato tutto liscio: niente mine né soldati russi e dipendenti tutti incolumi. Treis gli concede qualche giorno libero. Sta pensando di andare in Ucraina a controllare la situazione: nelle ultime settimane dall’azienda sono spariti alcuni veicoli e pezzi di ricambio, e Treis sospetta che qualche dipendente stia rifornendo la milizia civile ucraina.

Cina

L’impianto sorgerà nella parte orientale del paese, a Jinan, nella provincia di Shandong. Qui sta per aprire uno stabilimento gigantesco dell’azienda pubblica Sinograin. Depositi che conterranno 340mila tonnellate di grano. Sulle mappe online, i silos non si vedono.

Neanche la rappresentante governativa che ci ha organizzato un incontro sa indicare con esattezza dove ci vedremo. Ha solo inviato un autobus per i visitatori: un gruppo di giornalisti occidentali che, pare, potranno entrare nei depositi. Dopo mezz’ora l’autobus si ferma davanti a un recinto. Dietro ci sono i silos, e in lontananza si scorgono alcuni operai in tuta blu. Guardie di sicurezza in uniforme ci proibiscono di scattare foto. L’incontro era in agenda da settimane, ma alla fine ai giornalisti è stato consentito di visitare solo alcune sale espositive, con tabelloni propagandistici del Partito comunista. La decisione non è stata spiegata. I depositi, dove a quanto pare migliaia di sensori mantengono una temperatura costante di 15 gradi sotto lo zero, restano chiusi.

In Cina le scorte di grano sono sorvegliate come si fa altrove con le centrali nucleari. Ai primi di marzo, nemmeno due settimane dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il presidente Xi Jinping ha affermato in un discorso rivolto ai quadri del partito: “La nostra vigilanza in materia di sicurezza alimentare non deve diminuire”.

Sembrerebbe un’ovvietà, ma per la Cina è una vera sfida. Il paese deve sfamare quasi un quinto della popolazione del pianeta, ma non dispone neanche del 10 per cento delle terre coltivate nel mondo, e questa percentuale diminuisce anno dopo anno. Nel nordest della Cina le frequenti siccità rendono impossibile qualsiasi coltivazione agricola; nel sud le forti piogge sono ricorrenti; e in tutto il paese i campi coltivati sono sempre più spesso trasformati in zone industriali e grandi comprensori residenziali per offrire alle persone lavoro e alloggio.

Ma cosa succederebbe se a un certo punto la gente avesse un lavoro e una casa, ma niente da mangiare? E se in Cina tornasse la fame?

Borse
Impennata record
Prezzo del grano alla borsa di Chicago, contratti con consegna a settembre, dollari (fonte: financial times)

Li Qiang l’ha conosciuta. Li, 71 anni, abita in uno dei vecchi quartieri di Pechino e si guadagna ancora da vivere vendendo oggetti d’antiquariato. Ha cominciato molto tempo fa, quando realizzò un piccolo guadagno vendendo una vecchia tabacchiera, seguita poco dopo da un portamatite in avorio. Oggi espone i suoi tesori in una stanzetta: un grammofono a manovella, diverse monete della dinastia Qing e un Buddha di giada che sostiene provenga dalla residenza di un ministro dell’antica repubblica cinese. Oggetti che ha racimolato chissà dove. Va avanti così da anni , e a Li Qiang sta più che bene, perché nel complesso la Cina è sempre più ricca, e una piccola parte di questa prosperità finisce nelle sue tasche. Ma un tempo le cose stavano diversamente. Li proviene da un villaggio della costa cinese, dov’è cresciuto con sette fratelli. Il padre è morto presto e da giovane Li è stato assegnato a una delle quattro unità di produzione del villaggio: coltivavano i campi, costruivano case, riparavano strade. Le razioni alimentari erano scarse: “Certe volte ci davano cinquecento grammi di cereali, patate dolci o qualunque altra cosa fosse disponibile, e per noi quella era una buona giornata”, racconta.

Ma quando le cose andavano male, ricevevano meno o anche niente. Lui allora sgattaiolava nei campi in cerca di ortaggi. La vita era dura, ricorda, ma in un modo o nell’altro si riusciva a tirare avanti. Questo fino agli anni sessanta, quando si manifestarono gli effetti di quello che Mao Zedong chiamava “il grande balzo in avanti” e che fu di fatto la collettivizzazione forzata di tutte le aziende agricole del paese. I contadini erano strappati ai campi e destinati al lavoro nell’industria e nell’edilizia, mentre i loro attrezzi erano fusi per ricavare acciaio. Il risultato fu un crollo senza precedenti della produzione agricola. Niente più riso né grano, né ortaggi. Non c’era più niente che Li potesse cercare di nascosto. Restava solo la fame.

Si stima che in quel periodo siano morti cinquanta milioni di cinesi, ma nessuno conosce la cifra esatta. Ancora oggi in Cina il fatto che la più grave catastrofe alimentare del novecento sia stata una tragedia provocata dall’uomo è tenuto in scarsa considerazione. Nei libri di scuola la carestia è spiegata citando le cattive condizioni meteorologiche e la sfortuna. Su Baidu Baike, l’equivalente cinese di Wikipedia, è liquidata come una “battuta d’arresto” sulla via del socialismo. Ma questo non significa che in Cina gli orrori di quegli anni siano stati dimenticati. Tutt’altro.

Da sapere
Le esportazioni dell’India

◆ Il 16 maggio 2022 il prezzo del grano ha registrato un ulteriore rincaro sui mercati internazionali dopo che l’India ha imposto un divieto alle esportazioni dei suoi cereali. Alla borsa di Chicago, uno dei punti di riferimento del settore, il prezzo è salito del 5,9 per cento, il rialzo più alto degli ultimi due mesi. Il divieto deciso da New Delhi è dovuto alle ondate di caldo che hanno messo a rischio il raccolto di quest’anno, facendo salire i prezzi dei prodotti alimentari di base, dal pane ai dolci, fino alla pasta. Il governo indiano ha dichiarato che ammetterà solo le esportazioni legate a contratti già firmati e comunque verso paesi che hanno bisogno del grano per non mettere a rischio la propria sicurezza alimentare. New Delhi ha aggiunto che il divieto è temporaneo e potrebbe essere rivisto. L’India è il secondo produttore di grano al mondo, ma non è mai stata un grande paese esportatore, visto che la maggior parte del suo raccolto di solito è assorbita dal mercato interno. Quest’anno, tuttavia, le aziende internazionali che commerciano in cereali prevedevano di rivolgersi all’India per compensare il calo dell’offerta mondiale causato dall’invasione russa, che ha bloccato le esportazioni dell’Ucraina, e da fenomeni meteorologici come le ondate di siccità e le inondazioni, che hanno messo in difficoltà altri grandi paesi produttori. Prima del divieto, New Delhi contava di esportare la quantità record di dieci milioni di tonnellate di grano. La decisione indiana è stata criticata dai ministri dell’agricoltura dei paesi del G7, riuniti in Germania. Bbc


Xi Jinping, 68 anni, si fa descrivere dal suo apparato propagandistico come un uomo che conosce le privazioni. I mezzi d’informazione governativi sottolineano spesso che da giovane Xi è vissuto per sette anni nell’arido deserto dello Shaanxi, nella Cina centrale, in cui di giorno lavorava nei campi e di notte dormiva in una grotta. Quando visita un villaggio della provincia, Xi si fa spesso fotografare mentre entra nella cucina di persone semplici, guarda nelle pentole, ispeziona i frigoriferi. E dice: “Quand’ero giovane la mia famiglia mi ha rigorosamente educato a non sprecare mai il cibo, neanche un chicco di riso”.

Mai più fame, né mancanza di cereali. Nel corso degli anni è diventato una sorta di principio guida non scritto della politica cinese. Ed è per questo motivo che il governo ha trovato una via d’uscita dal dilemma dei campi coltivati insufficienti per i troppi abitanti: ha comprato quantità colossali di grano negli Stati Uniti, in Canada, in Francia, in Ucraina – ogni anno sempre di più – e li ha immagazzinati. Con tutto quel grano si potevano sfamare gli abitanti del Medio Oriente, del Sahel, del Nordafrica e dell’Africa orientale, perfino del villaggio di Falama nell’est del Kenya. Ma il governo di Pechino non si preoccupa di combattere la fame in Africa, bensì di prevenire quella in Cina. Già oggi alcuni osservatori definiscono la Repubblica popolare cinese un “aspirapolvere” che svuota gli scaffali del mercato mondiale.

Secondo le stime, il 50 per cento delle scorte mondiali di grano è in mano alla Cina, che ne tiene 150 milioni di tonnellate nei suoi depositi segreti.

Germania

A Passavia Treis ci racconta che i campi sono stati concimati senza incidenti. Anche il tempo è buono e il grano può finalmente crescere. Si prevede un raccolto record. Ma c’è un problema: anche se le piante verranno su bene e i dipendenti di Treis riusciranno a portare a termine il raccolto indisturbati, come farà l’azienda a farlo uscire dal paese?

Dal campo al treno, dal treno al porto e poi, passando dal mar Nero, a tutti gli angoli del mondo: ecco il percorso del grano ucraino, seguito dal 98 per cento della produzione destinata all’esportazione. Così era prima della guerra. Ora invece l’esercito russo blocca i porti pieni di navi cariche del grano raccolto l’anno scorso. Non possono prendere il largo.

Anche Treis ha ancora parte del grano del 2021 immagazzinato nei silos. Potrebbe portarlo in occidente in treno, per esempio fino al porto di Danzica, in Polonia, o a quello di Costanza, in Romania. Ma le ferrovie ucraine hanno uno scartamento diverso da quello usato nei paesi confinanti. È un’eredità dei tempi in cui il paese faceva parte dell’Unione Sovietica. Al confine bisognerebbe scaricare faticosamente il grano dai vagoni dei treni ucraini per poi ricaricarlo altrettanto faticosamente su quelli romeni o polacchi. Servono i nastri trasportatori, che però scarseggiano.

Al più importante valico di frontiera con la Polonia sono bloccati più di mille vagoni ferroviari, carichi di quasi ottantamila tonnellate di grano. Senza accesso al mare non c’è modo di far arrivare il grano ucraino in Kenya, in Libano o al Pam. Inoltre, negli ultimi giorni si è diffusa una nuova notizia: l’esercito russo ha avviato bombardamenti mirati per distruggere i campi di grano e grandi edifici nell’est del paese. I granai. ◆ ma, sk

Gli autori di questo articolo sono Moritz Aisslinger, Andrea Böhm, Lea Frehse, Christiane Grefe, Kerstin Kohlenberg, Fabian Kretschmer e Wolfgang Uchatius.

Questo articolo è uscito sul numero 1461 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati