Non conosciamo il nome dell’eroe. È lui che racconta la storia in prima persona. È tornato dalla grande guerra con una mano amputata. Non ha ritrovato il suo lavoro di tranviere a Parigi, ma sua moglie lo ha aspettato. Si amano. Lei muore d’influenza spagnola. Lui è disperato. Così si guadagna da vivere conducendo indagini per le famiglie che vogliono notizie degli uomini che non sono tornati dalla guerra. Jeanne gli chiede di trovare suo figlio. Secondo il protagonista Émile è un poeta che, da giovane, si è innamorato della domestica di famiglia, Lucie. La ragazza ha avuto la sfortuna di nascere in Alsazia, che dal 1870 è tedesca. L’indagine procede, passo dopo passo, incontro dopo incontro, documento dopo documento. È lenta, logorante, ma l’uomo con una sola mano segue la sua ricerca, l’unica cosa che lo tiene in vita in questi anni in cui la Francia festeggia la sua vittoria. Parigi si diverte, ma lui non può abbandonarsi a questa spensieratezza. Ha attraversato l’inferno. Come Émile e Lucie. Émile le scriveva poesie che lei non riceveva. Lei lo cerca ovunque, nella terra di nessuno, tra le trincee. Il veterano va a conoscere i genitori di Lucie e i compagni di Émile. Ritrovare gli amanti è la sua unica fonte di speranza in un mondo che, dopo l’allegria della pace ritrovata, sta crollando di nuovo. I personaggi di Gilles Marchand, persi nell’assurdità della guerra, a volte sono rianimati da una storia, una poesia, un ricordo, una donna.
Jean-Claude Vantroyen, Le Soir

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Questo articolo è uscito sul numero 1509 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati