Kurt Vile ha concepito questo album come se fosse l’ultimo. Vista la rilassata dedizione che ha dimostrato finora, l’annuncio di pensionamento non convince. Tuttavia, se si trattasse dell’ultimo lavoro, completerebbe perfettamente la sua discografia. Philadelphia’s been good to me è una lettera d’amore alla sua città natale. In 99 bpm troviamo ironia e premura; per la maggior parte del tempo il ritmo è rilassato, se non per qualche episodio rock. Vile trova spazio anche per atmosfere più sperimentali (Red room dub) e morbidi momenti strumentali (Piano for Sarah). La chiave non è solo la complessità ingannevole del suo stile chitarristico, ormai un marchio, ma anche la sicurezza della voce, carica di una verve insolita. Potremmo dire che ci sia un pizzico di autoindulgenza nei dieci minuti di 99th song, un ritratto onirico legato alla sua quotidianità nella città; per fortuna è anche il brano migliore del disco.
Joe Goggins, Diy
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati