Sulla terrazza del ristorante Quattro Mori del teatro Dal Verme a Milano, il 12 ottobre la vita del paese seguiva il suo corso. Assolombarda, l’associazione degli industriali milanesi, aveva affittato la prestigiosa sala per la mattinata. Sul palco si erano succeduti diversi relatori, tra cui la presidente del consiglio Giorgia Meloni.

Protetto da una siepe, il neodirettore di un quotidiano finanziario pranzava poco distante da un ex ministro, ora dirigente nel settore degli armamenti. Il direttore di un centro studi di relazioni internazionali aveva appena salutato una rappresentante degli imprenditori piemontesi, mentre una delegazione degli Emirati Arabi Uniti si mescolava, alla presenza di un ecclesiastico, ai vertici del mondo economico di una delle regioni più industrializzate d’Europa.

Quando, al termine dell’incontro è stato chiesto ad Alvise Biffi, presidente di Assolombarda, quale fosse la riforma economica più importante nei quattro anni del governo Meloni, non ha dato una risposta precisa. Come Meloni, Biffi ha preferito sottolineare la “stabilità” e la “forza sul piano internazionale” di un governo che ha battuto ogni record di longevità.

Il mondo imprenditoriale può rallegrarsi anche del fatto che nel 2025 l’Italia è diventata, secondo l’Ocse, il quarto esportatore mondiale, superando il Giappone, e il secondo in Europa dopo la Germania. E che Roma nel 2025 è riuscita a tenere sotto controllo i conti pubblici, con un deficit pari al 3,1 per cento del prodotto interno lordo. Poco importa se i problemi strutturali rimangano irrisolti: produttività stagnante, stipendi in calo dagli anni novanta, declino demografico, fuga dei cervelli e scarsi investimenti in ricerca e sviluppo.

Le proteste

“A volte il miglior aiuto che lo stato può dare a chi produce è non mettergli i bastoni tra le ruote”, ha dichiarato la presidente del consiglio, dopo che Biffi aveva condiviso dal palco il suo sogno: trasformare la Lombardia nell’equivalente della Silicon valley, per quella che definisce la “physical ai”, ovvero la robotica. Un partecipante all’incontro assicura che per il mondo imprenditoriale “non c’è alternativa” a Meloni. A suo giudizio gli attacchi del governo alla legittimità della magistratura, le pressioni sulla società civile e la retorica xenofoba e repressiva sono serviti soprattutto a soddisfare l’elettorato storico di Fratelli d’Italia. Nel frattempo l’ex militante neofascista ha rispettato le regole del gioco nell’Unione europea e fatto quanto necessario affinché l’Italia ricevesse gli oltre 200 miliardi di euro di aiuti che Bruxelles le aveva destinato nel piano di ripresa post-covid.

Pochi giorni dopo, sempre a Milano, le tensioni tra un centro città sempre più costoso (meta di ricchi arrivati dall’estero e attirati dalle agevolazioni fiscali) e le periferie dove lavoratori e studenti sono costretti a trasferirsi, unite alle manifestazioni contro il carovita, hanno mostrato un altro volto dell’Italia. Il 17 ottobre i cortei hanno sfilato in piazza del Duomo, uno dei luoghi simbolo della città, prima che episodi di vandalismo e saccheggi portassero a uno scontro tra la polizia e giovani manifestanti.

In tema di sicurezza il governo ha introdotto almeno 57 nuovi reati da quando è in carica

Il 20 ottobre il governo ha inviato a Milano 500 militari, promettendo nuove misure repressive. Eppure la serie di norme in materia di sicurezza varate dal governo è già piuttosto consistente: dal 2023 è stato approvato ogni anno un “pacchetto” di provvedimenti, sono stati introdotti almeno 57 nuovi reati, e sono aumentate le pene detentive. Anche il diritto di manifestare ha subìto pesanti limitazioni. Oggi chi blocca una strada o una via di comunicazione, imbratta un monumento con vernice oppure ostacola la realizzazione di opere infrastrutturali rischia sanzioni penali che, in alcuni casi, possono comportare addirittura il carcere.

A margine di un ricevimento, lo scorso luglio, una parlamentare della maggioranza ironizzava: “Facciamo così tanti decreti sicurezza che ormai abbiamo perso il conto”. In quel periodo in parlamento si discuteva di una nuova legge, che una parte della destra definisce “antimaranza”, dando alla parola un significato razzista e usandola per indicare i giovani di origine straniera che vivono nelle periferie, che siano o meno cittadini italiani.

Le norme più recenti sulla sicurezza estendono ai minorenni la possibilità di fermarli preventivamente fino a 12 ore in occasione di manifestazioni o eventi pubblici. La progressiva normalizzazione nel dibattito pubblico del termine “maranza” ha segnato una svolta nella legislatura: mentre l’inasprimento delle politiche migratorie riduceva gli arrivi di migranti in Italia, il governo spostava il dibattito sul tema dell’integrazione.

Meloni ha cominciato il suo mandato facendo approvare una serie di norme che hanno ostacolato pesantemente il lavoro delle ong impegnate nel soccorso in mare lungo le rotte migratorie nel Mediterraneo. La scoperta nel 2025 di un soft­ware-spia israeliano sui telefoni di alcune persone impegnate nei soccorsi, tra cui il sacerdote Mattia Ferrari, ha contribuito ad avvelenare il clima, sebbene non si sappia ancora chi sia il responsabile dello spionaggio. Anche alcuni giornalisti che si occupano di immigrazione hanno scoperto di essere sotto sorveglianza, in un contesto di rapporti sempre più tesi tra Meloni e la stampa. Sono aumentate le denunce intimidatorie contro i giornalisti che indagano sull’operato del governo, in particolare quelli del quotidiano Domani, mentre la maggioranza ha progressivamente assunto il controllo della Rai (il servizio pubblico radiotelevisivo) e la presidente del consiglio mantiene un atteggiamento di chiusura nei confronti dei mezzi d’informazione. “Non voglio mai parlare con la stampa italiana!”, scherzava Meloni nell’agosto 2025, durante un incontro a Washington con Donald Trump, convinta che i microfoni fossero spenti.

Qualche mese dopo alcuni giornalisti italiani sono stati aggrediti e bloccati dalle forze dell’ordine durante una manifestazione a Torino per scongiurare la chiusura del centro sociale Askatasuna. Il governo, già impegnato in una campagna contro luoghi di aggregazione culturale e politica simili a Roma e Milano, aveva alimentato la tensione schierando mezzi antisommossa con cannoni ad acqua. E aveva messo dei blindati dell’esercito davanti alle stazioni ferroviarie di Milano e Roma, ufficialmente contro i borseggiatori.

Il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini attribuisce la responsabilità di questa polarizzazione alla sinistra, che “per troppo tempo ha accusato gli esponenti del mio partito di essere fascisti”. Secondo lui i militanti coinvolti negli scontri con la polizia o i “maranza” sono elementi “anti-italiani” che il governo deve combattere.

Bocciata con il referendum

Con l’avvicinarsi della fine della legislatura, Meloni e i suoi sostenitori hanno continuato ad agitare lo spauracchio di un nemico interno che, secondo la presidente del consiglio, si anniderebbe anche nelle istituzioni, in particolare nella magistratura, dove, denuncia, sono presenti le “toghe rosse”. Per questo ha cercato di far approvare una riforma della magistratura che, secondo l’opposizione, avrebbe potuto comprometterne l’indipendenza. La riforma, però, è stata bocciata con un referendum. Alla vigilia del voto Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della giustizia Carlo Nordio, aveva invitato gli italiani a votare per “liberarsi” dei giudici, paragonati a “plotoni d’esecuzione”. Bartolozzi ha dovuto dimettersi, ma nel dibattito pubblico si è ormai fatta strada l’idea di una magistratura in parte “ideologizzata”, che ostacolerebbe l’attuazione del programma di governo. “Meloni sembra pensare che la legittimazione derivante dal voto popolare prevalga su qualsiasi altro principio o limite”, osserva la giurista Vitalba Azzollini, rivelando che gli ostacoli posti dai tribunali all’inasprimento delle politiche migratorie hanno offerto alla presidente del consiglio altrettante occasioni per screditare i giudici.

Secondo Valerio Valentini, giornalista del Post e autore di una biografia politica della presidente del consiglio, La marcia sul posto (Nottetempo 2026), “sia sulle questioni identitarie sia nei rapporti con gli organi di controllo e di garanzia, Meloni sottopone le istituzioni a una tensione costante, ma sa fermarsi un attimo prima di arrivare alla rottura”. È quanto succede, a suo giudizio, nei rapporti con il presidente della repubblica Sergio Mattarella, democristiano nato nel 1941, che le oppone una resistenza discreta, esercitando i propri poteri di garante della costituzione per attenuare le disposizioni più radicali. A Roma c’è chi ricorre a una metafora: Meloni è una rana bollita a fuoco lento, che muore politicamente senza rendersene conto. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati