Due elezioni imminenti, che si svolgeranno a pochi giorni di distanza, rischiano di avere un peso considerevole sul clima internazionale. In Israele si voterà il 27 ottobre, mentre negli Stati Uniti i seggi apriranno il 3 novembre. In entrambi i paesi gli elettori decideranno il futuro politico di due uomini che ricoprono un ruolo cruciale nelle crisi del momento, Benjamin Netanyahu e Donald Trump.
Netanyahu si gioca la guida del governo in una votazione che per l’ennesima volta si è trasformata in un referendum sulla sua persona. Ma c’è una differenza rispetto al passato: quelle di martedì prossimo saranno le prime elezioni politiche dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In Israele una parte del dibattito è incentrata sulla possibilità che Netanyahu sapesse in anticipo dell’attacco di Hamas e sul fallimento della sicurezza in quella giornata traumatica. La questione palestinese, invece, è sostanzialmente assente dai dibattiti, nonostante i settantamila morti di Gaza e le violenze incessanti dei coloni in Cisgiordania.
Il nome di Donald Trump non sarà presente sulle schede delle elezioni di metà mandato, ma il risultato del voto sarà comunque un giudizio sui due anni trascorsi alla Casa Bianca. Per i repubblicani è un passaggio che si annuncia molto difficile, al punto che l’unica incognita riguarda la portata della vittoria democratica e il modo in cui Trump gestirà la sconfitta (ammesso che sia capace di farlo) nella seconda parte del suo mandato.
I due voti sono segnati dalle guerre. Per Trump quella più importante è chiaramente la guerra in Iran, in cui si ritrova impantanato con le conseguenze che conosciamo per il prezzo dell’energia. L’aumento del costo della vita è il tema principale per gli elettori statunitensi, malgrado tutti gli sforzi del presidente per distogliere l’attenzione e dare l’impressione di lavorare per risolvere il problema.
In tutto questo, il riavvicinamento di Trump a Putin è passato dalla cancellazione di alcune sanzioni alla Russia e da un nuovo tentativo di costringere l’Ucraina a capitolare. Il 21 ottobre l’inviato statunitense Steve Witkoff ha addirittura dichiarato che Vladimir Putin è un “umanista”, una parola oscena in un momento in cui i missili cadono sui civili di Kiev.
Se per Trump le guerre rappresentano un tormento, per Netanyahu sono linfa vitale, tanto che il primo ministro sembra convinto di aver bisogno di scatenarne un’altra. Dopo aver provato invano all’inizio di ottobre a riprendere i bombardamenti contro l’Iran (fermato all’ultimo momento da Washington), il 21 ottobre Netanyahu ha riesumato i toni allarmisti per accusare Teheran di aver rilanciato il suo programma nucleare, minacciando di distruggerlo. Il primo ministro israeliano è fortemente tentato dall’idea di bombardare l’Iran a pochi giorni dal voto.
Affinché il clima cambi in modo significativo bisognerebbe che la coalizione di estrema destra guidata da Netanyahu perdesse le elezioni e che negli Stati Uniti i repubblicani perdessero entrambe le camere del congresso. In uno scenario di questo tipo un cambio di governo in Israele non garantirebbe affatto un approccio diverso ai vari fronti aperti nella regione, ma quanto meno creerebbe possibilità che oggi sono impensabili in un contesto di ossessione per la sicurezza.
Detto questo, è a Washington che bisognerà osservare attentamente le conseguenze del voto. Se Trump perderà il congresso (sempre che accetti il verdetto delle urne), dovrà fare i conti con un reale contrappeso al suo potere, oltre a incontrare una maggiore resistenza all’interno del Partito repubblicano. In questo senso vale la pena notare che il suo riavvicinamento a Putin è piuttosto malvisto.
In un editoriale pubblicato il 22 ottobre, il Wall Street Journal, di solito tutt’altro che ostile ai repubblicani, ha sottolineato che tra due settimane Trump potrebbe diventare una lame duck, un’anatra zoppa, ovvero un presidente con poteri dimezzati. Forse questa è l’unica buona notizia del momento.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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