◆ Le forze governative dello Yemen hanno lanciato il 4 ottobre un’operazione militare per riprendere il controllo dei territori conquistati un mese prima dai miliziani sciiti huthi. Il giorno dopo la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che sostiene il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, ha annunciato di essersi unita all’offensiva, mobilitando circa cento aerei. L’obiettivo dell’operazione sarebbe recuperare tutto il territorio dello Yemen, compresa la capitale Sanaa, conquistata dagli huthi all’inizio della guerra civile, nel 2014. Secondo il giornale saudita Arab News, le forze governative avrebbero ripreso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb e della città di Mokha, ma gli huthi hanno smentito di aver perso terreno. I miliziani hanno inoltre rivendicato di aver colpito l’aeroporto internazionale della capitale saudita Riyadh. Sono stati presi di mira anche altri aeroporti nel sud dell’Arabia Saudita, dove sono stati segnalati tre feriti e danni materiali, e una raffineria dell’Aramco, la compagnia nazionale di idrocarburi, sul mar Rosso. Intanto il 5 ottobre, dopo una riunione di emergenza a Riyadh, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno deciso di applicare l’accordo di difesa reciproca firmato ad agosto a La Mecca. In un comunicato congiunto hanno affermato la loro intenzione di “fornire le forze e i mezzi militari convenuti, e di dispiegarli rapidamente nel regno”. Secondo l’esperto di Yemen Raiman al Hamdani, intervistato da Al Jazeera, “sul lungo periodo il risultato più plausibile non è la distruzione di una parte o dell’altra, ma un accordo politico negoziato e imperfetto in cui gli huthi manterranno una sostanziale influenza nel nord dello Yemen, l’Arabia Saudita otterrà maggiori garanzie di sicurezza, e le fazioni politiche e militari rivali yemenite saranno costrette a raggiungere una qualche forma di condivisione del potere”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati