beckettiani di Martin McDonagh. L’ultimo, Wild horse nine, potrebbe essere il migliore: una scorribanda agrodolce su uomini soli e segnati dalla vita che si confrontano con la mortalità, fanno i conti con le conseguenze di un’esistenza violenta e si perdono in esilaranti chiacchiere. A chiacchierare è soprattutto John Malkovich in un’interpretazione così buona da farci chiedere il perché di tutte le porcherie a cui si è dovuto piegare negli ultimi anni. Il suo personaggio è Chris, un agente della Cia feroce ma ormai vecchio, malato e sempre più smemorato, i cui giorni passati a organizzare colpi di stato e a sovvertire democrazie potrebbero essere cominciati addirittura con un ruolo nell’attentato a Jfk. Il suo migliore (nonché unico) amico è Lee, interpretato da Sam Rockwell, un agente più giovane e disincantato che tuttavia sa perfettamente di non dover credere a una parola del loro spazientito capo Mj (Steve Buscemi). È il 1973, pochi mesi prima che un colpo di stato orchestrato dalla Cia rovesci il governo di Salvador Allende e queste due scapestrate spie sono spedite sull’isola di Pasqua fondamentalmente per non cacciarsi nei guai. Ovviamente c’è dell’altro ma a McDonagh sono sufficienti pochi elementi e pochi personaggi per condurre la storia al suo climax cechoviano. Con Malkovich e Rockwell che sfruttano al massimo ogni battuta della magnifica sceneggiatura, Wild horse nine diventa un film su un uomo che traccia il bilancio di una vita vissuta male. E alla fine potreste perfino versare una lacrima per questi personaggi moralmente ripugnanti. Senz’altro vi faranno ridere. Phil de Semlyen, Time Out

Da Bruges a Inisherin per finire all’isola di Pasqua. Non un viaggio classico, ma l’itinerario che tiene insieme lo slegato trittico di buddy movie beckettiani di Martin McDonagh. L’ultimo, Wild horse nine, potrebbe essere il migliore: una scorribanda agrodolce su uomini soli e segnati dalla vita che si confrontano con la mortalità, fanno i conti con le conseguenze di un’esistenza violenta e si perdono in esilaranti chiacchiere. A chiacchierare è soprattutto John Malkovich in un’interpretazione così buona da farci chiedere il perché di tutte le porcherie a cui si è dovuto piegare negli ultimi anni. Il suo personaggio è Chris, un agente della Cia feroce ma ormai vecchio, malato e sempre più smemorato, i cui giorni passati a organizzare colpi di stato e a sovvertire democrazie potrebbero essere cominciati addirittura con un ruolo nell’attentato a Jfk. Il suo migliore (nonché unico) amico è Lee, interpretato da Sam Rockwell, un agente più giovane e disincantato che tuttavia sa perfettamente di non dover credere a una parola del loro spazientito capo Mj (Steve Buscemi). È il 1973, pochi mesi prima che un colpo di stato orchestrato dalla Cia rovesci il governo di Salvador Allende e queste due scapestrate spie sono spedite sull’isola di Pasqua fondamentalmente per non cacciarsi nei guai. Ovviamente c’è dell’altro ma a McDonagh sono sufficienti pochi elementi e pochi personaggi per condurre la storia al suo climax cechoviano. Con Malkovich e Rockwell che sfruttano al massimo ogni battuta della magnifica sceneggiatura, Wild horse nine diventa un film su un uomo che traccia il bilancio di una vita vissuta male. E alla fine potreste perfino versare una lacrima per questi personaggi moralmente ripugnanti. Senz’altro vi faranno ridere. Phil de Semlyen, Time Out

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati