ASeoul, nella metropoli dove vive e lavora Jung Lee, le grandi croci fatte di neon rossi che di notte segnalano la presenza di chiese, per lo più evangeliche, hanno qualcosa di angosciante. Una sensazione che si può avere in molte città asiatiche, quando le insegne e le pubblicità luminose sono così tante da trasformarsi in inquinamento visivo. Anche se nessuno osa chiedere di vietarle come a São Paulo, in Brasile, qualcuno comincia a fare pressione perché il loro uso sia regolamentato.

Viene da chiedersi se l’eccesso di segni abbia influenzato le scelte dell’artista sudcoreana, che impiega le luci al neon nel paesaggio ottenendo però l’effetto contrario a quello delle città, un effetto di serenità. “Fine”, “Perché”, parole o brevi frasi, spesso domande legate ai sentimenti o all’amore scritte in neon bianco, rosso, blu, rosa sono inserite in spazi naturali, a volte nella neve, altre sull’acqua. Le lettere a cui la curvatura del neon dà un aspetto vagamente fragile, tra caratteri tipografici e scrittura a mano, colorano leggermente l’ambiente circostante senza alterare il paesaggio. E si avverte un processo ragionato, in cui ogni tappa è caratterizzata da una creazione interiorizzata.

“Ho scelto con cura il colore delle frasi luminose”, racconta Jung, “perché il colore è sinonimo di emozione. Alcune parole possono sembrare più intense se sono rosso vivo, altre dicono di più in un blu pallido. Quando ero studente nel 2001, vidi la mostra di Dan Flavin alla Serpentine gallery di Londra e scoprii che una luce può essere un’emozione. Anche se è passato molto tempo, penso che il lavoro di Flavin mi abbia molto influenzato. Mi piace anche la vivacità di Bruce Nauman: il modo in cui usa i neon mi ha fatto riflettere sulla dualità e sull’ambivalenza del linguaggio. Una frase deve prima di tutto piacermi molto e deve continuare a piacermi anche quando sono stanca, dopo averci lavorato per ore. Mi affascinano le parole comuni che contengono anche una sorta di dolore. Contemplo le frasi a lungo, fino a quando sento che viste al neon sono vive. Si potrebbe parlare di ‘personificazione’. Non smetto di pensare all’effetto che avrà la frase collocata in uno spazio. E continuo a cercare fino a quando la scena che ho pensato dentro di me si concretizza. Anche se mi sforzo di trovare espressioni semplici della nostra vita quotidiana, ho bisogno di immaginazione per visualizzarla. Le mie fonti sono le più varie: i sonetti di Shakespeare, le canzoni dei Queen, le poesie moderne coreane. Posso buttarmi nel lavoro solo quando si aggiunge un po’ di emozione e di immaginazione ai testi. Dopo aver abbozzato delle idee tenendo conto del rapporto tra le parole e il paesaggio, faccio realizzare i neon da uno specialista. Poi è necessario un viaggio fotografico per inserire quello che ho progettato nella realtà: studio luoghi, stagioni, condizioni meteorologiche e atmosfera. Il neon è delicato e fragile, di conseguenza devo essere prudente durante il viaggio. Questo processo, anche se è abbastanza complesso, mi fa sentire sempre più attaccata ai testi”.

Il lavoro di Lee, che combina elementi di land art e scultura, è molto vicino alla serie Les écritures realizzata nel 1991 dall’artista Bernard Faucon inserendo nel paesaggio la riproduzione in legno, rivestito con un prodotto riflettente, di testi manoscritti filosofici o poetici. Jung Lee fa espressamente riferimento a lui.

Nata nel 1972 in Corea del Sud, Lee ha studiato giornalismo e comunicazione prima di trasferirsi a Londra e dedicarsi alla fotografia e alle belle arti. Da bambina aveva preso lezioni di pianoforte ed era convinta che il linguaggio da solo non poteva esprimere tutto, per questo si era appassionata presto alle questioni legate alla lingua.

“Se il mio inglese fosse stato abbastanza buono per parlare correttamente, non mi sarei mai interessata alla lingua. La mia arte deriva dall’aver studiato un’arte straniera, da straniera e osservatrice della lingua inglese”. Si capisce il suo interesse per Roland Barthes e il riferimento esplicito ai Frammenti di un discorso amoroso nelle sue brevi frasi e domande sull’amore.

In modo delicato, come i suoi colori, Jung Lee arricchisce la lunga storia delle relazioni tra testo e fotografia. Lo fa con una reale raffinatezza e con un’apparente economia di mezzi. E anche con un particolare rapporto di distanza e di intensità, di mistero e di evidenza. La fotografa chiede a luoghi che sembrano abbandonati o comunque non modellati dall’essere umano di portare una parola leggera, a volte preoccupata. L’obiettivo è far parlare le fotografie dicendo il meno possibile. Si tratta di una messa in scena del paesaggio, ma Jung Lee si allontana subito dalla land art perché l’allestimento è destinato solo alla realizzazione di una fotografia. Uno per ogni parola o frase. Ed è l’unica cosa che sarà mostrata e condivisa.

“Il mio lavoro si esprime sotto forma di fotografia”, spiega. “Il pubblico non vede unicamente il neon, ma vede il neon all’interno di un paesaggio che è una sorta di scena. Credo che il neon in questo contesto, nella fotografia, svolga un ruolo completamente diverso e nuovo rispetto al neon che vediamo nella realtà quotidiana.

Nel mondo reale la funzione di queste luci è illuminare e fornire un messaggio. Nelle mie fotografie invece il ruolo del neon è molto diverso e, credo, più importante”. ◆adr

Da sapere
In mostra

◆ Le opere di Jung Lee sono esposte nella maggior parte dei musei d’arte contemporanea sudcoreani. Si trovano anche in Europa (Svizzera, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi), negli Stati Uniti e a Dubai. Nel 2021 la casa di moda Yves Saint Laurent ha usato la sua fotografia I wish you were here per una campagna pubblicitaria e per un’installazione nel suo spazio commerciale a Seoul.


Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati