La pettegola, un piccolo uccello trampoliere con zampe rosse come la base del suo becco e il ventre bianco macchiato di nero, è di casa nelle distese di fango della Camargue e della Vandea, in Francia. Nei primi giorni caldi della primavera però la si può osservare anche nella baia di Aden, nello Yemen, dove fa tappa durante il suo ritorno dallo svernamento in Africa.

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Salem Bousaïs, responsabile delle riserve naturali dello Yemen, visita regolarmente l’area protetta di Al Heswa per salutare la pettegola. Si ferma al mattino sulla strada che dal suo villaggio porta all’università di Aden, dove insegna zoologia. Non resta molto a lungo. Le zanzare e l’odore gli danno fastidio. Dal 2014, quando è cominciata la guerra che sta devastando il paese, questa piccola riserva naturale è in uno stato pietoso: una fogna a cielo aperto attraversa i suoi diciannove ettari di lagune, paludi e spiagge, punteggiate da palme dum. Le acque reflue arrivano da un vicino impianto di trattamento, costretto a fermarsi a causa dei saccheggi.

È una delle conseguenze trascurate dei conflitti armati: nello Yemen, un paese povero, in gran parte desertico e poco industrializzato, la natura soffre insieme all’essere umano. La sofferenza riguarda tanto il pettirosso quanto i 13-15 milioni di yemeniti che prima della guerra contavano sulle risorse del territorio per il riscaldamento e il mangiare, per sé e per gli animali. Bousaïs, un gigante gentile e sempre di buon umore, dal 2020 è l’unico dipendente del suo dipartimento: il suo compito è proteggere dieci riserve naturali. Non ha fondi a cui attingere. Ha solo un piccolo ufficio che gli è stato assegnato dall’università. È una specie di don Chisciotte e fa quello che può nell’indifferenza generale. “Gli esperti se ne sono andati, nessuno avrebbe accettato questo lavoro se non mi fossi preso io l’impegno. Ma amo la natura”, dice.

La sua attività principale consiste nel documentare, con l’aiuto di una rete d’informatori locali, il degrado delle riserve, vittime degli agricoltori locali, degli imprenditori edili e a volte delle milizie armate. Bussa alle porte del ministero dell’ambiente di Aden e contatta le autorità locali. “Ma spesso non fanno nulla”, sospira, “il mio lavoro è ingrato. Faccio perfino fatica a chiamarlo lavoro, però devo avere pazienza”.

A gennaio, per la gioia di Bousaïs, le milizie che governano Aden si sono degnate d’inviare alcune guardie per tutelare le tartarughe embricate, che in quella stagione di solito nidificano sull’isola protetta di Al Azizi. In realtà le guardie sono rimaste sull’isola solo un giorno. Poi hanno abbandonato le tartarughe in balia di chi mangia la loro carne.

Originario della provincia di Hadramawt, una zona mercantile attiva fin dal medioevo, Bousaïs ha viaggiato molto. Ha 47 anni ed è nato in Kuwait, dove suo padre faceva il soldato negli anni settanta. Ha studiato nella capitale yemenita Sanaa e ha fatto un dottorato a Braunschweig, in Germania. All’inizio del conflitto è andato a lavorare in Arabia Saudita. Ha seguito con passione le lucertole lungo quel confine che i ribelli houthi, padroni dello Yemen settentrionale e alleati dell’Iran, continuavano ad attraversare, irritando la monarchia saudita, che oggi sta conducendo una guerra contro di loro al comando di una coalizione di forze yemenite.

Accesso vietato

Bousaïs non viaggia quasi più all’interno del suo paese. Gli houthi non gli permettono di andare a nord. Il sud è pieno di posti di blocco. Per amore delle figlie, due adolescenti che si rifiutano di lasciare la loro città, Aden, ha appena rinunciato a un’opportunità di lavoro in Tunisia. La sua vita è qui e in nessun altro luogo.

Biografia

1975 Nasce in Kuwait, ma cresce nella regione costiera di Hadramawt, nello Yemen.

1993 Comincia a studiare zoologia all’università di Sanaa.

1997 Fa un dottorato nella città tedesca di Braunschweig, nella Bassa Sassonia.

2014 All’inizio della guerra nello Yemen si trasferisce per un periodo in Arabia Saudita per studiare le lucertole. Poi torna nel suo paese per occuparsi delle riserve naturali.

2022 Rifiuta un’offerta di lavoro in Tunisia e decide di restare nello Yemen.


Alla fine di maggio Bousaïs è comunque riuscito a volare nell’arcipelago di Socotra, 350 chilometri a sud dello Yemen, felice di esplorare questa riserva nel cuore del mar Arabico. L’isola e i suoi microsatelliti non sono toccati dalla guerra. “Socotra non fa quasi più parte dello Yemen e questa è la sua fortuna”, dice Bousaïs, che invidia i suoi abitanti. “Non sono coinvolti nei combattimenti sulla terraferma”. Questo non impedisce a chi ci vive di pascolare le capre nelle aree protette e di creare nuove discariche illegali.

Prima della sua partenza, ci ha guidato attraverso la riserva di Al Heswa, il suo feudo. Quel giorno gruppi di fenicotteri rosa volteggiavano sopra le paludi, in una delle poche zone umide del Medio Oriente in cui riescono a riprodursi, secondo il programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). Bousaïs li osserva da una torretta, in cui i saccheggiatori hanno rubato anche i cavi elettrici. Su un muro c’è una scritta: “Sono triste”.

Dall’altra parte della baia di Aden, a sud, i serbatoi di carburante del porto brillano al sole. Alle nostre spalle ci sono cumuli di macerie e rifiuti scaricati dagli abitanti della vicina nuova cittadina, con le sue file di edifici in stile sovietico. Bousaïs sta cercando fondi per costruire una recinzione intorno alla riserva, in modo che non venga più usata come discarica. Prima della guerra Al Heswa era un rifugio per 137 specie di uccelli migratori.

Lui spera che questo degrado finisca. Dopotutto, Al Heswa è già morta e risorta in passato. Distrutta da grandi siccità a partire dagli anni cinquanta, è rinata grazie a una fabbrica messa in piedi dai giapponesi, che trattava le acque reflue delle montagne di Lahij, a nord. Alla fine degli anni settanta un incidente nelle tubature che scaricano l’acqua in mare ne ha reindirizzato una parte verso la zona costiera, e la foresta è cresciuta di nuovo. “Questo ha fatto tornare gli uccelli migratori. Gli agricoltori hanno scavato canali e ripiantato gli alberi”, racconta.

All’inizio degli anni duemila il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo ha contribuito alla costruzione di punti di accesso per i visitatori di Aden e delle aree circostanti. La riserva è stata riconosciuta dallo stato e nel 2014 ha ricevuto il premio Equatore delle Nazioni Unite per la tutela della biodiversità e la promozione del turismo sostenibile. “Era una riserva naturale realizzata in parte a mano. Una cosa originale”, sottolinea Bousaïs. Ma proprio quell’anno è cominciata la guerra.

Di recente Bousaïs ha fatto analizzare l’acqua che scorre ad Al Heswa. “Abbiamo rilevato un aumento dei livelli di metalli pesanti nel suolo e nel latte delle capre degli allevatori del posto”, spiega. Ma l’acqua, anche se è inquinata, impedisce la desertificazione. Quello che lo preoccupa sono gli esseri umani: non ci sono guardiani che impediscano ai contadini di tagliare gli alberi per ricavarne legname da falegnameria o per cucinare. Dietro la vicina fabbrica, l’insediamento continua a crescere. La popolazione di Aden è triplicata durante la guerra e ora è di tre milioni di abitanti. La grande città inghiotte gradualmente la campagna.

Eppure i contadini hanno interesse a difendere la loro riserva. Dieci anni fa, secondo l’Onu, guadagnavano novantamila euro all’anno con la vendita dei biglietti d’ingresso, del cotone e dell’henné che coltivavano, dell’incenso, del miele, dei cestini, dell’aceto e del vino di palma. “Oggi producono ancora tutto questo, ma in eccesso, distruggendo la riserva”, spiega Bousaïs. “È un’idiozia pensare che in tempo di guerra i bisogni umani prevalgano su quelli della natura: le due cose vanno di pari passo. Avremo ancora bi­sogno della natura dopo il conflitto. Ma lo stato è troppo debole per fermare i contadini”.

In attesa che il governo risorga, Bousaïs si consola con lo studio. Ad Al Heswa ha scoperto cinque specie di gechi, delle piccole lucertole, tra cui l’hemidactylus adensis. Negli ultimi mesi ha avvistato anche due strani serpenti vicino alla fabbrica. Sogna di farli analizzare in Europa, e freme all’idea che questi rettili possano costituire non una nuova specie, ma un nuovo genere. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati