Tiro, Libano, 2 giugno 2026 (Marwan Naamani, ZUMA Press Wire/Ansa)

Il 10 giugno l’Iran ha annunciato di aver preso di mira alcune basi statunitensi nel Golfo. È la rappresaglia agli attacchi di Washington contro obiettivi iraniani nello stretto di Hormuz, nel quadro di un nuovo picco di tensioni seguito alla distruzione di un elicottero statunitense attribuita a Teheran. Tre giorni prima c’era stata una serie di attacchi tra Israele e Iran, conclusa in seguito all’esortazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a fermarsi “immediatamente”. Teheran aveva lanciato una trentina di missili contro Israele in risposta a un bombardamento di Tel Aviv sulla periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, la milizia sciita libanese legata al regime iraniano. Gli aerei israeliani avevano colpito alcuni obiettivi in Iran nel più grande scontro diretto da aprile, quando è entrato in vigore il fragile cessate il fuoco. Sono intervenuti nello scontro anche i ribelli yemeniti huthi, vicini all’Iran, che hanno lanciato due missili verso Israele e minacciato di colpire le navi legate a Israele nel mar Rosso. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato la fine dei bombardamenti in Iran, ma ha assicurato che l’esercito risponderà “con forza” ad attacchi futuri. Tel Aviv continua a respingere i tentativi iraniani di subordinare un accordo di pace alla fine dell’offensiva israeliana contro Hezbollah e anzi, commenta il sito libanese Al Modon, chiarisce a Washington che un’eventuale tregua con Teheran non implica limitazioni alle proprie azioni in Libano. Per il giornale iraniano Shargh, lo scambio di attacchi dimostra quanto sia grande “la distanza tra la diplomazia e la realtà sul campo” e come il fronte libanese sia quello più delicato e potrebbe diventare il centro del conflitto. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 27. Compra questo numero | Abbonati