Il regista Roman Polanski aveva già raccontato la sua infanzia durante la guerra in un’autobiografia: il muro che nel 1941 vede sorgere intorno al ghetto di Cracovia, i genitori deportati, la madre morta ad Auschwitz, il rifugio presso contadini polacchi. In “Non correte! Andate piano!” torna su quel passato. Per quanto gravi siano i fatti di violenza sessuale per i quali ha riportato condanne o è stato accusato, sarebbe un peccato non leggere il Polanski bambino rinchiuso nel ghetto. Il volume nasce da un’intervista del 2006 per l’Istituto nazionale dell’audiovisivo francese e la fondazione per la memoria della Shoah. Il rigore e l’interrogarsi continuo, accogliendo lacune e incomprensioni dei ricordi, trasformano la testimonianza orale in un ammirevole lavoro di scrittura. Il titolo riprende l’esortazione del lavoratore polacco che lo aiutò a uscire durante il rastrellamento che portò allo sgombero del ghetto, nel marzo 1943. Alle sue parole rispondono due testi del padre Ryszard: una lettera del 1973 sul percorso verso Mauthausen e un secondo resoconto, datato 1976, sul campo di Płaszów. È una testimonianza agghiacciante e d’immenso coraggio. Il figlio cercava il padre; il padre, scampato più volte alla morte, sopravviveva per ritrovare il figlio. “L’inferno è vuoto, tutti i diavoli sono qui”, cita Polanski dalla Tempesta di Shakespeare, con un’eco del presente. Non è una profezia, ma una constatazione.
Samuel Blumenfeld,
Le Monde
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati