Il memoir di Siri Hustvedt sulla sua vita con Paul Auster è un collage di lettere, pagine di diario, email e saggio personale. A tenere insieme il tutto è il racconto del dolore seguito alla morte di Auster, nel 2024, per le complicazioni di un tumore ai polmoni. Hustvedt cuce questi materiali con abilità. Il libro è compatto, malinconico, originale e, nonostante qualche lungaggine, autenticamente commovente. Hustvedt e Auster si conobbero nel 1981 e sono diventati probabilmente la coppia letteraria più affascinante di Brooklyn. Per più di quarant’anni si sono letti e corretti a vicenda. Questo memoir, scrive Hustvedt, “sarà il primo mio libro che Paul non leggerà prima della pubblicazione”. E parla della loro intimità fisica e intellettuale con tale precisione da far percepire le dimensioni del vuoto che Auster si è lasciato dietro. Come Joan Didion nell’Anno del pensiero magico, anche Hustvedt sembra quasi impazzire per la perdita. Comincia a pensare che Auster sia tornato sotto forma di fantasma. I libri suoi e di Auster non sono mai stati nelle mie corde. Eppure Storie di fantasmi è quasi esattamente il genere che fa per me. È un libro ruvido e risonante sulla solitudine, la disperazione e lo smarrimento. È quasi un urlo. Come se Hustvedt fosse sola su un’isola spartitraffico mentre le automobili le sfrecciano intorno stridendo.
Dwight Garner, The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 79. Compra questo numero | Abbonati